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Ogni celebrazione liturgica è una festa nuziale. La dimensione eucaristica della vita degli sposi e della famiglia

Intervento di Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto alla Settimana Liturgica Nazionale. Bari, 29 Agosto 2015

Una solenne celebrazione liturgica, storica e al tempo stesso di portata cosmica, che ha tutti i tratti di una festa nuziale: è lo scenario presentato dall’articolato sviluppo dell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse. Che si tratti di una liturgia lo mostra sin dall’inizio il veggente Giovanni che, informandoci di essersi trovato al tempo delle cose riferite “nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza”, narra di essere stato lì rapito “in spirito, nel giorno del Signore” (1,10), giorno per eccellenza di grazia e di celebrazione. Che si tratti, poi, di una festa nuziale lo testimonia il dialogo conclusivo del libro: “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! … Sì, vengo presto! Amen. Vieni, Signore Gesù” (22,17 e 20). È per queste ragioni che vorrei partire dall’Apocalisse per riflettere sulla dimensione liturgica, in particolare eucaristica, della vita degli sposi e della famiglia[1].

Ciò che accadde al Veggente è espresso in parole intense: “Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba… Mi voltai per vedere la voce” (1,10 e 12). L’espressione “vedere la voce” (1,12) non rimanda solo al vedere o all’ascoltare: è come se attraverso la voce il visibile venga ad ospitare l’invisibile e il silenzio più grande di ogni parola ad abitare le parole. I sensi si aprono alla comunicazione di ciò che nessun senso potrà mai contenere. La parola rende visibile e palpabile, gustabile e odoroso, ciò che nessun occhio vide, nessuna carne toccò, nessun assaggio gustò e nessun profumo riuscì mai a far percepire. “Vedere la voce” è aprirsi all’intelligenza del simbolo, è evocare il Volto desiderato e nascosto, è irruzione dell’Infinito in ciò che è minimo e finito. Proprio così, “vedere la voce” è stare in quella soglia fra il tempo e l’Eterno, che è la liturgia, porta sull’illimitato e luogo dell’avvento sacramentale del Signore.

L’Apocalisse registra una forte esperienza liturgica di Dio e del Suo mistero, un’“estasi”, grazie a cui la celebrazione di un giorno consacrato a Dio - il giorno del Signore - si dilata fino ad abbracciare in un unico sguardo la vita e la storia di ciascuno e di tutti sotto il sole di Dio. Potrà entrare nella celebrazione nuziale narrata dall’Apocalisse chi saprà mettersi in sintonia con l’esperienza spirituale di Giovanni, chi accetterà di essere “rapito” come lui dalla voce divina, aprendosi all’ascolto adorante e stupito di ciò che l’Eterno ha voluto comunicare alla mente e al cuore del Veggente di Patmos e della Chiesa a cui egli scrive. “Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”: è questo l’invito che risuona nella grande liturgia dell’ultimo libro rivelato, appello ad avere un orecchio spirituale, capace di ascoltare e comprendere la lingua di Dio, linguaggio di cui la liturgia dell’Apocalisse, come ogni liturgia dalla Chiesa, offre l’esempio denso e coinvolgente.

1. All’inizio la domanda del cuore

La liturgia del cielo, come quella della terra, muove da una domanda di fondo, quella che ispira ogni ricerca della verità da parte del cuore umano: è la domanda sul senso della vita e del tempo, in particolare sul senso del dolore. Perciò l’Apocalisse è un libro sempre intrigante, che affascina e sorprende, che non lascia mai indifferente chi vi si avvicini ponendosi in ascolto senza paure e senza pregiudizi, proprio come dovrebbe avvenire per ogni esperienza autentica della liturgia. La domanda è espressa al capitolo 5, dove è presentato l’Agnello seduto sul trono, cui viene affidato da Dio il libro sigillato della storia affinché lo apra: come scrive Hans Urs von Balthasar, si tratta di “uno dei passi più grandiosi della letteratura mondiale”[2]. A porre l’interrogativo “a gran voce” - quasi a raccogliere tutte le voci del tempo - è l’“angelo forte”: “Chi è degno di aprire il libro e di scioglierne i sigilli?” (5,2). La domanda potrebbe essere trasposta così: “Chi può decifrare il senso del mondo in quanto natura e in quanto storia? Quale filosofia può spiegare il principio, il centro e la fine del tutto? Di ciò che è sigillato sette volte?”[3]. È la domanda che in un modo o nell’altro tutti ci siamo posti, almeno qualche volta nella vita: questo mondo e la mia vita hanno un senso che superi la fragilità di ciò che passa? C’è una meta alla cui luce possa apparire il significato profondo della fatica di vivere, la bellezza dell’amore appassionato, il valore dell’attesa e della fedeltà vissuta?

