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Sacerdoti e religiosi sottoscrivono la «Carta di Fondi»

Da tre giorni di preghiera e confronto è scaturito un testo di «responsabilità e impegno», per «non tacere dinanzi a ogni tipo di illegalità, camminare al fianco delle vittime delle mafie e di quanti subiscono violenze e sopraffazioni»

«Siamo sacerdoti, religiosi e religiose impegnati da anni con le nostre comunità e i nostri gruppi a far incontrare le fatiche degli uomini con la tenerezza di Dio». «Sentiamo la responsabilità di ribadire insieme le nostre scelte, e con le nostre comunità, come Maria, vogliamo impegnarci a riconoscere e a essere strumenti dell’azione misericordiosa e capovolgente di Dio che ' rovescia i potenti dai troni e rimanda a mani vuote i ricchi' ( Lc 1,52-53), perché anche noi come il profeta Geremia nello scrutare questi orizzonti incerti, con gli occhi pieni di speranza vogliamo sussurrare al mondo: ' Vedo un ramo di mandorlo' ( Ger 1,11)». Sono la frase iniziale e quella finale della «Carta di responsabilità e impegno. Scelte evangeliche per un cammino di liberazione» firmata da oltre trenta sacerdoti e religiosi che collaborano con l’associazione Libera, guidata da don Luigi Ciotti. Sono parroci, vicari espiscopali, direttori di Caritas, animatori di comunità. Vengono dal Sud e dal Nord, portano esperienze di lotta alle mafie ma anche storie di perdono. Per tre giorni hanno pregato e riflettuto nel bellissimo monastero benedettino olivetano di San Magno a Fondi, terra fortemente inquinata dalle mafie, ristrutturato e affidato a don Francesco Fiorillo, parroco attivissimo, che ne ha fatto un luogo di spiritualità. Perfetto per l’annuale incontro dei preti di Libera, quest’anno dedicato a «Misericordia e verità si incontreranno».

Tre giorni di approfondimenti accompagnati dall’arcivescovo di Gaeta, Luigi Vari, dall’economista Leonardo Becchetti, dalla teologa Enrichetta Cesarale, dal direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli, e di riflessioni su fondamentali documenti della Chiesa italiana come Educare alla legalità (1991) e Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno (2010). E soprattutto riflessioni personali di pastori, storie di incontri e di fatiche. Partendo da chi ha messo in pratica la giustizia e la misericordia. «Il giudice Rosario Livatino aiutava le mogli di chi mandava in carcere. Rigido nell’applicare la legge ma pronto alla misericordia. Anche noi non abbiamo fatto sconti a nessuno ma anche immaginando percorsi di aiuto», ricorda don Luigi Ciotti. Così don Marcello Cozzi di Potenza racconta il suo cammino al fianco di tanti collaboratori di giustizia. «L’arma vincente contro le mafie è la 'confisca' del bene più prezioso, i loro uomini. Dobbiamo continuare a scommettere sempre di più su questo». Lo pensa anche per don Pino Demasi, parroco di Polistena (Rc): «La grande scommessa è la confisca dei loro affetti. Nel lavoro precedente abbiamo diviso buoni e cattivi, ora vanno raccontate storie di riscatto. Conciliare la chiara scomunica dei mafiosi pronunciata da papa Francesco con la misericordia. Tra Caino e Abele non c’è soluzione di continuità. Contribuisco a mandarli in carcere ma poi da lì mi scrivono di aiutare le loro famiglie».

Storie ed esperienze che diventano poi gli impegni della «Carta di Fondi» (il testo integrale è online sul sito di Avvenire). «Con lo stile di Maria, da figli del Risorto, insieme alle nostre comunità ci impegniamo a non tacere dinanzi alle ingiustizie e a ogni tipo di illegalità, a camminare al fianco delle vittime innocenti delle mafie e di quanti subiscono violenze e sopraffazioni, condividendo il loro dolore e la loro richiesta di giustizia e di verità, a contrastare ogni forma di corruzione perché cancro della civiltà e della democrazia, ad accompagnare il cammino di coloro che intendono pentirsi del male compiuto distinguendo il peccato dal peccatore». Impegni forti che si collegano alle forti parole del Papa. «Ci sentiamo sollecitati – si legge nell’introduzione della Carta – dal Magistero e dall’azione di papa Francesco a favore degli ultimi e degli emarginati, consapevoli che il momento attuale, portatore di grandi e profondi mutamenti, chiedendo la fatica della conversione, genera un diffuso clima di sospetto e spesso di chiusura e di indifferenza di fronte alla vita».

