Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

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«Nel fare memoria del Vescovo di Myra... vorremmo essere capaci di trasmettere qualcosa dello splendore che viene dal Vangelo»

Omelia di Sua Eminenza Rev.ma il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità nella Concelebrazione Eucaristica per la Solennità di San Nicola. Bari, Pontificia Basilica di San Nicola, giovedì 6 dicembre 2018

Eccellenza,

Distinte Autorità,

Cari sacerdoti, religiosi e religiose

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

 

Sono lieto di presiedere l’Eucaristia a Bari in occasione della solennità di San Nicola.

Saluto tutti con grande affetto, cominciando dal vostro Arcivescovo S.E. Mons. Francesco Cacucci, che ringrazio per l'invito e le cortesi parole che mi ha rivolto. Saluto con deferenza le Autorità civili e militari, esprimendo gratitudine per la loro presenza. Un particolare saluto rivolgo ai Padri Domenicani, che premurosamente custodiscono questa Basilica, autentico polo spirituale, meta di numerosi pellegrinaggi che testimoniano la devozione profonda dei cristiani di Oriente e di Occidente nei confronti di San Nicola.

È ancora viva in tutti noi l’emozione della visita del Santo Padre Francesco che nel luglio scorso si è fatto pellegrino qui a Bari, insieme ai capi delle Chiese delle comunità cristiane del vicino Oriente, per pregare insieme per la pace tra le Nazioni e i cristiani perseguitati.

Rivolgiamo nuovamente la nostra supplica al Signore, la cui passione rivive oggi nelle ferite e nelle prove di tante sorelle e fratelli che, sparsi nel mondo, soprattutto nel Medio Oriente, soffrono a causa della loro coraggiosa fedeltà al Vangelo, perché, anche nei momenti più bui, lo sentano vicino come Buon Pastore che mai dimentica le sue pecore. “Il Santo taumaturgo - come ha detto il Papa - interceda per guarire le ferite che tanti portano dentro” (Incontro di preghiera, Lungomare di Bari, 7 luglio 2018).

Oggi, 6 dicembre, è un giorno di festa per la Chiesa di Bari, che riconosce in San Nicola il suo Patrono. È anche festa per tutta la città e la regione perché la memoria di questo santo fa parte, ormai, della fisionomia spirituale di questa terra. Rallegriamoci dunque per questo giorno, che ci viene dato per riscoprire la gioia di vivere accanto agli altri, che sentiamo non estranei ma amici, e per ritrovare il desiderio di costruire insieme una città umanamente più ricca e fraterna.

Per vivere la festa, sospendendo i ritmi di lavoro ed uscendo dalle vostre abitazioni, vi siete raccolti in quest’antica Basilica per celebrare l’Eucaristia, che è il distintivo e il tesoro più grande della comunità cristiana, quel tesoro che la costituisce, la unifica e la nutre.

Nel fare memoria del Vescovo di Myra - in cui si incontra il grande amore per la retta fede unito a quello per l’armonia nella Chiesa e il vero spirito dell’ecumenismo, cioè l’amore per la verità e l’amore per chi la pensa diversamente in materia di fede - vorremmo essere capaci di trasmettere qualcosa dello splendore che viene dal Vangelo e che conferisce dignità a ogni uomo, che risana ogni cuore ferito e dà speranza in ogni situazione, anche la più difficile.

Riconoscere oggi San Nicola come Patrono, significa riconoscere con apprezzamento e gratitudine la fondamentale continuità della nostra comunità attraverso i secoli. Nel corso dei secoli si sono susseguiti molti avvenimenti, e molti sono stati i cambiamenti, eppure ci sentiamo figli ed eredi di coloro che ci hanno preceduto. In San Nicola vogliamo professare il valore della tradizione autentica, in cui ritrovare la radice della nostra cultura e della nostra umanità.

Le letture bibliche che la Liturgia ci ha fatto ascoltare ci aiutano a comprendere e a vivere bene questa giornata.

Nella prima, il profeta Isaia ci ha presentato il Servo del Signore, un personaggio che non viene direttamente identificato, ma del quale si descrive la missione di salvezza, che deve riguardare tutti gli uomini.

Abbiamo ascoltato: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome» (Is 49,1). Essere chiamati per nome vuol dire camminare alla presenza di qualcun altro dal quale si è ricevuta la propria vita. C’è all’inizio la volontà di Dio. La nostra esistenza trova senso solamente in rapporto a Lui, come risposta a qualcuno che ci chiama e pronunzia il nostro
nome.

Continua poi il profeta: «Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra» (Is 49,2). Il Servo è dunque lo Strumento attraverso cui Dio esercita il suo giudizio di salvezza, è quel giudizio che elimina ogni realtà di male, di cattiveria, di falsità che c’è nel mondo. La spada è semplicemente un’immagine: è la bocca del profeta, il quale, pronunciando la Parola di Dio, annienta il male, ma trasmette anche la salvezza e la gioia del Signore.

Tutto questo, nella Liturgia di oggi, si applica bene a San Nicola; «il Signore fin dal seno materno mi ha chiamato...», perché il Signore lo
ha preso e lo ha fatto stare vicino a sé, facendolo diventare suo familiare, stando alla sua ombra e ricevendo l’energia di cui aveva bisogno per essere “profeta”, per annunciare cioè la Parola di Dio nel suo tempo.