Dinanzi a questa domanda la liturgia dell’Apocalisse offre una prima reazione, quella di un generale ammutolirsi: “Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo”! È l’esperienza umanissima di chi non riesce a trovare risposta al dolore che lo interroga, proprio o altrui che sia. Ed è l’esperienza del Veggente di Patmos, in questo più che mai nostro fratello e compagno nella tribolazione: in una sorta di disorientato silenzio, egli singhiozza a voce alta: “Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno”. Nessuno sembra avere la forza di risolvere l’enigma del mondo! Eppure, a questo enigma non ci si sottrae, perché puntualmente esso torna ad inquietarci! È la domanda legata al bisogno di amare e di vincere la morte, che è in tutti, specialmente in chi vive legami profondi di amore. Nel silenzio anche doloroso che attende una risposta, si delinea allora la condizione necessaria per entrare nella liturgia dell’Apocalisse, come in ogni liturgia veramente vissuta: soltanto chi sente la forza e il dolore delle vere domande, potrà avvicinarsi con fiducia al libro sigillato e all’Agnello. Chi avesse perso il gusto di porsi la domanda sul senso d’esistere, chi non soffrisse più dell’intollerabilità dell’ultimo addio, non dovrebbe accostarsi alla rivelazione di Giovanni, alla celebrazione della Chiesa. Per l’Apocalisse, come per la liturgia, vale la condizione espressa dai Padri: “Poteva comprendere il senso delle parole di Gesù, soltanto chi riposò sul petto di Gesù” (Origene, In Joannem 1,6: PG 14,31). Solo l’amore apre alla conoscenza dell’Amato!

Alla domanda è data una risposta: l’Apocalisse la indica nella figura dell’Agnello immolato, del suo sangue versato. È la grande risposta che offre precisamente la liturgia: al suo centro c’è Gesù, il Figlio di Dio, il Cristo, l’Agnello immolato in piedi perché ha vinto la morte, l’Innocente, che si è fatto carico del peso delle nostre colpe e ci ha liberato da esse. La condizione di partire dalla vera domanda si congiunge così all’altra, quella di aprirsi a un’esperienza spirituale che lasci entrare la luce dell’Agnello nelle tenebre dell’anima, nella comunità celebrante, nel cuore del tempo. Sono le due condizioni espresse da Agostino al termine della più bella e tormentata delle sue opere, il De Trinitate: “Signore mio Dio, unica mia speranza, fa che stanco non smetta di cercarTi, ma cerchi il Tuo volto sempre con ardore. Dammi la forza di cercare, Tu che ti sei fatto incontrare, e mi hai dato la speranza di sempre più incontrarTi. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa che mi ricordi di Te, che intenda Te, che ami Te. Amen!”[4]. Le gioie e i dolori della vita, in particolare quelle sperimentate da chi si sforza di vivere la quotidiana fedeltà a un’alleanza d’amore, entrano nella liturgia e la rendono viva, culmine e fonte della vita pienamente vissuta.

2. Dalla domanda all’ascolto

L’incontro fra la grande domanda e la luce dell’Agnello si compie nell’Apocalisse in un suggestivo contesto liturgico, nel dialogo dell’assemblea celebrante, chiamata ad accogliere l’opera di Dio con la beatitudine propria della fede:  “Beato chi legge e coloro che ascoltano le parole della profezia e osservano quanto vi è scritto: il tempo infatti è vicino” (1,3). Il rapporto tra proclamazione della Parola e ascolto credente - già tipico della liturgia sinagogale - viene vissuto nel contesto della comunità cristiana, che celebra il “giorno del Signore” (1,10). Questa espressione - che non ricorre mai altrove nel Nuovo Testamento e nella letteratura cristiana primitiva - è il segno dell’invenzione di un nuovo linguaggio, che nasce a partire da un’esperienza centrale, la stessa che successivamente sarà designata con l’aggettivo posto accanto al termine “giorno” - “kyriakè heméra”, “dominica dies” - per divenire poi sostantivo a sé, “domenica”. “Giorno del Signore” non vuol dire soltanto “giorno a Lui consacrato”: il genitivo è anche soggettivo. Si tratta, cioè, del giorno in cui il Signore si fa totalmente protagonista nella vita del Suo popolo, giorno nel quale è Lui a presentarsi ai suoi come Vivente e datore di vita: è Gesù sacerdote e re, che “si trova al centro della totalità della sua Chiesa in preghiera, simboleggiata dai sette candelabri d’oro”[5]. Il Risorto viene e interviene, parla ed agisce in mezzo al suo popolo, bussa alla porta ed è pronto ad entrare nel cuore che gli apre. Liturgia di questo incontro è l’Apocalisse: celebrazione dell’avvento dell’Amato che visita la sua Chiesa e la inonda della Sua luce e della Sua bellezza.

