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Perdono, la sfida del cristiano

Quando papa Giovanni Paolo II visitò Ali Agca in carcere, non era chiaro come avrebbe reagito il delinquente trovandosi faccia a faccia con la persona che aveva tentato di eliminare. Avrebbe potuto rifiutare o disprezzare il gesto del papa, per il cruccio di non essere riuscito nella sua impresa criminale. In realtà egli rimase sconvolto da quella visita da parte della sua vittima e ciò lo indusse a riflettere sul suo comportamento

In un detto dei Padri del deserto ci viene proposta una scala al contrario. Antonio Abate deve trattare con certi fratelli alquanto deboli e incapaci, nei quali riconosciamo forse un po’ di noi stessi. «Dei fratelli fecero visita al padre Antonio e gli dissero: “Dicci una parola: come possiamo salvarci?”. L’anziano disse: “Avete ascoltato la Scrittura? È quel che occorre per voi”. Ed essi: “Anche da te, padre, vogliamo sentire qualcosa”. L’anziano disse loro: “Dice il Vangelo: Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra”. Gli dissero: “Ma di far questo non siamo capaci”. L’anziano disse loro: “Se non sapete porgere l’altra guancia, tenete almeno ferma la prima”. Gli dicono: “Neppure di questo siamo capaci”. E l’anziano: “Se neppure di questo siete capaci, non contraccambiate ciò che avete ricevuto”. Dissero: “Neppure questo sappiamo fare”. Allora l’anziano disse al suo discepolo: “Prepara loro una minestra: sono deboli”. E a loro: “Se questo non potete e quello non volete, che posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere”» (Antonio, 19). La pratica del perdono si trova sovente un po’ più in là dell’esatta idea di perdono. Probabilmente condividiamo la dottrina del perdono e della riconciliazione, tuttavia ciò non significa che la via della pratica ora sia facilmente accessibile. Nella vita concreta possono esserci esigenze particolarmente complesse. Ognuno ha il proprio passato, come individuo e come collettività, vale a dire come membro di una comunità, di una chiesa, di un Paese. Qui di seguito indico alcuni esempi con la speranza che il lettore, con l’aiuto di Dio, possa ritrovare processi e applicazioni utili nel proprio contesto. Naturalmente, ogni paragone risulta sempre lacunoso. Una volta una donna chiese di parlarmi. Suo padre aveva abusato di lei quando era bambina. Solo ora, dopo anni, riusciva a parlarne. Scoppiò in lacrime: «La Chiesa mi dice che debbo perdonare. Che significa questo? Io non ce la faccio!». Il padre era vecchio. Era incapace di riconoscere quanto aveva fatto, tanto meno di chiedere perdono. Le ho suggerito di provare non tanto a perdonare il padre, quanto a smettere di imputargli il male. Il padre non chiedeva perdono e di conseguenza non era possibile affrontare apertamente la questione. «Non continuare ad accusarlo nel tuo cuore». Era questo un primo passo. Successivamente le proposi di tentare un approccio col padre non più in maniera diretta, ma indirettamente, ossia partendo da Dio: «Dio è in contatto con tuo padre. Egli lo porta e lo sopporta, lo tiene in vita e lo ama. Chiedi a Dio di aiutare tuo padre nel modo in cui Egli lo vede e continua a stargli intorno». Come terza cosa le dissi: «Prega lo Spirito affinché guarisca le tue ferite interiori con la forza e la tenerezza, risani completamente la tua memoria e renda il tuo cuore di nuovo libero e saldo». Abbiamo pregato anche insieme. Tre anni dopo suo padre morì. La donna gli era stata vicino nelle sue ultime ore. Era abbastanza forte per questo compito, senza rancore alcuno. È stato qualcosa di grande. Le ferite possono incidere profondamente la carne interiore di un uomo. Chi ha una vita contemplativa, nel corso della sua esistenza si scontra quasi inevitabilmente con la sofferenza non elaborata della gioventù, a volte persino con quella degli anni dell’infanzia o delle settimane trascorse nel ventre materno. Non c’è da meravigliarsi: una vita contemplativa opera nel più profondo e investe la persona nella sua totalità. Nel mondo si può vivere rimuovendo tanto dolore passato, e questa è anche una cosa buona. Ma chi vive una vita più ritirata, prima o poi lascerà scorrere tutte le immagini, delle cose belle e delle cose brutte. Una suora di circa sessant’anni mi raccontò: «Ci sono voluti anni prima di capire perché io dappertutto e in ogni contesto mi mettessi alla ricerca di una vera madre. Son venuta al mondo indesiderata. Quando rimase incinta di me, mia madre non era sposata. In quel periodo – prima della Seconda guerra mondiale – si trattava di una cosa terribile, uno scandalo per tutti. Sono stata rifiutata già nel ventre materno. E dopo non mi è stato permesso di rimanere con lei. Solo dopo sette, otto anni ho visto mia madre e mio padre per la prima volta. Litigavano sempre tra loro se c’ero di mezzo io, e per mia madre io non ero capace di fare niente di buono. Come posso andare avanti con questo peso? Come posso perdonare?». Oggi esistono più modi raffinati per aiutare le persone con un passato pesante e una memoria offesa. Pregando si impara come invocare la grazia di Dio e visitare tutte le zone del dolore e del dispiacere. Dio, il creatore, con la sua volontà eterna, ci viene incontro nella nostra storia personale e dice: «Vivi! Io ti amo. Anche quando non ti amava nessuno e nessuno ti pensava, io c’ero». Un racconto del genere lo troviamo nel primo libro della Bibbia.

