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Possibile che ancora non si capisca?

L'attacco del Giornale all'arcivescovo di Milano. Una pagina intera del Giornale per rivendicare il diritto di critica anche nei confronti dell’arcivescovo di Milano. E per sostenere che il direttore di Avvenire vorrebbe imporre il bavaglio a colleghi giornalisti di un’altra testata.

Due addebiti seri, e sviluppati con toni ancora una volta molti duri eppure (e meno male) differenti da quelli aspri sino alla brutalità purtroppo scelti in precedenza per attaccare due volte di seguito il cardinale Dionigi Tettamanzi e, nella prima occasione, anche il governatore lombardo Roberto Formigoni (oggi di colpo, e quasi di soppiatto, "rivalutato"). Toni a parte, gli addebiti sono tanto seri – perché riferiti a concetti alti (diritto di critica, libertà di espressione) – quanto assolutamente inconsistenti per argomentazioni e sostanza.

Vediamo perché, anche se – in realtà – non avrei motivo né voglia di aggiungere qualcosa a quanto già scritto su Avvenire di domenica scorsa a proposito delle cose dette e dei gesti compiuti dall’arcivescovo di Milano durante la festa con i cresimandi e a margine di essa. Gesti e parole che in quel mio articolo avevo volutamente e largamente ripreso anche dalla stringata (ma corretta ed efficace) cronaca, che lo stesso Giornale aveva riservato all’incontro nella sua edizione milanese di venerdì. Gesti e parole che sabato, in un commento al vetriolo di quella stessa testata, erano stati invece incredibilmente stravolti e politicizzati (per sostenere la tesi del cardinale "rosso" comunista e "verde" islam). Ma stravolgere un evento e un discorso fino a renderlo letteralmente un’altra cosa – anche rispetto alla cronaca che di quel fatto si era messa in pagina poche ore prima – non è "criticare", è mistificare. In questa storia, insomma, il diritto di critica non è in alcun modo in questione. In ballo, purtroppo, c’è il dovere di cronaca, di una cronaca rigorosa e rispettosa di fatti e persone.

Quanto al bavaglio che io, giornalista, avrei voluto imporre a qualche collega, si tratta di un’accusa di maniera. Ma quando mai… Chiunque può, invece, constatare che l’unico bavaglio che sinora s’è visto è quello idealmente imposto dal Giornale all’arcivescovo di Milano. Negli ultimi giorni su quelle colonne si è parlato di ciò che avrebbe detto, ma ciò che ha effettivamente detto non è più stato pubblicato: non una riga, non mezzo virgolettato. Niente sabato mattina. E niente anche ieri, nonostante che alla vicenda sia stata dedicata, appunto, una pagina intera (con tanto di editoriale in prima). Perché? Ma perché le parole del cardinal Tettamanzi sono la prova provata dell’inconsistenza dell’inusitato attacco.

Chiunque può, insomma, rendersi conto che siamo al cospetto di un classico caso di deliberata "polemica sulla polemica" senza riferimento testuale e concreto a ciò che l’avrebbe generata. Non è l’unico modo per strumentalizzare un ragionamento o una singola affermazione – e gli esempi anche di segno opposto non sono mancati neanche stavolta, con code curiose e allarmanti pure su altri giornali – ma, in questo frangente, è senza dubbio il più clamoroso. Da giornalisti dovremmo davvero rifletterci su. E non sarebbe affatto male, per i lettori e per la nostra stessa credibilità, se finalmente ci si decidesse a cambiare registro.

Noto, poi, una certa tendenza a descrivere tutto questo come uno «scontro» tra testate. No, grazie. Non abbiamo accettato questa logica ieri, non l’accettiamo oggi. E io non ho certo l’ambizione di accodarmi proprio ora ai diversi e ostinati "traduttori" in termini giornalistici di quel «bipolarismo furioso» che, in questi anni, tanti danni ha fatto in campo politico e istituzionale.

Ad Avvenire facciamo un altro lavoro, siamo giornalisti. Punto. E il problema che, da giornalista, anche stavolta ho cercato di porre è che non si possono deformare pensieri, azioni e situazioni per condurre una qualche "guerra". Possibile che non si sia ancora capito che, con simili squalificanti e squalificate armi, né chi fa politica né chi fa informazione potrà mai vincere (od orientare) qualcosa di buono e di serio?

La chiudo qui, per quanto mi riguarda. Ma un’ultimissima annotazione la riservo a Magdi Cristiano Allam che ha firmato l’editoriale del Giornale di ieri. Gli vorrei dire che non so se il mio e il suo cristianesimo siano «qualitativamente diversi». Allam lo pensa e lo scrive. Io, a questo punto, potrei averne il sospetto. Ma non mi azzardo a giudicare la sua fede (sebbene veda che lui si permette di giudicare con greve leggerezza la fede e la dottrina di un vescovo). Mi accontento di valutare la sua buona fede di cronista e di opinionista, e devo dire che non è una festa... Da cattolico a cattolico, perciò almeno una cosa mi sento di dirgliela: siamo liberi figli di Dio, caro Allam, ma siamo anche chiamati a cristiana fraternità e fedeltà. E, quale che sia il nostro orientamento politico, di fronte a offese senza senso a un Successore degli Apostoli almeno un senso di dolore e di ingiustizia dovremmo provarlo.

Marco Tarquinio
 
© Avvenire, 7 giugno 2011
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