Tutto nell’Apocalisse richiama il clima della liturgia: le intercessioni dei santi (cf. 8,3s); il linguaggio, evocativo e simbolico; lo spazio dato al silenzio (cf. 8,1); il ruolo dell’incenso (8,5); il canto (si pensi alle quattro volte in cui ritorna l’Alleluia: 19,1.3.4.6). La stessa struttura del testo è liturgica, scandita da tre esperienze forti dello Spirito (1,10; 4,2; 22,17), che corrispondono alle tre tappe della liturgia eucaristica: la tappa della purificazione, che salda la nostra storia di peccato e di miseria alla misericordia divina; la tappa dell’illuminazione, che lascia entrare la luce di Dio negli abissi del tempo e del cuore; la tappa dell’unione, in cui l’incontro si compie e il cuore toccato da Dio diventa capace di realizzare nella vita le opere da Lui richieste. Nell’Apocalisse le tre tappe - che sono anche quelle della liturgia celebrata dalla Chiesa - sono articolate in maniera precisa, anche se con sviluppo diseguale: la prima parte consiste nella purificazione del cuore (1,4-3,22), vissuta attraverso la confessione dei peccati; la seconda comprende l’illuminazione del tempo e della vita alla luce dell’Agnello (4,1-22,5), ed è quella in cui si cerca di interpretare gli eventi della storia in rapporto alla Pasqua del Signore, in modo da poter vivere la vita nella sequela di Gesù, sotto il sole di Dio; la terza parte conduce all’unione con Dio (22,6-21), attraverso un dialogo liturgico fra i protagonisti, che celebra la vittoria finale dell’Agnello e la partecipazione ad essa di quanti sono diventati suoi nella fede, nella carità e nella speranza. La vita dei credenti e dell’intera comunità, la vita di chi ha stretto e vive legami d’amore come gli sposi, è portata a Cristo per essere da Lui purificata, rinnovata e rilanciata nel cammino dei giorni verso l’eternità.

Si comprende qui come la fedele partecipazione alla liturgia della Chiesa - celebrazione delle sue nozze con l’Agnello - possa aiutare gli sposi e le famiglie cristiane a rinnovarsi continuamente nella fedeltà alle esigenze della vocazione all’amore: nell’Apocalisse la confessione e la purificazione dal peccato sono sviluppate in un intenso dialogo liturgico (1,4-8), in cui a parlare è l’assemblea, articolata nelle sue diverse componenti; quindi, il Veggente racconta la sua esperienza dell’incontro col Cristo (1,9-20), e lo fa mediante un racconto contagioso, che trasmette il contatto sempre rinnovato col Risorto, che illumina e si estende a tutti i giorni, fino al rapporto col Cristo nell’oggi. Infine, il Signore vittorioso indirizza le sue parole all’assemblea, simbolo della Chiesa nella sua pienezza, che si fa presente in ogni assemblea liturgica (2,1-3,22). La concretezza di ombre e di luci della vita portata a Dio nella celebrazione è raggiunta e illuminata dal Signore Gesù, “che ci ama e ci ha sciolti dai nostri peccati nel suo sangue, e ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il Dio e Padre suo” (1,5-6). Per bocca del liturgo è lo stesso Signore è il Cristo a presentarsi alla comunità celebrante: “Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è e che era e che viene, l’Onnipotente!” (1,8).

L’estasi di Giovanni, dunque, liturgia celebrata nel giorno del Signore, è tutt’altro che evasione consolatoria: essa porta nel cuore di Dio la vita delle Chiese, dai nomi concreti e dalle vicende reali, e la vita della Chiesa, dovunque presente del tempo e nello spazio, come anche la vita di tutti i pellegrini dell’Eterno nella vicende del tempo. Non solo alle sette Chiese di allora, dunque, il Cristo si presenta vivo per pronunciare imperativi forti, esigenti ed efficaci: egli parla anche a noi. La descrizione che Gesù fa del destinatario ci tocca tutti: “tu sei - fai”, “convertiti”, “diventa”… Sono verbi che ci riguardano, parole di vita su cui è necessario confrontarci tutti. Si evidenziano i volti del male e la via della conversione: “Il messaggio, rivolto alle singole chiese, ha una portata generale e perenne: è diretto alla totalità (sette) delle chiese; gli accenni a situazioni particolari sono universalizzati mediante la simbolizzazione dei nomi… è la parola viva di giudizio, di purificazione, di esortazione, che è rivolta da Cristo alla sua chiesa di ogni tempo”[6]. È quello che avviene in ogni liturgia celebrata in maniera propria e fedele.