Agar è incinta di Ismaele e viene cacciata da Sara. Ella fugge nel deserto, dove trova Dio che la consola personalmente e le dice parole cariche di promesse (Gen 16). Il filosofo francese Paul Ricoeur ha scritto molto sulla memoria e su tutto ciò che riguarda passato e storia. In uno dei suoi testi egli spezza una lancia in favore dell’arte del dimenticare: l’oubli heureux (l’oblio felice). Anche questo è una medicina, e chi desidera prosciugare la fonte del suo rancore, dovrà impadronirsi sempre più di questa arte. A volte incontri gente che viene a chiedere perdono, ma con poco o nessun rimorso o pentimento. Il racconto della riconciliazione tra Giuseppe e i suoi fratelli sorprende per il lungo processo di avvicinamento. Anche nella tradizione giudaica è stata posta la questione: perché Giuseppe aspetta così a lungo prima di farsi riconoscere dai suoi fratelli? Nel Medioevo lo studioso Maimonide diede la seguente spiegazione: «Giuseppe vuole certamente riconciliarsi con i suoi fratelli, ma intende prima saggiare la loro disposizione d’animo più profonda, affinché la riconciliazione non divenga un gesto superficiale, senza comprensione e senza rimorso». Dopo la morte del loro padre Giacobbe, alla fine del racconto, i fratelli pensano, in effetti, che Giuseppe voglia ancora vendicarsi. Essi escogitano una bugia madornale nella speranza che Giuseppe possa perdonarli. L’epilogo è commovente: «Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: “Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?”. Allora mandarono a dire a Giuseppe: “Tuo padre prima di morire ha dato quest’ordine: direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male! Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre!”. Giuseppe pianse quando gli si parlò così. E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: “Eccoci tuoi schiavi!”. Ma Giuseppe disse loro: "Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini”. Così li consolò e fece loro coraggio» (Gen 50,15-21). Un racconto chassidico sottolinea quanto sia importante che chi desidera essere perdonato lo faccia in tutta lealtà. Il perdono che riceviamo è commisurato alla nostra fede, al nostro impegno, alla nostra più profonda lealtà d’animo. Chi fa molti calcoli, ne dovrà pagare anche le conseguenze.

Il rabbino Nahum di Chernobyl veniva continuamente offeso da un avversario. Un giorno, gli affari di quest’ultimo cominciarono ad andare molto male e pensò di andare a chiedere scusa al rabbino. «Io ti perdono con lo stesso spirito con cui tu me lo chiedi» (cfr. Nm 14,19), rispose il rabbino. Ma le perdite dell’uomo aumentarono sempre di più e i discepoli del rabbino lo supplicarono di aver misericordia e di perdonarlo con tutto il cuore. Il rabbino accondiscese alla richiesta, ma l’uomo si ritrovò ridotto in miseria. I discepoli chiesero al rabbino perché il suo perdono aveva aggravato ancora di più la posizione dell’uomo. Egli rispose: «Mosè era il più mite di tutti gli uomini [cfr. Nm 12,3]. Quando sua sorella lo offendeva, egli non tramava alcun male, ma la perdonava immediatamente. Ma Dio la punì in modo ancor più duro. La stessa cosa è successa a me. Più era grande il mio perdono, più aumentava la punizione del Signore, visto che l’uomo non si era pentito del suo errore con tutto il cuore». In seguito i discepoli raccolsero denaro per il pover’uomo e, ora che il suo peccato era stato perdonato in virtù della sua miseria, la fortuna gli sorrise nuovamente ed egli prese a cuore la giustizia. In questo percorso di perdono la frase «Io ti perdono» può essere pronunciata solo come parola assolutamente libera. Solo allora essa opera liberando, sia in chi è stato offeso sia nel colpevole che riconosce lealmente la sua colpa. Molti conoscono il racconto di Maiti Girtanner. Ella fu torturata durante la guerra e per tutta la vita ne ha portato le conseguenze nel suo corpo segnato, immobilizzato e pieno di dolori. Quarant’anni dopo ritrova il suo aguzzino, affetto da un male incurabile. La morte gli fa paura e chiede di essere perdonato. I ruoli si sono capovolti: un tempo, l’uomo aveva potere di vita e di morte ed era in grado di provocare sofferenza e incutere paura. Ora è la donna che, nonostante giaccia malata rannicchiata in un letto, dispone di quel potere. Potrebbe guardare quest’uomo con disprezzo e mandarlo via. Solo lei però è in grado di rassicurarlo contro la sua terribile angoscia. Non un prete, non uno psichiatra. Soltanto lei ha il potere di dire: «Io ti perdono», cosicché lui si possa sentire veramente perdonato.

