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Noi il problema noi la soluzione

Un invito ad aprire gli occhi e a cambiare logiche. «I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale davanti a questo grido d’angoscia».

Così scriveva Paolo VI nell’enciclica Populorum Progressio del 1967. A più di quarant’anni di distanza, torna ad alzarsi, con rinnovato vigore, la voce del Papa. Stavolta è Benedetto XVI che, nel discorso tenuto ieri alla Fao, rilancia: «È urgente un modello di sviluppo che consideri non solo l’ampiezza economica dei bisogni o l’affidabilità tecnica delle strategie da perseguire, ma anche la dimensione umana di ogni iniziativa e sia capace di realizzare un’autentica fraternità, facendo leva sul richiamo etico a "dar da mangiare agli affamati" che appartiene al sentimento di compassione e di umanità iscritto nel cuore di ogni persona».

In mezzo – tra i due interventi – c’è un mutamento di enorme portata del quadro internazionale e l’affacciarsi di fenomeni nuovi: l’avvento della globalizzazione; lo sviluppo tecnologico irrefrenabile (che in campo agroindustriale ha aperto la porta alla delicatissima questione degli Ogm); il fenomeno del land grab, ossia l’accaparramento delle terre da parte di Stati più economicamente avvantaggiati, l’ascesa di Paesi che solo ieri erano in via di sviluppo e oggi sono prim’attori in campo internazionale. Fra questi, per inciso, figura il Brasile, patria di José Graziano da Silva, neo-direttore della Fao, con un passato al fianco dell’ex presidente Lula, impegnato nell’ambizioso programma "Fame Zero".

Cambia, si diceva, il panorama mondiale, rapidamente e drasticamente. Eppure quel miliardo di persone che soffrono e muoiono per la fame permane e cresce. Nonostante gli Obiettivi del Millennio, solennemente lanciati dall’Onu. La situazione tende addirittura, anche se sembra impossibile, a peggiorare. A causa di un fenomeno relativamente recente, la speculazione finanziaria sugli alimenti: una vera e propria piaga. Alcuni operatori finanziari – è noto – investono grosse somme di denaro nei cosiddetti "derivati", titoli finanziari che, cioè, "derivano" il loro rendimento dall’andamento dei prezzi dei prodotti agricoli sui mercati internazionali. Questi titoli rappresentano altrettante "scommesse" sull’aumento dei prezzi del cibo: chi investe guadagna se la previsione si avvera. In altri termini, ciò significa che nella finanza attuale un’alluvione o una siccità prolungata in una certa area del mondo si possono trasformare in un’opportunità per guadagnare (e tanto!) sul mercato finanziario. Non è forse uno scandalo, questo? Contro tale scandalo è stata avviata di recente una Campagna, dal titolo «Sulla fame non si specula».

Non sta facendo della retorica, dunque, Benedetto XVI quando denuncia gli «atteggiamenti egoistici che partendo dal cuore dell’uomo si manifestano nel suo agire sociale, negli scambi economici, nelle condizioni di mercato, nel mancato accesso al cibo e si traducono nella negazione del diritto primario di ogni persona a nutrirsi».

Denunciando le cause di natura etica della fame nel mondo, il Papa va al cuore del problema. Che non è di natura quantitativa – le risorse per tutti ci sarebbero sul pianeta-terra –, né di tipo tecnico, ma che investe anche gli aspetti sociali e culturali (profondo e interessante l’appello alla tutela della famiglia rurale contro l’urbanizzazione selvaggia) e, in particolare, la qualità delle relazioni all’interno dell’unica famiglia umana. È l’uomo nella sua globalità – ci ricorda il Papa – a rappresentare la chiave di volta del problema. E, al tempo stesso, la sua soluzione.

Gerolamo Fazzini
© Avvenire, 2 luglio 2011
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