L’opera che il Signore chiede e ama è la costanza, il lasciarsi fedelmente amare da Lui, che è fedele e sa renderci ogni giorno di nuovo capaci di amare: “Diventa fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita” (2,10). “Poiché hai osservato la parola della mia costanza, anch’io ti preserverò dall’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra” (3,10). Il peccato è l’infedeltà, l’Amore non amato, l’ingratitudine verso Colui che ci ha dato tutto. L’opera richiesta ai credenti “è semplicemente una risposta a ciò che si è ricevuto; è la fede vissuta, l’amore vissuto”[7]. Come diceva il gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dalla barbarie nazista: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la costante fedeltà e l’adorazione mai tradita”. La prima parte dell’azione liturgica dell’Apocalisse, che si ritrova analogamente in ogni liturgia ecclesiale, si concentra così in un forte appello alla conversione, che non è affidata alla semplice volontà della creatura, ma annunciata come dono che il Vivente viene a farci, se solo gli apriamo la porta del cuore: “Io rimprovero e castigo quanti amo: sii dunque zelante e convertiti. Ecco, sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me” (3,19-20).

3. La trasfigurazione del cuore e del tempo (4,1-22,5)

Purificata dal giudizio di verità del Dio che è venuto e che viene, l’assemblea liturgica si apre alla visione della storia nel suo insieme come nei singoli eventi alla luce dell’Agnello immolato e risorto, in modo da poter vivere la vita nel discepolato fedele di Lui, il Signore Gesù. In questa parte della liturgia dell’Apocalisse il discepolo è presentato come chi legge l’ora e il futuro, personale e collettivo (cf. 4,1), alla luce di tre fondamentali parametri: la sovranità di Dio Padre (4,2s. 9s. ecc.); il Suo piano di amore (il libro dai sette sigilli: 5,1ss); e il Crocifisso Risorto (l’Agnello immolato in piedi: 5,6), in cui la luce divina ci è stata rivelata e donata. Chi si lascia illuminare da questa luce è come la Donna “vestita di sole” (12,1), figura dell’assemblea celebrante della prima alleanza e della Chiesa, e non di meno la Madre del Messia, la donna Maria, icona di ogni credente che si lascia inondare dalla luce divina e legge la vita e la storia in Dio. L’ingresso della figura centrale dell’Agnello è preparato dalla grande domanda, sottesa a tutta l’Apocalisse e ad ogni liturgia: “Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?” (5,2). È la domanda decisiva di cui abbiamo parlato, l’interrogativo ineludibile circa il senso della storia e della vita di ciascuno e di tutti. La constatazione che “nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di osservarlo” (5,3) è dolorosamente vera: “I tentativi di qualsivoglia concezione del mondo, religione o filosofia falliscono nell’impresa”[8]. È nel contesto di questa tensione drammatica, eco dell’attesa dell’intero creato, che entra in scena l’Agnello.

Come osserva giustamente Hans Urs von Balthasar, in questa scena va riconosciuto il filo rosso di tutta l’Apocalisse, ma anche di ogni liturgia, in essa esemplificata. L’Agnello ha la pienezza dell’energia messianica (“sette corna”) e dello Spirito (“sette occhi”: 5,6), eppure è una figura storica precisa, quella che l’attesa messianica di Israele aveva presentato come “il leone della tribù di Giuda, la radice di Davide”, colui che sarebbe germogliato dal tronco di Iesse, il padre del re Davide (cf. 1 Sam 16,1ss.). Quest’Agnello appare immolato, porta cioè evidenti i segni della Sua passione, sebbene sia ritto in piedi, a significare la vittoria sulla morte segnata dalla Sua resurrezione: siamo qui di fronte all’immagine più densa dell’Apocalisse, quella che sintetizza in forma potente il mistero pasquale come storia della storia, chiave del tempo e fonte di giudizio e di salvezza dell’intera vicenda umana e cosmica. È all’Agnello che viene consegnato il libro. È qui che si coglie il vangelo dell’Apocalisse, che è poi semplicemente la buona novella cristiana proclamata e celebrata in ogni liturgia: a svelare il senso della vita e della storia, a darci la luce che illumina ogni cosa, è l’Agnello immolato in piedi, colui cioè che, pur essendo di condizione divina, ha fatto suo il nostro dolore sulla Croce e con la sua resurrezione lo ha portato nel cuore stesso di Dio per redimerlo e superarlo.

L’Apocalisse - come ogni esperienza liturgica cristiana - legge il tempo e la vita alla luce di questa fondamentale certezza della fede: Dio non è restato lontano da noi nella Sua trascendenza, ma ha accettato di abitare il nostro dolore, di assumere il nostro peccato, di morire la nostra morte, perché la Sua vittoria sulla morte fosse la nostra, la Sua liberazione dal male ci raggiungesse, la Sua gioia risplendesse come possibile - impossibile amore, donato alla nostra fatica d’amare. È alla luce della figura umile e sovrana dell’Agnello immolato, ritto in piedi, che l’Apocalisse, come la liturgia, legge la vicenda umana. La commistione di morte e di vita, di dolore e di gioia, di abbandono e di vittoria, è la chiave di comprensione della lotta del discepolo e di quella della Chiesa nel tempo: “Mors et vita mirando conflixere duello” - “Vita e morte si sono affrontati in un mirabile duello”. Si delineano i tratti della battaglia, in cui si riassume simbolicamente la storia intera del mondo. È una lotta nella cui luce l’assemblea orante discerne - tanto nella propria esperienza, quanto potenzialmente in quella di ogni essere umano - i vuoti, le carenze e le sfide, dove la vittoria di Cristo dev’essere ancora portata a compimento.

