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Rom, l'integrazione possibile

L'esperienza di un progetto di inserimento dei bambini rom raccontato da un volontario della Sant'Egidio. La ricetta sbagliata (e crudele) degli sgomberi.

In questi giorni, il dibattito seguito agli allontanamenti su base etnica di rom dalla Francia ha reso evidente l’importanza di un approccio europeo alla questione. I 9 milioni di rom abitanti nel nostro continente sono, infatti, una grande minoranza europea. Si tratta di un popolo formato, accanto a molti rom pienamente integrati, da tanti poveri: la speranza di vita di un bambino rom che nasce in Italia è di 45-50 anni. Ma negli ultimi anni il clima culturale delle società europee è mutato e si è passati dalla difesa della povertà alla difesa dalla povertà.

Sempre più, i rom sono stati additati come la principale causa del “problema sicurezza”. Dal maggio 2008, in cinque delle principali regioni italiane è stata proclamata l’Emergenza Nomadi; in vari comuni italiani, tra cui Milano, molti rom che mendicano ai semafori ricevono multe da 500 euro per accattonaggio molesto. Proprio le direttive dell’UE, però, chiedono un impegno ad affrontare la “questione rom” in termini sociali. Nella risoluzione del 25 marzo, il Parlamento Europeo invita la Commissione e gli Stati membri a “combattere l'esclusione sociale e la discriminazione dei rom in Europa”. Ingenti sono le risorse stanziate a livello europeo per l’inclusione dei rom. I fondi della Programmazione 2006-2010 non sono però stati richiesti da alcuni Stati, tra cui l’Italia. Eppure la strada da costruire è chiara. A Milano, dove ci sono stati 301 sgomberi dal 2007 e 124 solo dall’inizio di quest’anno e dove è acceso anche il dibattito sul futuro dei campi regolari, un esempio significativo è la baraccopoli di via Rubattino, dove abitavano 300 persone. Dopo lo sgombero del 19 novembre, 220 rom hanno continuato a vivere in baracche e, dopo un “nomadismo forzato” dagli interventi delle ruspe, sono tornati a poche centinaia di metri dal vecchio campo.

Le 80 persone – 14 nuclei familiari - che mancano all’appello sono state tolte dalla strada non dalle ruspe o dalle multe ai mendicanti, ma da percorsi di accompagnamento all’autonomia attuati dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre associazioni e tanti cittadini del quartiere. A partire dalla richiesta degli stessi rom, i progetti si basano sulla salvaguardia del diritto alla scuola. Dopo una prima accoglienza per rispondere all’emergenza (le famose “maestre e mamme di Rubattino”, parrocchie, associazioni), le famiglie sono inserite in alloggi messi a disposizione da cooperative edilizie o privati. Inizialmente l’affitto è calmierato ed è coperto da borse di studio mensili, ma l’obiettivo è il raggiungimento dell’autonomia economica. Proprio per questo sono state attivate delle borse lavoro per uomini e donne, che in alcuni casi sono state finanziate dai genitori italiani delle scuole frequentate dai bambini del campo. Molti adulti frequentano anche una scuola di italiano, avviata da alcuni cittadini del quartiere che spontaneamente hanno aderito a questo movimento di milanesi che crede nell’integrazione dei rom.

Particolarmente interessanti sono anche i percorsi di formazione e avviamento al lavoro dei ragazzi tra i 16 e i 20 anni; dopo il conseguimento della licenza media, frequentano dei corsi professionalizzanti (meccanica, termo-idraulica, edilizia) che poi sfociano in tirocini. Pur nelle difficoltà, tutti questi progetti hanno un chiaro successo; per un reale superamento delle baraccopoli occorrerebbe quindi “mettere a sistema” questi percorsi. Al riguardo, una grande occasione per le nostre città è prossima: ad ottobre 2010 saranno presentati i fondi europei per l’inclusione sociale dei rom per il 2011-2016.

Stefano Pasta (Comunità Sant'Egidio)

© Famiglia Cristiana, 22 agosto 2010

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