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Ortodossi divisi sull'Ucraina. Ma è davvero uno scisma?

Lo scontro Kirill-Bartolomeo mette a rischio il dialogo. Un'analisi della rottura tra Mosca e Costantinopoli

Ogni cambiamento epocale porta con sé un paradosso. Una regola non scritta, quasi banale, per cui fatichi a capire fino in fondo gli effetti di quel che vivi. E qui, non ci sono dubbi, la pagina è storica, di quelle destinate a finire nei manuali, a dividere gli esperti, a cambiare la geografia religiosa e politica del cristianesimo d’Oriente. E non solo. Eppure i commenti “esterni” sono pochi, misurati, quasi timidi, ispirati più che altro al “vediamo che succede”. Una prudenza che contrasta con i toni perentori, durissimi, dell’ostentata spaccatura tra Mosca e Costantinopoli. Una frattura sancita il 15 ottobre da una dichiarazione adottata dal Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa riunitosi a Minsk secondo cui «con grande dolore» viene riconosciuta l’impossibilità di «continuare a essere in comunione eucaristica con il patriarcato di Costantinopoli». Significa che d’ora in poi non sarà consentito al «clero della Chiesa ortodossa russa di concelebrare con quello della Chiesa di Costantinopoli e per i laici partecipare ai sacramenti amministrati nelle sue chiese». Un primo passo in tal senso era già stato fatto in settembre quando Mosca aveva smesso di menzionare nelle sue liturgie Bartolomeo I, il patriarca di Costantinopoli cui è attributo un primato d’onore, “primus inter pares” sul mondo ortodosso, e di concelebrare con le sue gerarchie.

Alla base di questo allontanamento traumatico, per cui si parla apertamente di “scisma”, c’è la questione ucraina, un rompicapo, che il conflitto politico-militare scoppiato nel 2014 ha reso ancora più difficile da interpretare. Nel Paese, oltre ai greco-cattolici, ci sono tre Chiese ortodosse. La più numerosa, sotto la giurisdizione canonica del patriarcato russo è guidata dal metropolita Onufrij Berezovskij mentre Filarete Denysenko, scomunicato da Mosca, guida una Chiesa nata nel 1995 e Makarios anch’egli scomunicato ha la responsabilità della Chiesa ortodossa autocefala ucraina (Uaoc) autoproclamatasi indipendente nel 1991 con buoni appoggi in Canada e Stati Uniti ma, almeno fino a poco fa, senza riconoscimenti ufficiali da parte di altre Chiese ortodosse. A fare risaltare la crisi in tutta la sua gravità è stato il via libera di Bartolomeo alla richiesta di indipendenza, di “autocefalia”, presentata a Costantinopoli dalle ultime due Chiese con l’avvallo del presidente Petro Poroshenko.

Falliti gli incontri al vertice, senza esito anche la visita del patriarca ortodosso russo Kirill in Turchia da Bartolomeo il 31 agosto scorso, il sì del patriarcato ecumenico, con relativa remissione delle scomuniche, è datato 11 ottobre. Quel giorno in una nota ufficiale il Santo Sinodo sottolineava che dopo una lunga discussione era stato decretato «di rinnovare la decisione già presa, che cioè il patriarcato ecumenico procedesse alla concessione dell’autocefalia della Chiesa di Ucraina». Una misura che faceva seguito all’invio nella regione, malgrado il no di Mosca, come propri esarchi, dei vescovi Daniel di Pamphilon (Stati Uniti) e Ilarion di Edmonton, in Canada. A rendere possibile il passo, il venir meno, il decadimento del vincolo giuridico stabilito nel 1686 dalla lettera sinodale con cui il patriarca ecumenico Dionisio IV accettava il passaggio della metropolia di Kiev sotto l’influenza di Mosca. Un documento che secondo Costantinopoli avrebbe avuto un valore temporaneo mentre Mosca lo considera vincolante in maniera definitiva. Nella visione moscovita infatti molte diocesi ortodosse ucraine furono costituite e si svilupparono già come parte della Chiesa russa autocefala in virtù della sua azione missionaria e pastorale. Per Costantinopoli invece quell’atto non va considerato come una piena cessione dell’eparchia di Kiev ma come permesso provvisorio, frutto della necessità del momento.

