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"Onu, riconosci la Palestina"

Lo storico passo è stato infine compiuto: Abu Mazen ha presentato ufficialmente all'Onu la richiesta di riconoscimento di uno "Stato entro i confini del 4 giugno 1967"

Che la Palestina diventi all'onor del mondo uno Stato libero e sovrano. Con tanto di seggio alle Nazioni Unite. Un'emozionante standing ovation di ben più della metà dei delegati dei 193 Governi presenti alla sessantaseiesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha salutato l’annuncio dato venerdì 23 settembre dal Presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas (meglio noto come Abu Mazen), con il quale ha reso noto a tutti di aver introdotto presso il Segretario Generale Onu, Ban Ki-moon, la richiesta formale di ammissione a pieno titolo alle Nazioni Unite dello Stato palestinese.

Le negoziazioni di queste ultime ore, le proposte alternative avanzate da diversi Governi, i richiami al dialogo e al compromesso fatti da potenze del calibro di Usa e Ue non hanno impedito al leader palestinese di portare a termine quanto ampiamente annunciato nei giorni scorsi: il popolo palestinese chiede il riconoscimento di uno Stato sovrano e indipendente, a pieno titolo parte della comunità internazionale e delle sue istituzioni, e la totale applicazione della Risoluzione ONU del 4 giugno 1967 con la quale ben 44 anni orsono le Nazioni Unite si erano già pronunciate in favore della soluzione retta dal principio di “due popoli due Stati” quale via di uscita dal conflitto tra Israele e Palestina.

Il leader palestinese, presentandosi come unico rappresentante legittimo del suo popolo e avocando alla Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) il diritto di parlare a nome di esso, ha tenuto un discorso netto: non si torna al tavolo dei negoziati sino a quando il Governo di Tel Aviv non avrà messo fine all’occupazione “colonialista e militare” perpetrata dai coloni attraverso l’espansione degli “insediamenti” nei Territori; non eliminerà il muro costruito sui confini dei due Stati che “separa le famiglie e impedisce l’accesso alle moschee e alle chiese dei fedeli”; non rilascerà i prigionieri politici detenuti nelle sue carceri; non riconoscerà i pieni diritti dei rifugiati palestinesi dentro lo Stato israeliano; non accetterà la sovranità dello Stato palestinese con capitale a Gerusalemme orientale.

Condizioni che, come prevedibile, sono state rifiutate e confutate dal successivo intervento del premier israeliano Benjamin Netanyahu tenuto sempre nel corso della mattinata di venerdì 23 settembre, il quale ha cercato di controvertere le tesi palestinesi appellandosi “alla verità” a suo modo di vedere spesso negata e mistificata da ideologismi imperanti a livello internazionale. Senza successo, e a dire il vero con poco riscontro in platea fatta salva la clack portata appositamente in sala, il leader israeliano ha provato a convincere l’Onu a non piegarsi alla volontà della maggioranza che “può decidere quello che vuole” a prescindere dalla verità dei fatti. L’obiettivo dell’Autorità palestinese, quello di ottenere un supporto morale dalla maggioranza dell’Assemblea Generale Onu, è stato quindi ampiamente raggiunto.

Ora la scottante questione passa al Consiglio di sicurezza che dovrà deliberare in merito dato che secondo l’ordinamento di Palazzo di Vetro a tale Organo spetta la giurisdizione e la competenza per questa materia. Con la presidenza di turno attualmente detenuta dal Libano e con l’evidenza del parere della maggioranza degli Stati membri, il Consiglio di Sicurezza si trova alle prese con difficoltà non indifferenti: gli Usa e la Francia, infatti, potrebbero esercitare il potere di veto che un’anacronistica regola vigente concede ancora ad essi, per bloccare un voto prevedibilmente a favore da parte della maggioranza dei membri del Consiglio di Sicurezza.

Ma così facendo, l’organo decisionale supremo delle Nazioni Unite si schiererebbe palesemente contro la volontà dell’Assemblea generale attirando su di se l’ennesima, forse definitiva, critica di antidemocraticità e l’accusa di essere sotto scacco di alcuni Stati alcuni dei quali, tra l’altro, non detengono nemmeno più il potere internazionale di un tempo in base al quale ottennero il potere di veto e sono sempre più incalzati dalle nuove potenze emergenti, da una coscienza democratica decisamente crescente tra i Paesi Onu, nonché da una consapevolezza e dalla fortissima mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale.

Inoltre, sempre a patto che resti nei loro governanti un brandello di responsabilità rispetto alla loro influenza internazionale, questi Paesi nell’esprimere il loro voto non potranno prescindere dal considerare le probabili reazioni violente che un’eventuale bocciatura della candidatura palestinese potrebbe scatenare nei Territori dove già nella giornata di venerdì 23 settembre ieri sono scese in piazza migliaia di persone per manifestare a sostegno dei propri leader convenuti a New York. Questi stessi stati chiamati a decidere della sorte del popolo palestinese sanno bene che lo dovranno fare sapendo di essere sotto gli occhi del mondo intero, e sanno alla perfezione che oggi scontano pesantemente l’aver bloccato per anni una riforma delle Nazioni Unite al fine di mantenere quei privilegi derivanti da assetti vetusti e superati resi ancora possibili dalla inamovibilità dei meccanismi decisionali fondati su regole da essi stessi definite.

Ciò che però resta certo al di la di tutte queste considerazioni e prima di ogni previsione futura, è il diritto di un popolo alla propria autodeterminazione e a “vivere come tutti gli altri popoli”, come affermato da Abbas nel suo discorso odierno; il diritto dei figli di quella terra martoriata da oltre 60 anni a costruirsi un futuro pacifico, indipendente e prospero. Questa passo fondamentale della convivenza e del diritto internazionale oggi ha ricevuto un impulso decisivo che auspichiamo sia anche definitivo.

Poi ci si potrà occupare anche delle legittime e in alcuni casi giustificate richieste di Israele, anch’esso destinatario degli stessi diritti fondamentali che vanno garantiti sempre, a tutti ed ad ogni condizione.

 
Sergio Marelli, direttore generale della Focsiv
 
© Famiglia Cristiana, 24 settembre 2011
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