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Pippo, Tony e il sarchiapone mangereccio

I racconti del buonumore 5
 

Pippo, quando ero bambino, era il mio barbiere. Sembrava un personaggio di Jacovitti: piccoletto, testa tonda e tanto pelata quanto salace, un nasone sporgente, sintomo latino di intelligenza. Simpatia sardonica e teatro dell’assurdo con erre arrotatissima. Quando andavo con mio padre a tagliarmi i capelli mi faceva sedere su un seggiolino rialzato, fatto apposta per i bambini, a forma di cavallo. Il sedile era rosso mentre la testa del cavallo bianca. Era divertente andare dal barbiere. Mentre mi tagliava i capelli io cavalcavo in praterie sconfinate, che nella mia Palermo non le hanno mai messe in città, neanche per i bambini che facevano i bravi, figurati per me. C’erano solo strade polverose dove si giocava a calcio, a tappi e a biglie (se eri fortunato) e si tornava a casa con le ginocchia nere di bitume e rosse di sangue per ricevere, come un disco che si incanta, rimproveri dalla mamma, che anche lei faceva così da piccola. Non c’erano praterie come quelle dei film e dei cartoni, quelle dell’America. A dire il vero non c’erano neanche i cavalli dell’America, solo gli scecchi (asinelli) dei carretti. Ma dal barbiere te lo potevi immaginare mentre ti tagliava i capelli. Pippo, come tutti i barbieri di razza era anche un comico, ma non da solo, anzi da solo era taciturno e anche malinconico. Lui e il suo collega di bottega, Tony, occhiali a goccia e fumè, capelli alla Little Tony (ma lui era Big Tony), sembravano una coppia comica rodata. Narratore e spalla secondo la più antica alchimia della risata: per essere comici bisogna sempre essere in due, perché qualcuno deve pur ridere delle nostre ossessioni, la prima delle quali è il nostro amor proprio, per ricordarci che siamo umani e figli di Dio, come Don Chisciotte e Sancho Panza, Stanlio e Ollio, Totò e Peppino. Solo chi deve difendere valori provvisori come fossero definitivi finisce col prendersi troppo sul serio, chi invece poggia su valori definitivi vede tutto il resto come relativo: e per questo se la ride. E si è in due per questo: uno si prende sul serio e l’altro ride di lui e poi si danno il cambio. E chi li ascolta ride di entrambi, cioè di se stesso.

Ecco Tony e Pippo erano una coppia perfetta di barbieri e di comici. Inscenavano ad ogni taglio delle gag, degne di Buster Keaton per la mimica che si stampava sullo specchio di fronte a loro e di Groucho e i suoi fratelli per l’assurdità. L’occasione era ora il calcio (milanista l’uno e juventino l’altro), ora un cliente nuovo, ora la vita quotidiana che a Palermo assomiglia ad una commedia di Pirandello più che a una di Goldoni. Ma il loro cavallo di battaglia era il Sarchiapone. Mi ricordo ancora quando seppi del Sarchiapone, l’animale di una esilarante gag firmata da Walter Chiari negli anni ’60 e che ho trovato su youtube qualche anno fa, in un momento in cui ero in preda ai miei ricordi di bambino. In treno Chiari era vittima di un viaggiatore che per liberare lo scompartimento troppo affollato e potersi mettere comodo fingeva di trasportare in un cesto coperto, vuoto in realtà, un animale rarissimo e misterioso, un esemplare di Sarchiapone americano, suscitando negli altri viaggiatori dapprincipio curiosità e poi vero e proprio terrore di quella bestia chimerica nascosta nel cesto, capace di staccarti un dito con un solo morso, come, diceva il proprietario, aveva fatto con i suoi figli ai quali rimaneva solo un dito per mano... Ecco loro avevano riadattato quella gag alla palermitana, cioè in chiave culinaria, fingendo che, in occasione di una festa imminente, finalmente fossero riusciti a far pervenire a Palermo la carne di Sarchiapone dall’Australia, per festeggiare in modo indimenticabile. Così cominciavano a decantarne le proprietà curative che neanche Santa Rosalia, il sapore insuperabile che neanche la friggitoria San Francesco, i modi di allevamento che neanche lo zio Tano, la difficilissima fase di preparazione che a volte richiedeva uno chef "del continente" in accompagnamento al raro animale... Il cliente complice, nel qual caso o mio padre quando ero bambino, o io stesso, una volta cresciuto, partecipava a questa scenetta fingendosi interessato e ponendo domande, o magari simulando di averne sentito parlare recentemente al telegiornale, ma dispiacendosi perché i costi di importazione erano troppo alti e solo pochi potevano permettersi una simile sciccheria e leccornia, solleticando così la più sensibile delle corde del maschio palermitano dal barbiere: la spocchia.

Il cliente ignaro e sventurato orecchiava la storia del Sarchiapone e reagiva da par suo secondo i criteri dell’antropologia locale. C’era il cliente intellettuale e snob, che pur di non farsi cogliere impreparato, fingeva di essere a conoscenza dell’esistenza dell’animale e si trasformava nel personaggio di Walter Chiari che, gabbato dal trucco, fingeva di sapere tutto del Sarchiapone senza mai scoprirsi troppo, ma proprio per questo coprendosi di ridicolo, data l’incapacità di ammettere la propria ignoranza in materia etologica. Il cliente del barbiere diventava millantatore più sprovveduto ancora, magari sostenendo di averlo assaggiato durante un viaggio e di non averlo trovato poi così buono o di averlo mangiato a Capodanno dai parenti del "continente". C’era poi il cliente che faceva finta di leggere il giornale, ma in realtà era interessato alla conversazione, alla quale partecipava con finto distacco, con domande apparentemente oblique, ma in realtà assai precise come sanno essere solo le domande oblique dei Palermitani. Ma il miglior cliente era quello pieno di sé che, per non perdere dignità e prestigio e mostrarsi più furbo di tutti, si fingeva impassibile mentre acquisiva tutti i dati, compreso quello della macelleria dove lo si poteva eventualmente ordinare. Naturalmente la macelleria, carnezzeria nella mia Palermo, era quella di un amico dei due barbieri, amico che poi andava a riferire del cliente che si era presentato chiedendo di potere avere della carne di Sarchiapone per il pranzo di Natale. Naturalmente il carnezziere stava al gioco, ma faceva il difficile. La volta dopo, durante il taglio di capelli, il cliente gabbato si sarebbe dato le arie del più furbo, mentre Tony e Pippo ridevano in realtà del più scemo.

Mi ricordo l’imbarazzo che provavo spesso per quei clienti che reagivano così, invece di dire candidamente di non saperne nulla. Nonostante questo Tony e Pippo non perdevano il cliente, perché la verità a Palermo così è, se vi pare. Che ci si copre di ridicolo molto di più a fingere di sapere che a dir che non si sa l’ho imparato da bambino tra un taglio di capelli e l’altro. Il miglior affare sarebbe vendere un uomo per quello che crede di valere dopo averlo comprato per quello che vale: è la superbia a renderci l’animale più ridicolo mai creato sulla faccia della terra. In confronto il Sarchiapone di Walter Chiari è un animale serio.


 
Alessandro D'Avenia
 
© Avvenire, 6 agosto 2012
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