Inutile dire che anche oggi le interpretazioni, politiche oltre ché religiose, del sì all’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina sono diametralmente opposte. «La Chiesa russa ha scelto la via dell’autoisolamento e del conflitto con tutto il cristianesimo mondiale – ha detto il presidente ucraino Poroshenko –. Sono convinto che la reazione delle autorità spirituali e laiche russe nonché dei gerarchi ecclesiastici dipendenti dalle autorità russe conferma la bontà delle nostre scelte». «Speriamo che prenda il sopravvento la saggezza – ha commentato dall’altra parte, Dmitry Peskov portavoce del presidente russo Putin (che ha convocato il Consiglio di sicurezza nazionale) – ma allo stesso tempo auspichiamo naturalmente che tutti gli interessi della Chiesa ortodossa russa vengano rispettati». Sullo sfondo, la crisi del Donbass e il forte legame che unisce il presidente Putin al patriarca Kirill. In calo di gradimento interno dopo la contestata riforma delle pensioni, il leader del Cremlino, che ha promesso comunque di agire solo nell’ambito della diplomazia, potrebbe concentrarsi proprio sulla crisi ucraina per provare, come gli era riuscito dopo l’annessione della Crimea, a recuperare consensi.

La reazione più dura, comunque è arrivata dal metropolita Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca che ieri intervistato da Radio InBlu e Sir ha parlato di gravissime responsabilità del patriarca Bartolomeo I. «Poteva scegliere – ha detto – di essere il centro di coordinamento per tutte le Chiese ortodosse o essere in scisma. Lui ha optato per lo scisma. In accordo con le leggi canoniche che regolano la Chiesa – aggiunge Hilarion che ha incontrato in udienza privata il Papa – i vescovi che riconoscono i gruppi scismatici, diventano essi stessi scismatici. Quindi nella nostra opinione, il patriarcato di Costantinopoli è attualmente in scisma». Gli effetti di questo giudizio saranno immediati: «Non parteciperemo ad alcuna Commissione presieduta o co-presieduta dal patriarca di Costantinopoli» – ha aggiunto Hilarion – né ad «alcun dialogo teologico nel quale siano presenti rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli che presiedono o co-presiedono». Quanto alla possibilità di un ritorno alla situazione di pre-crisi occorre «l’abolizione da parte del patriarca di Costantinopoli delle decisioni che lui ha già preso e unirsi di nuovo alla famiglia delle Chiese ortodosse».

Naturalmente nell’interpretazione di queste posizioni, nel valutare le accuse reciproche bisogna considerare i rispettivi punti di partenza, nei quali la riflessione va oltre il puro e semplice interesse spirituale. Vuol dire ad esempio che nella visione di Costantinopoli, negare l’autonomia a chi la rivendica sin dalla fine della Prima guerra mondiale, e mentre divampa un altro conflitto, avrebbe significato negare a un popolo il diritto di esserlo. Nella riflessione moscovita invece, la questione riguarda il Dna, è di natura esistenziale, visto che Kiev può essere considerato il luogo di nascita del cristianesimo russo e che tuttora si trova in Ucraina più o meno il 40% delle parrocchie dell’intero patriarcato. Senza contare che, a detta di tanti, l’autocefalia potrebbe essere un passo verso la riunificazione anche con la Chiesa greco cattolica, fin qui rimasta in silenzio.

C’è infine da parte di entrambi i “contendenti” la rivendicazione del proprio ruolo guida. Così se Costantinopoli considera come requisito insieme storico e pastorale l’essere “primus inter pares”, Mosca che fatica persino a riconoscergli la qualifica di “ecumenico” fa leva sul numero dei fedeli, condizione che la vede nettamente primeggiare, per attribuire a quel titolo una valenza prettamente onorifica. La conferma si è avuta nel 2016 quando il patriarcato russo brillò per la sua assenza al Concilio panortodosso di Creta, il primo convocato dopo lo scisma del 1054. Un boicottaggio che all’epoca fu condiviso da Antiochia (Damasco), Bulgaria e Georgia. Oggi come allora, sarà importante stabilire quale posizione assumerà la galassia ortodossa nel suo insieme. Dentro e fuori l’Ucraina, dove verosimilmente la maggioranza sarebbe divisa tra il sì all’autonomia e l’indifferenza. Elemento quest’ultimo che deve far riflettere. La rottura tra Mosca e Costantinopoli porta infatti con sé un duplice rischio. Lo scandalo dei piccoli di fronte a una crisi interpretata unicamente come lotta di potere. E un antistorico isolamento identitario. Che alla richiesta di una più autentica testimonianza cristiana, proveniente dal profondo di società sempre più secolarizzate, risponde con l’incapacità di dialogare persino al suo interno. Tra fratelli nella fede, figli della stessa Chiesa.

Riccardo Maccioni

© Avvenire, sabato 20 ottobre 2018

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