L’intera esistenza redenta, e in particolare quella di chi vive l’alleanza sponsale, è come assunta e trasfigurata nella celebrazione liturgica, non a caso esemplificata sin dall’Apocalisse in una festa nuziale: la storia è tutta una lotta fra l’aspirazione all’innocenza salvifica e l’odio assurdo e violento del Male, fra la povertà assetata di vita e la morte, che sembra regnare su tutto, e il dono vittorioso dell’amore di Dio offerto in Cristo. È l’intera vicenda umana convocata sotto la signoria dell’Eterno, rivelato nel Figlio incarnato, morto e risorto per noi, che tutto ordina all’ultimo fine, pur nel rispetto della libertà donata alle creature. In questo scenario grandioso riveste un ruolo centrale la scena del capitolo 12, dove è presentato il “grande segno” nel cielo: la Donna, rivestita di sole con la luna sotto i suoi piedi, e il Bambino, assaliti da Satana e vincitori per la potenza di Dio (cf. 12,1ss). Lo sfondo biblico del racconto è palese col richiamo al testo di Genesi 3,15, che annuncia l’inimicizia perenne fra la Donna e il Serpente, fra il seme di questi e il seme di lei, che schiaccerà il capo del serpente. Parimenti è evocato il contesto dell’eso­do, col tema del deserto (12,6) e col motivo delle ali di aquila date alla Donna per volare verso di esso (cf. 12,14 e Es 19,4). Nella Donna si lascia intravedere il popolo di Dio delle due alleanze, l’antico Israele che trova il suo compimento nel nuovo.

Al tempo stesso, questa Donna è la Madre del Messia, che partorisce “un figlio maschio, destinato a go­vernare tutte le nazioni con scettro di ferro”, “subito rapito verso Dio e verso il suo trono” (12,5), generato nel dolore, oggetto della feroce avversione del Drago (cf. 12,4b), ed elevato al trono di Dio (12,5). Il trionfo pasquale del Figlio della Donna è anticipo e promessa del trionfo finale della Chiesa della nuova alleanza, anche se essa vive al presente le doglie e il travaglio del parto, attraver­sando il suo deserto, tempo di prova e di grazia analogo a quello dell’antico Israele. La lotta del Drago contro la Donna sta a significare la battaglia in cui si realizza la storia della salvezza, dalla creazione alla redenzione attuata nel Figlio della Donna. È in questo scenario drammatico che giunge risolutivo l’intervento divino, compiuto dal Cristo nella sua condizione sacrificale e di risorto, Signore e Giudice della storia. Egli ha già vinto, anche se la Sua vittoria non ancora ha raggiunto ogni realtà: fra questo già e questo non ancora, la liturgia attualizza il Suo avvento, rende presente la Sua vittoria e fa crescere i pellegrini della fede verso il compimento promesso.

In questa situazione di attesa e d’impegno, illuminati dalla promessa, ciò che conta è “resistere” (hypomoné, termine che nell’Apocalisse corrisponde al “rimanere” - ménein presente 36 volte nel Quarto Vangelo). L’amore è resistenza al male, è tener testa al demoniaco in azione (9,1-11. 13-17). Ciò che conta per l’Apocalisse è rimanere fedeli: la fedeltà all’Amato, anche nel buio della notte e nella lacerazione della prova, è il senso della vita, è la vittoria che vince il mondo, è l’ultimo significato della storia e della scena mirabile e tremenda di questo mondo che passa. Questa fedeltà è insieme unica e duplice: alla terra e al cielo, al tempo e all’eterno, agli uomini e a Dio. Vivere nella forza che la liturgia ci offre è coniugare le due fedeltà in un unico, fedelissimo amore: e si comprende quanto questo aiuto sia necessario a chi si è promesso amore eterno e deve affrontare ogni giorno la fatica di rinnovare il sì di questo amore nell’umile quotidianità del tempo. Perciò la liturgia, specialmente eucaristica, è autentico pane del cammino, nutrimento indispensabile per chi ha creduto all’amore e nell’amore fedele vuole vivere vincendo tentazioni, prove e avversioni sotto il sole di Dio, come avviene nella vita di tanti coniugi sostenuti dalla fede e dallo Spirito del Signore.

