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Oltre obesità e delusioni

«Non è un rito del passato». Il Papa dice questo del Battesimo. Ma vale anche per la Quaresima, con le sue liturgie e le sue pratiche. Non è un rito del passato la Quaresima. È un rito del passaggio. L’approssimazione alla soglia. Il cammino – esercizio dello spirito e del corpo – che porta a destinazione ogni volta, per ciascuno, l’energia dell’avvento di Dio. Evento che ha dato una scossa definitiva al mondo: quel mondo che si richiude su se stesso, e su di noi, come «un sepolcro senza futuro».

Dall’imboccatura della vita volano via, ogni volta, enormi pietre: effetti delle rovine che la generazione che precede lascia, senza alcuna grazia, sul campo della generazione che viene. Il messaggio di quelle rovine – esperimenti di «vita migliore», ci avevano detto – è desolante: «non c’è via d’uscita», c’è scritto, sulle pietre che ci hanno lasciato. Effetto estremo della presunzione, alla quale gli umani non sanno rinunciare nemmeno quando affondano. Non contenti di metterci in croce con i loro errori, non rinunciano a imporci la loro delusione come un comandamento. E guai a chi non si adegua. Vi rendete conto in che mani siamo caduti, nel momento in cui abbiamo incontrato uomini che, finalmente prendono in mano il loro destino (e il nostro)?

Non è un rito del passato, il Battesimo. È un sacramento che riapre il tempo alla grazia della sua destinazione. Sbarra la strada ai deliranti esperimenti dell’autorealizzazione e toglie argomenti alla disperazione dell’essere generato all’illusione. Lungo il solco, segnato dall’acqua e dallo Spirito, prendono sostanza e peso tutti i segni, tutti i gesti, tutte le parole, tutti i legami ai quali affidiamo le parti migliori di noi. Il Battesimo apre la strada nel campo minato della storia degli uomini e la lascia segnata per i cuccioli di chiunque. Esiste un passaggio.

«Dio ha creato l’uomo per la risurrezione e la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all’economia».

Non è il rito della malinconia, la Quaresima. Il detto proverbiale sui toni e sulle facce "quaresimali" sbaglia di grosso: dobbiamo fare di tutto per restituirlo alla sua futilità. La Quaresima, oggi, è anche rito dell’ironia: che sorride in faccia ai gufi della fine della storia. È la riapertura della storia, in favore di una civiltà che segna il passo e si scava la fossa.

Le facce quaresimali, ormai, stanno impresse sulle maschere del godimento. Non è più una tesi filosofica: ce lo si legge proprio addosso. L’obesità delle nostre abitudini pigre e insaziabili ci rende insensibili a tutto. Il nostro tono di voce è perennemente alterato, il nostro gesto isterico, il buco nero della nostra rassegnazione è pieno di rughe sotto gli occhi. Il naso è spiaccicato sul cellulare, non vediamo più niente. L’ambiente è totalmente sonorizzato: non sentiamo più niente. La riflessività della vita non ha più neanche un varco piccolo così per arrivare al cervello.

Il digiuno affila la mente. La rinuncia rende acuto lo sguardo. L’esercizio dello spirito ingentilisce il gesto. L’eleganza del distacco ridona sensibilità all’essenziale. La silenziosa lotta con il male rende affidabili. Il credente transita così, con gesto sobrio e discreto, attraverso le anime flaccide e sepolcrali delle nuove divinità d’Occidente. Impara ad abitare coraggiosamente la disperazione della vita che vive per niente. Insegna a morire per qualcosa di enorme che riguarda tutti.

Segna la soglia del mistero. E ci rende capaci di varcarla. Perché la generazione che viene esca dall’incantamento che l’istupidisce preventivamente: a caro prezzo. E ritorni sveglia per l’attrazione della vita che sta oltre la barriera. Deve finire questo paese dei balocchi: e deve ritornare, infine, il senso della vita come storia. Altroché, se deve.

Pierangelo Sequeri
© Avvenire, 9 marzo 2011
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