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Riletture. Verrà l'Apocalisse e farà un gran bene

Un saggio del teologo Manzi invita a uscire dalle visioni di chi si fa suggestionare dal male e dalle catastrofi. Un tema che ha provocato Bernanos, von Balthasar e Ratzinger. E la scrittrice Nothomb

A chi ha la fortuna di visitare la cripta romanica della cattedrale di Saint–Étienne ad Auxerre non può sfuggire l’affresco di Cristo su un cavallo bianco, in mezzo a una schiera di angeli. Immagine rarissima che raffigura l’Adventus Christi, vale a dire l’entrata di Gesù a Gerusalemme, secondo la tradizione pittorica prevalente avvenuta in groppa a un asino. Per gli studiosi a Auxerre non vi sarebbe un richiamo al cavallo bianco citato nell’Apocalisse, eppure l’accostamento viene spontaneo.

Scrive infatti Giovanni: «E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: “Vieni!”. E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora» (Ap 6,1–2). Il bianco del primo cavallo simboleggia la purezza e l’innocenza ed è il colore predominante di tutta l’Apocalisse. Per la mistica Adrienne von Speyr, il cavaliere personifica «la fede pura, la quintessenza del cristianesimo».

Un’ìnterpretazione dei simboli cromatici dell’ultimo libro della Bibbia che finisce per toccare anche gli altri tre cavalli che appaiono in successione: quello rosso è il cavallo delle guerre e delle stragi, quello nero rappresenta l’ingiustizia, quello verde la morte. Così legge queste quattro figure il teologo ed esegeta Franco Manzi nel volume Il cavaliere, l’amata e Satana. Sentieri odierni del vento nell’Apocalisse, edito da Queriniana (pagine 274, euro 20), un denso saggio in cui rivisita il racconto di Giovanni, che non sarebbe l’apostolo ma un suo discepolo omonimo, alla luce del tempo presente.

Molti ricorderanno il boom persino esagerato dell’Apocalisse ai tempi del passaggio di millennio e al riguardo dice l’autore nell’introduzione: «Senza dubbio, parlare dell’Apocalisse di questi tempi è di notevole attualità! È un libro sacro e misterioso, che parla di angeli e demoni, visioni celesti e sciagure terrene. Intriga gli spiriti religiosamente più curiosi, gli inquieti e anche i superstiziosi. I più suggestionabili, che corrono spesso da maghi, veggenti e fattucchiere, trovano in quest’opera enigmatica della Bibbia molteplici conferme alle loro ingenue previsioni sulla fine del mondo». Eppure, sgombrato il campo dai nuovi profeti di sventura e dalle facili letture fondamentalistiche, va anche rilevato come sia errato accantonarlo come hanno fatto alcuni biblisti e teologi, allontanando dall’ambito della discussione i riferimenti ai Novissimi e alla realtà del male e del maligno.

Le visioni inquietanti del libro di Giovanni, gli sconvolgimenti cosmici e le sciagure inflitte all’umanità hanno un significato teologico che va correttamente interpretato. Ed è questo l’intento del volume: «Le piaghe dell’Apocalisse non sono da intendere come prove o punizioni pedagogiche impartite direttamente da Dio», i cui segni di rivelazione «sono finalizzati unicamente a risvegliare, quasi come degli elettroshock, le coscienze obnubilate dei peccatori, per indicare loro la strada verso la salvezza».

Va escluso perciò che sia Dio la causa diretta del male degli uomini, così come va rigettata l’idea che Dio sia del tutto indifferente alle vicende umane. Aggiunge Manzi: «Al di là dell’immaginario che possono suscitare le profezie di minaccia dell’Apocalisse, il Dio–Abbà di Gesù non flagellerà mai l’umanità con catastrofi naturali o con epidemie purificatrici». Parole da rileggere in questi mesi di coronavirus che qualcuno ha voluto interpretare come un castigo di Dio.

Nel recente romanzo Sete, in Italia tradotto da Voland, la scrittrice francese Amélie Nothomb reinterpreta l’ultima notte di Gesù prima della passione e della morte e ci immette appieno nella vertigine del pensiero di Cristo, che fu pienamente e fino in fondo uomo e amò la vita sino all’ultimo. Giustamente Luca Doninelli recensendo il libro sul “Giornale” ha parlato di «vette teologiche» raggiunte dalla Nothomb, che «ha “sete” di farci ascoltare Cristo».

Ne parlo qui perché c’è una frase della scrittrice sul male che mi ha colpito e che mi pare opportuno riportare: «Nella mia posizione, mi concedo ogni blasfemia: non credo al diavolo. Credere in lui è inutile. C’è già abbastanza male sulla terra senza doverne aggiungere altro». Eppure, come ha ben capito C.S. Lewis nelle sue memorabili Lettere di Berlicche, la questione è tutt’altro che chiusa. L’identità del “grande Drago”, del “serpente antico” è un mistero insondabile, così come resta per noi umani, come ha scritto il teologo Ugo Vanni, uno dei più acuti lettori dell’Apocalisse, «l’incomprensibilità opaca della potenza del male».

Il grande tentatore, la cui presenza non va né enfatizzata né minimizzata come ricorda nei suoi scritti Joseph Ratzinger, arriva a insinuarsi nella politica e nell’economia e non a caso Karol Wojtyla denunciò le “strutture di peccato”. A sua volta Hans Urs von Balthasar, a proposito delle multiformi raffigurazioni del Maligno presenti nel libro di Giovanni, rilevò che «non è possibile concludere né a un impero organizzato, né a una netta distinzione fra diavoli e demoni: l’antidivino è a un tempo uno e molti, è anonimo e amorfo». Stesse conclusioni cui giunse Georges Bernanos nel romanzo Monsieur Ouine, in cui tutti i personaggi descritti, persino il paesino in cui si svolge l’azione, sono posti sotto scacco.

Rimane la constatazione che l’Apocalisse è un libro di speranza ove il male alfine è sconfitto. «Il teodramma della storia – precisa Manzi – si protrarrà fino alla fine dei tempi: costi quel che costi, Dio desidera che tutti i suoi figli si lascino liberamente salvare da Cristo e dal suo Spirito». E rimane il fatto che quanto abbiamo compiuto di bene non sarà cancellato e quanto abbiamo compiuto di male sarà sanato. Lo dice bene un altro scrittore, il premio Nobel Isaac Bashevis Singer, in un racconto sulla vita di un pover’uomo chiamato Heinsherik: «Credo che, da qualche parte dell’universo, debba esserci un archivio nel quale sono conservati tutti i patimenti e gli atti di sacrificio umani. Non ci sarebbe giustizia divina se la storia di Heinsherik non abbellisse per l’eternità l’infinita biblioteca di Dio».

Roberto Righetto

© Avvenire, martedì 25 agosto 2020

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