Non è un documento da 'primi della classe'. E infatti, si legge ancora, «siamo certi che questi impegni già caratterizzano ogni credente radicato nel Vangelo e che tanti altri fratelli e sorelle, sacerdoti, religiosi e laici vogliano sottoscriverli insieme a noi». Non chiudendo le porte neanche ai mafiosi. «Serve un bagno di umiltà che non vuol dire fare silenzio – sottolinea il padovano don Giorgio De Checchi –. È annuncio di vita non all’acqua di rose, che riconosce limiti e fragilità, che il peccato ci appartiene ma l’amore ci redime».

«Dobbiamo distinguere, dire che il male è male, che la mafia è struttura di peccato ma volgendo lo sguardo a chi lo compie, salvando la sua humanitas », riflette don Ennio Stamile, responsabile calabrese di Libera e a lungo coordinatore delle Caritas regionali. Impegni concreti. Così don Ciotti ricorda come «in grande silenzio stiamo seguendo centinaia di ragazzi, 'picciotti', manovalanza dei mafiosi. Opportunità e incontri che spesso hanno cambiato la loro vita». Ma anche, aggiunge, «tante donne che vogliono rompere gli schemi mafiosi». Già tante parrocchie le stanno accogliendo ma, insiste don Luigi, «serve una norma, una 'terza via' per persone che non hanno commesso crimini, che vogliono iniziare una nuova vita e hanno bisogno di essere aiutate, anche cambiando nome per salvarle».

Richieste concrete e impegni anche di vita ecclesiale, contenuti nella Carta, «a evitare qualunque forma di religiosità ritualistica e alienante che deturpa il volto paterno di Dio, a vivere ogni manifestazione di pietà popolare nella logica della semplicità e della radicalità evangelica affinché non si trasformino in esaltazione di personaggi potenti e boss mafiosi, e in mortificazione di poveri ed ultimi». Un evidente riferimento ai noti casi di 'inchini' ai mafiosi durante le processioni e all’infiltrazione delle cosche nelle feste patronali.

Vengono poi altri impegni che si collegano direttamente al magistero di papa Francesco. Sul tema dell’immigrazione, «a realizzare luoghi nei quali trovino accoglienza uomini e donne senza nessun pregiudizio di tipo religioso, etnico e sociale, a vivere la misericordia come risposta a ogni tipo di violenza e come accoglienza agli ultimi, ai poveri, agli emarginati e ai migranti». Quello sull’ambiente, «a promuovere e ad affermare i princìpi di una cultura di ecologia integrale, a sentirci parte integrante dell’ambiente perché ogni aggressione a esso venga vissuta come una ferita inferta a ciascuno di noi, a denunciare ogni tipo di connivenza anche istituzionale che favorisce il degrado ambientale agevolando gli affari delle ecomafie». E poi ancora il rapporto con la politica «per non cadere nelle maglie di facili strumentalizzazioni», la promozione di «un’informazione che cerchi sempre la verità e tuteli gli ultimi», la denuncia di «quella finanza che uccide i poveri e crea disuguaglianze sociali su scala planetaria», orientando «le risorse economiche sempre verso il bene comune».

Centrale resta la Misericordia. «Il volto di Caino va rialzato', dice il cosentino don Tommaso Scicchitano. Ricordando sempre, come sottolinea il friulano don Pierluigi Di Piazza, «che umiltà non è abbassare la testa ma riconoscere i propri limiti: non si abbassa la testa davanti ai soprusi». Pronti ad aprire le braccia al peccatore. Come don Giorgio Pisano, parroco di Portici, che celebra l’Eucaristia nella zona mercatale, «luogo di vita ma anche di profonda ingiustizia e illegalità», dove sta provando a far incontrare le famiglie degli assassini e quelle delle vittime.

Leggi il testo integrale della Carta

Antonio Maria Mira

© Avvenire, 9 settembre 2016

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