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Non applichiamo ai piccoli le categorie degli adulti

Gli abbagli sugli orientamenti sessuali. Uno studio della Yale University, appena pubblicato su Pediatrics di gennaio, si occupa di "loro" in quanto discriminati e puniti con maggior severità dalle autorità scolastiche, dalla polizia e dai tribunali.

Dati più incoraggianti provenienti dalla University of Utah sono invece proposti in questi giorni dal New York Times che ha rassicurato sul fatto che riescono ad avere tanti amici quanto i loro coetanei. In dicembre un articolo del Time ha proposto un altro studio su come sia importante per la loro crescita avere delle famiglie supportive, ossia che ne facilitino lo sviluppo nel rispetto delle loro scelte. Tutti questi articoli parlano di giovanissimi omosessuali, oggetto di indagine e speculazione da parte di psicologi e sociologi negli Usa come in Europa.

Visitando il sito del Family Acceptance Project, in cui troviamo esposti per esteso i dati di quest’ultima ricerca sugli effetti positivi della famiglia, colpisce il fatto di vedere proposta con tale assertività la questione dei bambini omosessuali e bisessuali: assecondare e facilitare il loro orientamento è ritenuto il modo migliore per proteggerli dal futuro abuso di droghe, depressione e tentati suicidi, garantendo loro una vita più serena e felice.

È proprio tale questione che vogliamo affrontare qui: il preoccuparsi dell’orientamento sessuale dei bambini da parte degli adulti, il fatto stesso di porsi il problema. Per i bambini, infatti, i sessi rappresentano solo un dato di natura, osservabile nella realtà. La differenza di genere, sperimentata in primis tramite il rapporto tra quell’uomo chiamato papà e quella donna chiamata mamma, è un fattore dell’esperienza sensibile: nulla di più. Per i bambini i sessi esistono, sono due e – quando le cose vanno bene – sono ritenuti vantaggiosi, ossia in qualche modo (e non importa neanche come) facilitano il rapporto fra le persone.

Se guardassimo un bambino che cresce, ci accorgeremmo che dopo il primissimo interesse per il proprio sesso, associato inizialmente col piacere delle cure igieniche quotidiane, le relative questioni entrano in uno stato di latenza per tornare a riaffacciarsi nel periodo della pubertà, quando la maturazione del corpo inizia a rendere ancora interessante il tema. Ma questa volta accadrà in una veste inedita: cosa posso fare del mio nuovo corpo, pensato sempre in relazione con gli altri.
È un’enormità applicare ai bambini categorie dell’adulto, soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto orientamento sessuale. Nella quasi totalità dei casi si tratta dell’applicazione di teorie potenzialmente predittive ed esse stesse orientanti.

Quali spunti della realtà potrebbe poi utilizzare un adulto per sostenere le sue deduzioni? Forse, con chi gioca il bambino? Quali attività preferisce? Come si veste? A una coppia di genitori che mi riferiva un loro dubbio sull’orientamento del proprio bambino che giocava spesso, e molto bene, a costruire collane e braccialetti con perline di vetro, ho chiesto perché mai si fossero subito precipitati a "sessualizzare" la vicenda. Alla mia ipotesi che potessero avere in casa un novello Pomellato, si sono sorpresi per non averci pensato da soli.

Spesso è lo sguardo dell’adulto a essere sospettoso, col rischio di imporsi sul minore portandolo in una direzione predeterminata. Giù le mani dai bambini, si dice. Ma anche giù da loro quei pensieri e quelle parole che li costringono a sollevare inopportunamente questioni che non li riguardano ancora. L’invito a non scandalizzarli va anche in questa direzione, nel guardarli per quello che sono e non per quello che abbiamo in testa noi. Soprattutto evitando la malizia, qualunque forma essa assuma.

 
Luigi Ballerini
© Avvenire, 20 gennaio 2011
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