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Referendum, istruzioni per l'uso

Acqua pubblica, centrali nucleari e legittimo impedimento: sono questi gli argomenti che verranno sottoposti al giudizio degli italiani il 12 e 13 giugno.Primo quesito: stop alla privatizzazione del servizio idrico.

Riguarda la modalità di affidamento della gestione dell’ acqua potabile che per legge deve avvenire tramite una gara pubblica, cui possono aderire i privati.

Acqua pubblica o acqua privata? Posta in questi termini, la questione si chiarisce da sola: un bene così essenziale per la vita non può avere un proprietario. E in effetti, nel nostro ordinamento ci sono almeno due articoli di legge (art. 822 del Codice civile e art. 1 della Legge Galli) che fissano, in modo inequivocabile, il principio che «le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà».

Ma allora perché un vasto movimento composto da associazioni laiche e cattoliche, per non parlare della Rete interdiocesana nuovi stili di vita e dell’impegno diretto delle parrocchie, ha sostenuto il referendum contro la “privatizzazione dell’acqua”? Perché il 31 dicembre scattano gli effetti del Decreto Ronchi: le società per azioni pubbliche che gestiscono i nostri acquedotti saranno privatizzate. Per i promotori e i sostenitori del referendum il servizio idrico privato equivale tout court alla privatizzazione dell’acqua. Eppure, in questi ultimi anni, in Italia il servizio idrico è stato aperto al mercato, ma era una facoltà non un obbligo. Grandi gruppi stranieri, francesi soprattutto, sono quindi già presenti nel nostro Paese e incassano le nostre bollette e il 7% di remunerazione del capitale.

La novità introdotta dal Decreto Ronchi si chiama obbligo per i Comuni di cedere almeno una quota del 40 per cento ai privati. In gioco ci sono grandi interessi: 64 miliardi di euro da riversare sulle reti idriche in 30 anni, dieci volte l’investimento richiesto per costruire il ponte sullo Stretto. La vittoria del Sì non risolve, però, i problemi di un Paese che fa acqua da tutte le parti. Il Sì avrebbe l’effetto di rilanciare il dibattito e il confronto politico. Spetterà poi al Parlamento discutere una nuova legge per disciplinare la materia, allontanando gli speculatori da un servizio pubblico essenziale come l’acqua.

Perché SI

Per impedire che il servizio idrico sia affidato al mercato ed evitare il rincaro delle tariffe. «Una volta vinta la gara e ottenuta la gestione del servizio per trent’anni, i privati si rivolgeranno alle banche oppure faranno ricorso ai mercati finanziari per poter investire. Nel primo caso caricheranno sulla tariffa il costo degli interessi bancari, nel secondo la remunerazione degli investitori, oltre il guadagno per il rischio imprenditoriale», spiega Rosario Lembo, presidente del Comitato italiano per un contratto mondiale sull’acqua. «Conti alla mano, le tariffe aumenteranno almeno del 50%, con trend crescenti negli anni, come è già avvenuto nelle città italiane ed europee che hanno affidato ai privati il servizio idrico».

Con la privatizzazione verrà meno anche la politica di riduzione dei consumi e degli sprechi: trattandosi di un bene sempre più prezioso, l’acqua si trasformerà in merce, soggetta come qualunque altra alla logica del “più consumi, più guadagno”. «Il gestore non avrà alcun interesse a raccomandare l’uso razionale della risorsa, ma al contrario adotterà politiche finalizzate a garantire la redditività del capitale investito per gli azionisti».

Almeno per i primi anni, la corsa al fatturato farà riporre nel cassetto gli investimenti per la manutenzione degli impianti o per i controlli di qualità, con il risultato che i servizi scadenti lo saranno sempre di più. «Un gestore privato non avrà mai la stessa accortezza di quello pubblico, perché cercherà soprattutto di realizzare profitti», sottolinea Lembo.


Perché NO


C’è un equivoco: il Decreto Ronchi non prevede la privatizzazione dell’acqua (perché la proprietà delle fonti e delle reti è pubblica), ma una gestione del ciclo idrico integrato (rubinetti, fognature e depurazione) affidata, tramite gara, a imprese disposte a operare con standard qualitativi più alti e a prezzi inferiori. L’acqua come tale, dunque, non diventerebbe privata: la legge prevede solo l’obbligo che la gestione del servizio idrico sia affidata alla libera concorrenza, in modo da realizzare gli obiettivi di efficienza, economicità e qualità.

«Non bisogna parlare di proprietà dell’acqua, ma di idraulici», semplifica Antonio Massarutto, docente di Economia pubblica e Politica economica all’Università di Udine. «Così come ciascuno di noi può decidere se riparare da solo un guasto o richiedere un intervento, allo stesso modo i Comuni dovranno scegliere se creare una struttura di “idraulici” alle proprie dipendenze oppure affidarsi a professionisti esterni.

Alle amministrazioni, dunque, viene chiesto di organizzare una gara d’appalto per affidare la gestione dei servizi idrici, a cui comunque può partecipare anche l’azienda pubblica. «L’ingresso di un privato non determinerebbe l’aumento automatico in bolletta, perché il Piano di ambito territoriale indica gli obblighi del gestore in materia di investimenti, livelli di servizio e tariffe. Al massimo, l’eventuale ritocco sarebbe dovuto a una revisione del Piano per favorire investimenti volti a migliorare il servizio», rassicura Massarutto.

di Giuseppe Altamore e Paola Rinaldi
 
© Famiglia Cristiana, 10 giugno 2011

 

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