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Quando Dio si fa figlio

Anticipiamo l’editoriale di “Luoghi dell’Infinito” di dicembre il cui speciale, in occasione dell’Anno della Fede, è dedicato alle parole evangeliche “Se non ritornerete…”

E’ l’ora zenit della storia. Nel silenzio di una semplice casa di Nazareth un’umile fanciulla riceve un inaudito saluto, uno sconvolgente annunzio di maternità. “Come è possibile?”, chiede. E l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35). “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Mirabile mysterium: meraviglioso mistero!

Chi mai potrà capire tutta la portata del realismo di questo evento? Chi mai potrà conoscere e narrare lo stupore di tutto l’universo davanti al Creatore che si fa creatura? Colui che trascende il tempo e lo spazio, Colui che non ha né principio né fine viene concepito nel grembo di una donna, si sottopone al processo della gestazione per farsi figlio dell’umana creatura. Un inno mariano canta: “E tieni chiuso nel tuo sacro grembo / il Dio immenso che distende i cieli / a cui risponde il coro delle stelle / e rende gloria tutto l’universo”. Sì, l’Immenso si restringe nello spazio, nel seno della Vergine; l’Eterno si restringe nel tempo.

“O admirabile commercium” canta ancora la Chiesa: “O meraviglioso scambio: il Creatore del genere umano, prendendo un corpo animato, si degnò di nascere dalla Vergine”. A tal punto Dio ci ha amato! Ciò è sconvolgente anche perché questo Figlio viene nel mondo per essere immolato a salvezza di tutti gli uomini. Nasce uomo per poter morire la nostra morte e darci la sua vita, la vita filiale nel rapporto con Dio Padre. Qui si rivela il mistero dell’umile amore di Dio, da cui procede ogni amore che sia veramente dono. Il Bambino che, dopo nove mesi dal concepimento, nasce nella povertà di una capanna nella campagna di Betlemme, come tutti i neonati piange, cerca il seno materno, ha fame, ha freddo, ha sonno e si addormenta in braccio alla mamma. Poi subisce il disagio di una famiglia profuga in Egitto. Riportato a Nazareth cresce, comincia a camminare facendosi tenere per mano, comincia a parlare… Possiamo pensarlo tra i bambini di Nazareth a giocare nel cortile, nei prati, vederlo adolescente tra gli adolescenti nella sinagoga ad ascoltare la Torah e a cantare i salmi. In tutto semplicemente uomo, figlio – si diceva – di Giuseppe e di Maria, con una modesta ma stimata parentela. Veramente uomo, eppure sempre Dio.

E il fascino del suo mistero traspare da tutta la sua persona, dalla sua voce, dal suo sguardo, dal suo stesso silenzio, al punto che una donna arriva a esclamare: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!” (Lc 11,27). Era l’Unigenito Figlio di Dio, generato prima di ogni creatura; entrato nel mondo, nella storia, secondo una genealogia umana, per ricondurre al Padre i figli dispersi, diventa il Primogenito di una moltitudine di fratelli per cui sta scritto: “Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi” (Eb 2,11-12).
Poteva Dio, spinto dall’Amore, inventare una cosa più bella?

 

Anna Maria Canopi - badessa del monastero Mater Ecclesiae, Orta San Giulio
 
© Avvenire, 1 dicembre 2012
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