Anche a noi il Signore affida il compito di trasmettere la sua Parola e di trasformare il mondo con la forza e la luce del suo messaggio, che, come benefica pioggia, risana ogni terreno e disseta le anime assetate di verità e di bene.

Per questo, nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Efesini, l’Apostolo Paolo raccomanda di comportarci in maniera degna della vocazione ricevuta, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandoci a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace (cf. Ef 4,1-4). L’Apostolo ci ricorda che costituiamo un solo corpo, siamo animati da un solo Spirito, camminiamo verso una sola speranza, abbiamo un’unica vocazione. Sono troppo grandi questi doni spirituali perché possiamo essere divisi o contrapposti gli uni agli altri.

Questi sono gli atteggiamenti che costituiscono e tengono salda la comunione tra i discepoli di Cristo. Al di fuori dell’umiltà, quando si coltivano pensieri orgogliosi e ambiziosi, si produce inevitabilmente frattura e contrapposizione.

Come non ricordare, a questo proposito, l’encomio di San Nicola scritto da San Andrea di Creta? «Chi del resto non ammirerà la tua magnanimità? Chi non proverà stupore del tuo eloquio dolce, della tua mitezza, o del tuo carattere pacifico e supplichevole?». Ricordando l’episodio della conversione del Vescovo Teognide, che, nell’aspro dibattito provocato dall’eresia ariana fu riportato all’ortodossia da Nicola, continua: «Poiché fra voi due era forse intervenuta una certa sprezza, con la tua voce sublime citasti quel detto dell'Apostolo e dicesti: “Vieni, riconciliamoci, o fratello, prima che il sole tramonti sulla nostra ira”».

Così la figura di San Nicola ha un grande ruolo nelle relazioni ecumeniche perché è il Santo più venerato nell’Ortodossia, e specialmente nel mondo slavo. Egli ci ricorda che un vero cammino di dialogo tra le Chiese passa sempre attraverso l’umiltà di cercare il bene e l’interesse dell’altro.

Il brano del Vangelo ci aiuta poi a capire com’è possibile accettare che un altro ci porti dove noi non vogliamo e, nonostante questo, vivere nella gioia e nella libertà interiore. La risposta sta in quel dialogo tra Gesù e Pietro, che si ripete per ben tre volte: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che io ti amo. Gli disse: Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15-18).

Il primo fondamento sul quale si ancora ogni vita cristiana e, all'intemo di essa ogni ministero e autorità nella Chiesa, secondo il Vangelo, è essere innamorati del Signore. Ognuno quando sente quella domanda: «Mi ami?» possa in coscienza, ascoltando il cuore, dire: «Sì, Signore, tu lo sai, io ti amo». È questo amore per il Signore che permette anche di accogliere le tribolazioni e le fatiche, che non ci possono essere tolte nell’incamminarsi dietro a Lui, già in questa vita accompagnate però dalle consolazioni divine e che portano con sé la promessa indefettibile di un premio eterno.

All’Apostolo Pietro inoltre Gesù raccomanda di dare il nutrimento a quel gregge che gli appartiene. Chiediamoci anche noi come possiamo dare il nostro tempo, le nostre energie, i progetti e i desideri perché siano trasformati in funzione del bene della Chiesa, del «gregge del Signore», di quelle «pecore o agnelli» che appartengono a Lui.

È decisivo perciò entrare nella logica del Vangelo e ricordare in particolare quel verbo alla fine del Vangelo di Giovanni: «Seguimi» (Gv 21,19b), legato a quelle parole misteriose che Gesù aveva detto a Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Tale espressione sembra fare riferimento ad una condizione di povertà e di limite, al momento in cui è necessario consegnarsi nelle mani di altri che ci possano guidare.

È proprio questo il cammino che il Signore ci domanda di percorrere, quello dell’obbedienza. Spesso la vita ci pone davanti ad ostacoli e limiti e ci costringe a rinunciare ai sogni e ai progetti. Il Vangelo ci ricorda che è proprio in quell'occasione - in cui «un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» - che la sequela diventa segno trasparente e dimostrazione di un amore distaccato e purificato, che si fa dono generoso e lieto. È quello che vediamo nei santi e in particolare oggi in San Nicola, la cui vita, fin dalla prima giovinezza, fu improntata all’obbedienza. Anche in lui si realizzò la Parola del Signore detta a Pietro, perché sotto l’imperatore Diocleziano venne esiliato e imprigionato: «Un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».

Cari fratelli e sorelle, chiediamo al santo Patrono di vivere nella sequela umile, nel servizio disinteressato e nella logica del dono, per ricevere da Dio il premio che nessuno potrà toglierci.

Rivolgiamoci dunque a lui con una delle preghiere più note con cui lo invoca la liturgia orientale:

«Regola di fede,

icona di mitezza,

maestro di temperanza,

la testimonianza della tua vita

ti ha manifestato al tuo gregge.

Per questo, umiliandoti

sei stato esaltato,

e, facendoti povero,

hai ottenuto ricchezza.

O grande Pastore, Padre Nicola,

intercedi per la salvezza delle nostre anime

presso Cristo che è Dio».

 

Amen.

Card. Pietro Parolin

Segretario di Stato

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