4. Anticipo della bellezza senza fine (22,6-21)

Gli ultimi due capitoli dell’Apocalisse descrivono il compimento del mondo creato e della storia nel segno della vittoria di Dio, anticipata e promessa nella Pasqua dell’Agnello, l’Innocente morto e risorto alla vita. Questa vittoria va realizzandosi progressivamente nella lotta cosmica, figura della condizione agonica della fede nel tempo, significata dalla battaglia del Drago contro la Donna vestita di sole e contro il Figlio che ella partorisce. Il sole irradiato da Dio nella Pasqua di Gesù riveste la Donna Chiesa, che trova nella Donna Maria il proprio modello e tipo, la propria Madre e Regina, e la rende capace di sostenere la lotta e di vincere, resistendo nella fedeltà dell’amore fino alla pienezza escatologica, promessa, attesa, sperata e già anticipata in qualche misura nel discepolo e nella Chiesa che hanno perseverato. Perché questa pienezza arrivi c’è però ancora bisogno di preparazione e di attesa: questa attesa sarà lunga, ma non durerà per sempre. Essa, anzi, dovrà essere vissuta nel segno del “presto” (cf. 1,1; 2,16; ecc.): “Il tempo è vicino - Io vengo presto - vieni!”.

L’Apocalisse ha contribuito decisamente a trasmettere all’intera spiritualità cristiana quest’urgenza, quest’ansia del compimento, questa coscienza che la scena del mondo passa e viene a noi il Desiderato, l’Atteso che è inseparabilmente l’Amato, Colui che si è fatto Servo per amor nostro, e per noi è stato esaltato nell’ora di Pasqua quale Signore della storia passata, dell’oggi che si consuma e del tempo futuro, quando verrà come Giudice di misericordia e di giustizia. Ed è quello che ha fatto e fa la celebrazione liturgica nel cuore della Chiesa e di ogni credente che vi partecipi con fede, educando a una condizione di desiderio e di attesa, di amore struggente e di timore e tremore, resa in maniera singolarmente efficace nell’epilogo del libro (22,6-21), che coincide con la parte della liturgia che potrebbe chiamarsi dell’unione con Dio e della missione che da essa scaturisce. Quando nell’Apocalisse colui che presiede dice “Chi ha sete venga” (22,17), ciò vuol dire che l’eucaristia è lì per essere offerta e ricevuta: è quanto avviene nell’invito a comunicarsi nella celebrazione eucaristica. Tutto l’epilogo del libro richiama il carattere di liturgia dilatata, proprio del testo, e lo fa attraverso un dialogo articolato, in cui tornano le figure presenti sin dall’inizio, Cristo e l’angelo interprete, il veggente Giovanni e l’assemblea celebrante. L’Apocalisse si chiude, come era iniziata, in uno scambio di invocazioni e di promesse in atto di realizzarsi, che ha luogo fra i protagonisti (22,6-21).

La figura dominante nello stupendo dialogo liturgico conclusivo del libro è quella di Colui che viene: davanti a Lui, in atto di invocarlo, di attenderlo e di accoglierlo, sta la Sposa vivificata dallo Spirito. È significativo che ritorni qui una figura femminile, richiamo della Donna della scena centrale della battaglia escatologica. Perché, ancora una volta, una Donna, come nell’ora del primo peccato e in quella dell’annunciazione, come nella Chiesa del Cenacolo e come nella grande battaglia col Satana?  Donna è grembo in cui viene ad abitare l’avvento, sguardo che legge l’invisibile che arriva, vita che germina e nasce alla luce, avvenire che giunge. Donna è ascolto, attivissima passività, accoglienza creatrice, docilità forte, capace di dono e di abbandono. Donna è la Eva del primo rifiuto, madre dei viventi e della ferita radicale, che come resistenza sorda e tenace si oppone alla luce dell’Agnello, finché non sia lavata dall’acqua della vita. Donna è Maria, nuova creazione, inizio nuovo del mondo, Vergine, Madre e Sposa, arca dell’alleanza, modello della fede. La Sposa dell’Apocalisse diventa allora la figura di ogni cuore che accoglie l’avvento, di quella fede necessaria, senza cui l’Onnipotente, rispettoso della libertà della creatura, non può compiere le meraviglie promesse. La luce dell’Agnello non risplenderà che dove le si apra la porta: la Donna Chiesa, come la Donna Maria, nasce dall’“Eccomi”. Ed è l’“eccomi” di ciascuno che l’Apocalisse evoca nella figura della Sposa: l’eccomi che diventa il grido dell’attesa, l’invocazione fedele e ritornante all’Amato, “Vieni!”.