Processi del genere non sono automatici. Quando papa Giovanni Paolo II visitò Ali Agca in carcere, non era chiaro come avrebbe reagito il delinquente trovandosi faccia a faccia con la persona che aveva tentato di eliminare. Avrebbe potuto rifiutare o disprezzare il gesto del papa, per il cruccio di non essere riuscito nella sua impresa criminale. In realtà egli rimase sconvolto da quella visita da parte della sua vittima e ciò lo indusse a riflettere sul suo comportamento. Una reazione non prevedibile. Questi esempi ci mostrano che la pratica del perdono è un evento umano complesso, che può realizzarsi soltanto passo dopo passo e con pazienza. Su questo, possiamo imparare molto dagli altri. Dopo il genocidio in Ruanda si è tentato di avviare un movimento di riconciliazione, con il sostegno di diversi mediatori provenienti da diversi movimenti per la pace come Pax Christi. È stato diffuso un pieghevole, scritto in due lingue (francese e kinyarwanda), che illustrava, passo dopo passo, una via di riconciliazione. Nella parte bassa dell’opuscolo appaiono le immagini delle fosse dove sono sepolti migliaia di morti, delle macerie di numerose case distrutte e di alcuni dei sopravvissuti, donne e bambini. Più in alto troviamo una scala composta di nove gradini. Alla base si trovano i mattoni indispensabili per la ricostruzione: desiderio, volontà, verità, rispetto, interesse. I vari gradini in successione si chiamano: comunicazione, mediazione, incontro, discorso, discussione, dialogo, trattativa, intesa e infine coabitazione. Più in alto ancora compare l’immagine di una capanna sulla quale campeggia la scritta «Riconciliazione». All’interno della capanna vediamo una zucca africana con tre cannucce: i tre gruppi etnici (hutu, tutsi e pigmei twa) possono bere di nuovo insieme la birra locale, sorseggiandola dalla stessa zucca all’ombra di una capanna. In cima a tutto si staglia la scritta: «È difficile, richiede tempo, ma è possibile».

Un giorno, durante un viaggio in autobus, mi ritrovai a sedere accanto a un giovane che mostrava chiaramente di avere un peso sul cuore. Mi raccontò che era appena uscito dal carcere e stava facendo ritorno a casa. La sua condanna era stata causa di vergogna per i suoi familiari. Quando era in prigione non erano mai venuti a trovarlo e soltanto sporadicamente gli avevano scritto brevi lettere. Nonostante ciò, egli sperava ancora che lo avessero perdonato. Per rendere le cose più facili, aveva inviato loro una lettera in cui proponeva di dargli un segno del loro atteggiamento nei suoi confronti: nel caso l’avessero perdonato, avrebbero legato un nastro giallo intorno alla quercia della piccola fattoria di famiglia; se invece non intendevano più vederlo, non avrebbero dovuto far nulla. In questo caso, egli sarebbe rimasto a sedere sul bus e continuato il viaggio, solo Dio sa fin dove. Quando l’autobus cominciò ad avvicinarsi al paese, la tensione del giovanotto divenne talmente forte che non osava più guardare dal finestrino. Scambiai allora il posto con lui, promettendogli che avrei tenuto d’occhio io la quercia. Dopo poco, gli appoggiai la mano sul braccio. «Eccola!», sussurrai e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Tutto era a posto: non uno, ma cento nastri gialli decoravano l’albero! In quel momento vidi scomparire l’amarezza che aveva avvelenato la vita del giovane. Era come se avessi vissuto un miracolo. Forse ne era avvenuto realmente uno…


Benoît Standaert
 
© Avvenire, 20 agosto 2012
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