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Quel furto di futuro

Luglio 2011, una movimentata isola greca. Nel pieno della baldoria notturna due ragazzi entrano in contatto, uno colpisce l’altro con una bottiglia e una giovane vita si spegne così. Agosto 2011, tranquillo paese della Brianza. Ancora due ragazzini, ancora una bottiglia come arma, ancora una vita in erba che viene recisa, ancora un giovane che sbaglia porta e si trasforma in baby assassino

Che cosa accomuna veramente questi due fatti di cronaca? È solo la coincidenza temporale di due tragedie giovanili che si sono drammaticamente consumate nella stagione estiva, è il loro sovrapporsi ai binari del divertimento e della spensieratezza, o è l’arma del delitto, quella bottiglia simbolo di uno sballo alla portata di tutti, facile e scontato quanto mediocremente terribile? Forse lo sono tutti questi elementi, probabilmente nessuno lo è del tutto. Ma trascurare i segnali che – sia pure il caso a volerlo – in questi giorni vengono recapitati dall’universo giovanile, dai mille rivoli di un fiume che da tempo è privo di un nome proprio nell’anagrafe della rappresentanza, rischia di diventare una colpa non meno grave dei delitti di cui veniamo a conoscenza.

I "futili motivi", l’assenza di ragioni, che sempre più spesso lega vicende e rapporti tra giovani sono il fondo di verità che più dovrebbe scuotere le coscienze di chi ai giovani guarda pensando alle prospettive da offrire. E ci sono ancora bottiglie di alcolici nelle mani dei bambini (bambini!) londinesi immortalati mentre scappano da un negozio appena saccheggiato. Come c’è sempre un "vuoto a perdere" nei furti di articoli tecnologici e beni di lusso di cui si rendono protagonisti i giovani razziatori britannici, nello sconvolgente tentativo di percepirsi vivi in quanto consumatori e possessori di un superfluo ritenuto necessario.

I giovani non sono solo così, viene da dire come è giusto. Ci sono giovani che studiano e lottano per ottenere un posto di lavoro che duri più di 180 giorni e paghi più di 600 euro al mese. Ci sono giovani che non studiano e nemmeno lavorano. Giovani che combattono per potersi costruire una famiglia e poi riuscire a mantenerla. E giovani che vivono in famiglia e si mantengono con la pensione di genitori e nonni. In queste ore ci sono giovani che partono per Madrid, per partecipare alla Giornata mondiale della Gioventù dell’estate 2011, la sedicesima, scegliendo anche la preghiera per condividere aspirazioni e paure. Giovani che sanno stare in compagnia e altri che la cercano da sempre.
Non sono ragazzi in contrapposizione, mondi separati e distanti, chiusi in monadi di incomunicabilità: è lo stesso il mare agitato nel quale nuotano a fatica, è lo stesso il futuro che è stato loro sottratto.
Perché una delle cose che certamente accomuna questi ragazzi è il totale disinteresse – difficile da comprendere se si hanno più di 40-50 anni – per quello che accade nelle Borse internazionali. Senza pensioni, rendite, patrimoni né diritti acquisiti, nulla hanno da perdere e nulla da guadagnare da un mercato che non li prevede più da tempo, se non come enorme risorsa di flessibilità.

È alle inquietudini e alle paure di questo universo, ai molti e differenti segnali d’allarme e di speranza, che i leader dovrebbero saper guardare in modo speciale, nel cercare la rotta per superare la tempesta finanziaria. A qualcuno sfugge da troppo tempo che quella a cui stiamo assistendo si scrive "crisi del debito", ma si pronuncia "furto di futuro". Perché sono il debito e le bolle con le quali l’Occidente ha finanziato il suo recente sviluppo, il moloch che condanna le generazioni più giovani al sacrificio delle opportunità e delle prospettive. Ricordarsene ora, nella fase in cui vengono pianificate le risposte, non varrà come risarcimento. Ma potrebbe rivelarsi decisivo.

Massimo Calvi
© Avvenire, 12 agosto 2011
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