Davanti alla Sposa, in atto di venire c’è l’Amato, Colui viene, il Cristo Gesù. È Lui l’Agnello che è stato immolato e che, vinta la morte, sta ora in piedi a significare la propria signoria eterna. È Lui che è venuto. È Lui che viene. È Lui che verrà. In quest’ultimo dialogo di fede e di amore, Gesù “è soprattutto il nostro futuro. Siamo ancora nel crepuscolo del mattino: il giorno pieno sarà la realizzazione di Cristo tutto in tutti. E intanto Lui significa speranza, slancio, freschezza e gioia, coraggio di rischiare, impulso a rimetterci all’inizio di ogni giorno in cammino verso le vette azzurre del suo amore saltando i crepacci delle nostre depressioni, illuminati e guidati dalla sua luce. Per noi, così, è sempre mattino, il mattino di Pasqua”[9]. Sta qui il significato della presenza di Cristo al compimento della liturgia narrata nel libro, come di ogni liturgia: Gesù è il Signore che viene, il Vincitore ieri, oggi, nel tempo della Chiesa, e domani, quando verrà nella gloria. Il Cristo invocato dal grido ripetuto “Vieni!” è Colui che certamente viene: il Venuto verrà; “Marana tha” - “Vieni Signore”; “Maran athà” - “Il Signore viene!”. Così prega in aramaico la liturgia della Chiesa nascente (cf. 1 Cor 16,22), di cui è eco l’Apocalisse.

Nel dialogo fra la Sposa e l’Atteso che viene si può cogliere, allora, in maniera densa e sintetica il messaggio dell’intera Apocalisse, che è anche quello di ogni liturgia in cui si attualizza il mistero celebrato nello scenario grandioso dell’ultimo libro della rivelazione. La liturgia dell’Apocalisse, come quella della Chiesa, educa anzitutto al disincanto del mondo: dinanzi all’orizzonte dell’Eterno, quale si offre nella vittoria pasquale del Messia, più che mai evidente appare l’evanescenza dello spettacolo mirabile e tremendo, appassionato e caduco del mondo che passa. Questa percezione di precarietà di ogni cosa di fronte alla misura più alta dà all’intero libro, come a ogni liturgia, un sapore tragico e struggente, quale solo la fede nella vita eterna e nella resurrezione finale della carne può offrire: solo il disincanto nei confronti della pretesa assolutezza del mondo dà spessore reale alla dignità della vita e dell’orizzonte terreno; solo la vita eterna e il giudizio divino, che nella liturgia vengono a farsi presenti, conferiscono serietà radicale alla vita, perché pongono davanti a scelte ultime, in cui si gioca tutto ora e per l’eternità. Un mondo idolatrato in se stesso spoglia l’esistenza della sua sfida più profonda: il disincanto del mondo, cui la liturgia educa, è condizione di possibilità dell’amore più grande, perché apre al rischio supremo, all’ultimo addio, alla scelta che esclude, dalla parte dei segnati per la vita o dei condannati alla seconda morte (Ap 2,11; 20,6; 21,8). Chi vive la quotidiana esperienza della fedeltà all’amore nuziale comprende quanto questo disincanto sia necessario!

Un altro, decisivo messaggio che viene dall’Apocalisse è quello dell’attesa vigilante dei cieli nuovi e della terra nuova (cf. 21,1), e della certezza, fondata nella Pasqua di Gesù, che essi verranno. In tal senso, l’Apocalisse è il libro della speranza collettiva: e la liturgia che attualizza nell’oggi la Pasqua dell’Apocalisse è nutrimento della speranza per la vita di ognuno e per la vicenda di tutti. Alle comunità provate dalla persecuzione l’ultimo libro della Scrittura annuncia la vittoria finale dell’Agnello: già iniziata nella morte e resurrezione di Cristo, essa non è ancora pienamente stabilita per ognuna delle creature redente. Il tempo della tribolazione è passaggio che prepara l’avvento della gloria: esso durerà finché tutti i segnati avranno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello (cf. 7,14). Il mistero pasquale si offre perciò come la chiave dei destini del tempo: la storia della storia è narrata in esso, perché quanto è avvenuto al Signore Gesù avverrà in quanti avranno creduto in Lui e lo avranno seguito nella via della vita. È il messaggio della rappresentazione sfolgorante della Gerusalemme celeste (21,1-2; 22,1-5), che in ogni liturgia è evocato e vissuto nell’anticipazione simbolica. Per chi vive l’alleanza nuziale un simile messaggio è quanto mai prezioso, tanto nelle ore di grazia e di consolazione, quanto nelle ore di prova: nella fede i due possono sapere che non sono né saranno mai soli, perché il Cristo che è venuto, viene sempre di nuovo anche per loro. Il futuro ultimo è assicurato ai viandanti del tempo come un futuro di bene, nell’ora in cui il mondo intero sarà la patria di Dio! Quest’assicurazione che la liturgia offre non esime, però, dalla lotta, la rende anzi più ardua ed esigente. L’ottimismo dell’Apocalisse, come quello della liturgia, non ha nulla di scontato o di banale, ma è - come usava dire Emmanuel Mounier - un “ottimismo tragico”, attesa vigile e impegnata delle cose venienti e nuove, che sono state promesse nella resurrezione del Crocifisso, attualizzata appunto nella liturgia. Sperare insieme è grazia da invocare e impegno da vivere con rinnovata fedeltà ogni giorno.

