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Processo a Gesù: errore necessario?

Di che cosa è stato incolpato Gesù? E per che cosa è stato condannato? La domanda che dobbiamo porci è se le pretese di Gesù, pronunciate in risposta a Caifa, che egli era senz’altro il Messia, il Figlio dell’Altissimo, destinato a sedere alla destra del Padre, non equivalessero di per se stesse a una bestemmia?

Quale problema solleva oggi il processo a Gesù? La redenzione e il motivo della morte di Gesù trova compimento solo se l’agnello sacrificale/pasquale muore senza colpa (blameless), innocente, puro e senza macchia (blemish). Il processo invece non ha semplicemente provocato la morte di Gesù. Il processo, nel dichiararlo colpevole, ha minato la sua purezza. È da questo elemento che è scaturita, nei secoli, una sterminata letteratura, volta a sostenere la grossolana ingiustizia del processo.

Gran parte di questa letteratura si concentra sugli aspetti procedurali del processo più che sull’accusa sostanziale di blasfemia, forse perché nel rispondere a Caifa Gesù afferma di essere il figlio del Signore, affermazione che, almeno all’orecchio di noi contemporanei, rende la critica all’accusa molto più complessa. Così la letteratura si concentra sulla procedura come elemento cruciale dell’ingiustizia perpetrata.

È interessante notare come la gran parte delle critiche non discutono l’aver messo sotto processo Gesù, quanto piuttosto il modo con il quale viene condotto il processo e il suo esito finale. Mettendo insieme le riserve, espresse nei Vangeli, sulla correttezza procedurale con le raffinate procedure seguite invece per i processi penali nel Sanhedrin Tractate della Mishnah, gli studiosi hanno dimostrato – con differenti livelli di indignazione, sdegno e tristezza – gli svariati motivi per i quali il processo a Gesù abbia violato queste procedure.

I tempi, la collocazione, il modo in cui fu condotto l’interrogatorio dei testimoni e dello stesso Gesù, l’unanimità del verdetto – la lista è lunga e la maggior parte delle violazioni sembra molto seria. In un linguaggio moderno diremmo che non fu un errore di poco conto, ma un colossale diniego di giusto processo. (...) A parte le questioni di procedura, di che cosa è stato incolpato Gesù? E per che cosa è stato condannato? La domanda che dobbiamo porci è se le pretese di Gesù, pronunciate in risposta a Caifa, che egli era senz’altro il Messia, il Figlio dell’Altissimo, destinato a sedere alla destra del Padre, non equivalessero di per se stesse a una bestemmia?

Sembrerebbe di no. Non c’è nessuna certezza sul significato in ebraico della parola greca «bestemmia», e le risposte di Gesù non rientrano né nella definizione biblica di bestemmia né in quella della Mishna, che potrebbero costituire il termine equivalente. Quando il Talmud parla del processo, 400 anni dopo – offrendo una versione in cui non ci sono i romani e Gesù è condannato e messo a morte dalle autorità ebree – egli non è accusato di bestemmia ma di provocazione. Naturalmente i saggi del Talmud non sono una fonte storica affidabile, ma essi conoscevano un pochino la legge ebraica, e indicano qualcosa di diverso dalla classica interpretazione della bestemmia biblica e talmudica.

Analogamente accade nei Vangeli – dato che nella storia della guarigione del paralitico, in cui Gesù perdona i peccati, egli è considerato dai farisei colpevole di aver bestemmiato, facendo qualcosa che solo Dio può fare – di nuovo alludendo a qualcosa di diverso dalle definizioni di «bestemmia» più specifiche e tecniche. Di tutte le teorie che sono state avanzate per spiegare l’accusa e la condanna per bestemmia, trovo che la più plausibile sia quella che considera l’uso della parola bestemmia non come termine tecnico-giuridico ma come generica allusione a qualche peccato contro Dio, la cui espressione pratica non è specificata dai narratori non giuristi. Dunque, quale potrebbe essere stata l’accusa? Qui si insinua una sfida teologica.

Da un lato Gesù sembra essere, come richiesto dal punto di vista teologico, innocente e senza peccato, l’Agnello Pasquale. L’intera testimonianza dei Vangeli racconta di Gesù che ama e cerca di seguire quello che egli comprende essere il suo dovere nei confronti di Dio. Non c’è, a prima vista, quella vena di arroganza che notiamo in altri contesti quando si parla di bestemmia nella Bibbia. Così non solo dal punto di vista procedurale, ma anche da quello sostanziale il processo sembra essere stato un caso di errore giudiziario.

Certamente Gesù avrebbe dovuto essere scagionato. (...) Gesù è completamente innocente e senza colpa – sta eseguendo gli ordini di Dio e lo sta facendo oggettivamente, come si vede dal fatto che gli permette di fare prodigi e miracoli a conferma di ciò. Nello stesso tempo, tuttavia, condannandolo il Sinedrio avrebbe eseguito la volontà di Dio, in quanto il Deuteronomio li aveva avvisati che un messaggero avrebbe interferito con la Legge eterna e che sarebbe dovuto morire, anche se si fosse mostrato facendo prodigi e miracoli. In altri termini, non è stato messo alla prova – processato – solo Gesù, ma anche coloro che lo hanno processato, per verificare la loro lealtà alla parola vivente di Dio come espressa nella Legge mosaica.

Dal punto di vista cristiano, il Sinedrio adempiva la volontà di Dio attraverso la condanna di Gesù, mentre, pur senza saperlo, stava adempiendo anche un’altra parte del piano di Dio ponendo la crocifissione come redenzione per tutti gli altri. Non sarebbe possibile, allora, secondo questa lettura, che in questo doppio processo-prova – quello di Gesù e quello degli ebrei – ognuno dei due stesse seguendo il cammino di Dio?

 
Joseph H.H. Weiler
© Avvenire, 1 giugno 2010
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