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Priorità a rovescio

Sgambetti a chi si sposa e fa figli. Diciamolo chiaro: metter su famiglia in Italia l’hanno fatto diventare un atto di eroismo. E chi te lo fa fare di impegnarti (davanti a Dio, allo Stato, o a entrambi) a tener fede a una promessa di fedeltà e di aiuto reciproco con un’altra persona, senza un limite di tempo, mentre intorno a te il vento soffia in senso esattamente contrario?

I media e la cultura, gli opinionisti e il Parlamento, persino i ministri che avrebbero altre urgenze cui provvedere, tutti ti dicono che è meglio lasciar perdere, ridurre le pretese, accontentarti di progetti a bassa intensità, non si sa mai, mentre fino a un’ora prima hanno parlato di sacrifici, impegni, stabilità, coesione.

A una coppia di fatto – non importa come assortita – si vorrebbero attribuire esattamente gli stessi diritti di chi si è preso il disturbo di credere che il patto coniugale sia una cosa socialmente rilevante, che pareva stare a cuore allo Stato. E ti vai a leggere la Costituzione per essere certo che almeno lì si parli ancora di «società naturale», ovvero costruita da una donna e un uomo (sennò, di che natura parliamo?). E perché mai dovresti sposarti, se poi una legge di quello stesso Stato che ti chiede rispetto integrale di tante altre regole potrebbe presto ridimensionare la portata e il rilievo della famiglia che nasce senza data di scadenza introducendo una robusta scorciatoia per divorziare? Se questo è il confuso messaggio che arriva dalla politica – una brusca disillusione rispetto alla fiducia nella permanenza di una comunità di vita che costituisce pur sempre la trave portante della società – si capisce com’è possibile che chi aggiunge all’avventura del matrimonio la scelta di mettere al mondo uno o più figli non fa che esporre se stesso e la prole all’insidia crescente della povertà.

Non siamo più quasi solo noi di Avvenire a scriverlo: ora lo denuncia pure il dossier di «Save the Children», laica organizzazione che, guardando il mondo dalla parte dei bambini, prende atto dell’ambiente sempre più ostile col quale i più piccoli e chi li ha messi al mondo devono fare i conti. La povertà è un fatto reale per il 22,6% dei bimbi italiani, e per la metà dei figli di coppie giovani. I bambini e gli sposi: una vulnerabilità sommata all’altra, un fattore di rischio che va moltiplicandosi quanti più figli si sceglie di generare, trasformando quella che dovrebbe essere una ricchezza per l’intera comunità (specie in tempi grami per lo stato sociale) in una zavorra, in una punizione, quasi in una colpa da espiare con la penitenza della miseria. Ma che Paese è quello che rovescia la scelta di dare un futuro a tutti da gioia, risorsa e dono a penalità?
Eppure, tenacemente, contro ogni messaggio esplicito o insinuante, ci si sposa, si generano figli, si costruisce stabilità sociale. Scegliendo il matrimonio e dando la vita a uno o più bambini, la coppia giovane sceglie di andare contromano rispetto a una società nella quale tutto si fa precario, provvisorio, a termine, purtroppo anche col bollo dello Stato. Sposarsi? E perché mai? Figuriamoci poi procreare...

Per questo pare ancor più sbalorditivo che un importante ministro di un governo che si definisce ed è tecnico smetta i panni per i quali ha ricevuto la fiducia del Parlamento e, idealmente, di buona parte del Paese e, nel pieno della Giornata della famiglia, alla famiglia prenoti il funerale, improvvisandosi sociologa di «nuovi diritti», preconizzando il superamento della "famiglia tradizionale" che diventerebbe «un’eccezione, non più la regola». Al ministro Fornero va riconosciuta competenza e capacità di autocorrezione (vedi il caso degli «esodati») nel maneggiare i numeri, ma per qualche ignoto motivo perde e non ritrova il conto quando parla di famiglie, addirittura giudicando il centro della società italiana, quel che tiene in piedi tutto il Paese (educazione, assistenza, controllo sociale, risparmio, impresa, investimenti, e poi progetti, compattezza, valori, speranze, futuro) come «un’eccezione». Le cifre dicono clamorosamente il contrario, ma che importa, se l’intento non è affermare un dato di fatto ma prospettare un nuovo orizzonte?

Inevitabile che, data questa premessa, venga srotolato il tappeto rosso all’equiparazione di ogni sorta di realtà rispetto alla famiglia e al matrimonio secondo Costituzione, nel nome – s’intende – delle "pari opportunità", inviando al Paese, e ai giovani in primis, il messaggio di una sostanziale equivalenza di ciò che è stabile e generativo e di ciò che non lo è. «Oggi le famiglie si fanno e si disfano» aggiunge il ministro: ma allo Stato non dovrebbe importare di stabilire cosa merita di essere "fatto" e non "disfatto", evitando di considerare uguale quel che è evidentemente diverso? In questo clima nebuloso, che rovescia le priorità ed equipara le scelte di indiscusso e riconosciuto valore sociale a qualsiasi opzione spuntata come desiderio e teorizzata come diritto "di nuova generazione", sposarsi diventa una scelta singolare, e procreare un azzardo. È troppo chiedere che chi ci governa – anche col "camice bianco" del tecnico – mostri di adoperarsi per tenere insieme e dare un futuro al Paese, e non per incoraggiarlo a precarizzarsi e disgregarsi?


Francesco Ognibene
 
© Avvenire, 16 maggio 2012
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