Infine, il messaggio di disincanto e di speranza si congiungono per motivare un nuovo affidamento al Dio vivente in coloro che sono impegnati nella lotta: libro della speranza della fede, l’Apocalisse è anche il libro dell’interiorità salvata, della forza e della gioia attinte dal dialogo liturgico con il Signore che viene e lo Spirito che grida in coloro che lo attendono, della lode che ritorna come trama costante di riconoscimento dei doni dell’Eterno e di celebrazione della Sua gloria. Il libro è in tal senso una ricchissima scuola della liturgia vissuta nella fede, un esercizio in atto della preghiera di lode e d’intercessione della Chiesa, uno sperimentare la grazia dell’invocazione collettiva, che non esime mai dal personale affidamento a Dio. L’Apocalisse è capace di far vibrare le corde più intime dell’anima e di suscitare in chi entra nelle strategie retoriche del suo straordinario Autore un movimento di risposta alla rivelazione e alla chiamata dell’Eterno. In questo dialogo liturgico, il singolo non si scopre perduto: al contrario, il senso di appartenenza al popolo della lode e dell’invocazione lo conferma nell’atto di fede, lo stimola all’audacia della preghiera. È quanto la liturgia consente di vivere a chiunque si accosti ad essa con consapevolezza e docile attesa. Per quanti sono uniti nell’alleanza nuziale, il nutrimento dell’interiorità di ciascuno nella fede nulla toglie alla comunione fra i due, la rende anzi più profonda e solida nell’attingere alle sorgenti eterne dell’amore.

È così che la liturgia lancia ponti fra l’eternità e la storia, non solo nell’oggettività della parola o della visione che vengono dall’alto, ma anche suscitando il movimento del cuore che si affida, delle labbra che cantano il canto della speranza della fede, per prepararsi a cantare il cantico dell’Agnello vittorioso nell’ora della gloria senza tempo. Nulla, forse, come la mistica è capace di esprimere il senso di questa interiorità salvata, aperta a Dio e desiderosa di Lui, che la liturgia permette sempre di nuovo di sperimentare. Lo testimonia un’innamorata partecipe della liturgia della Chiesa nella fedeltà dei giorni, Raïssa Maritain, che alla scuola dell’eucaristia ha nutrito la Sua gioiosa fedeltà di sposa, in versi non a caso intitolati Transfiguration (non è l’azione liturgica una partecipazione sempre nuova all’esperienza del Tabor?):

 

Quando t’avrò vinto o mia vita o mia morte

Quando t’avrò vinto - amore

E sarò fatta conforme all’amore eterno

Come un uccello che batte le ali

Che discioglie nel suo volo i legami della terra

Quando t’avrò vinto ostile fascino della felicità

E avrò conquistato la mia libertà celeste

Quando avrò sconfitto la gioia e lo sconforto

Quando avrò superato le vie dei desideri

E avrò scelto il cammino più duro

Come il cielo notturno sconfinato e puro

Nell’armonia vera di tutte le stelle

Sarà il mio cuore nell’armonia della grazia

Ma ti avrò salvato – amore

Di te avrò salvato la vita e non la morte

E t’avrò incontrato - felicità

Dopo aver dato al mio Signore tutto di me stessa

Come un vascello fortunato

Che rientra nel porto col suo carico intatto

Approderò in cielo col cuore trasfigurato

Recando offerte umane e senza macchia[10].

Bruno Forte

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[1] Tutte le citazioni dell’Apocalisse sono tratte dalla traduzione da me stesso curata: cf. B. Forte, Apocalisse, Introduzione e traduzione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2000. 20062. Rimando pure al mio libro Sotto il sole di Dio. L’Apocalisse e il senso della storia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2008.

[2] H.U. von Balthasar, Il Libro dell’Agnello. Sulla rivelazione di Giovanni, Jaca Book, Milano 2007, 75.

[3] Ib.

[4] De Trinitate, 15, 28, 51.

[5] U. Vanni, Apocalisse, Queriniana, Brescia 200312, 71: cf. 1,12-16.

[6] Ib., 31.

[7] Ib., 67.

[8] Ib., 47s.

[9] U. Vanni, Apocalisse, o.c., 131.

[10] R. Maritain, Poesie, Massimo - Jaca Book, Milano 1990, 122s.

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