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Scuola: se il privato è dentro di noi

A forza di disinvestire sulla scuola ne abbiamo privatizzato le ragioni di fondo e ognuno di noi s'accontenta di trovare un posto al sole per i propri figli

Domani ci sarà una manifestazione sulla scuola. Per un momento vorrei lasciare da parte le coloriture politiche, le dichiarazioni del presidente del Consiglio, le polemiche che ne sono venute.

Né voglio entrare nel merito dello statuto delle scuole "private" (aggettivo per altro improprio) perché in questo insieme ci sono realtà molto diverse fra loro e penso che nonostante i casi di dubbia qualità siano più numerosi quelli in cui le scuole cosiddette private fanno un ottimo servizio pubblico. Ma ho come l'impressione che di fatto e senza neppure una polemicuccia da due soldi stia passando l'idea che l'aggettivo pubblico non sia più  imparentato con l'idea di "patrimonio comune", ma al più significa: finanziata dallo stato.

I motivi sono tanti.

Non solo perché in un'epoca post-ideologica alla scuola non statale (che in Italia significa spesso di matrice confessionale) affidano i propri figli credenti e non (giusto), elettori di destra e sinistra (altrettanto giusto).

Non solo perché siamo di fronte a una scuola (pubblica) che non ha più (così sembra) speranze d'essere oggetto di una approfondita riforma se non quella che taglia i costi e razionalizza le spese; non solo perché siamo di fronte a una scuola che perde pezzi, stima e autostima.

Ma anche perché è suonato il "si salvi chi può". Qualche esempio, tra i molti possibili.

Da sempre chi se lo può permettere e investe un patrimonio (aziendale o finanziario) sui propri figli cerca la scuola esclusiva all'altezza di un curriculum del proprio rampollo che comunque è già scritto prima che nasca, almeno nelle grandi linee. Ma oggi di fronte all'incertezza di cui è oggetto la scuola (monte ore, stabilità degli insegnanti, indirizzi di studio) è come se il ritiro nel "privato" fosse un movimento di massa trasversale agli schieramenti politici e alle appartenenze religiose. Nel circolo didattico cui appartiene la scuola di uno dei miei figli mancano all'appello 60 iscrizioni "di stradario". Dove sono? Nelle scuole private che almeno possono garantire un'apertura dalle prime luci dell'alba fino al tramonto inoltrato. Sono tutti convinti di aver fatto una scelta "di campo"? Non credo. Più facile pensare che si tratti di avere un barlume di certezza in un panorama desolante di dubbi: che insegnanti ci saranno? quante ore? quali materie?

Altro esempio. Nella classe di mio figlio alcuni genitori che poi rivedo in parrocchia hanno tentato di spiegarmi che di fronte ai tagli della riforma Gelmini è giusto - mentre a me pareva proprio non lo fosse - che i genitori ridipingano (ad esempio) le pareti delle aule, "perché in fondo sono le aule dei nostri figli quelle di cui stiamo parlando". Gli stessi però stanno facendo carte false per andare nella scuola della mia città dove il dirigente dichiara negli open day  che "qui si punta ad avere un ambiente di un certo tipo e proprio perché chiediamo molto ai nostri alunni è una scuola frequentata da figli di professionisti". Faccio notare che si tratta di una scuola dell'obbligo... Ma si può dire ancora "pubblica"?

Per par condicio due esempi anche sul versante degli insegnanti. Il primo caso è quello della roulette che ogni anno, in nome dell'autonomia scolastica, si gioca sui giorni di chiusura durante l'anno, quelle piccole "vacanze intermedie" che consentono - siamo onesti - anche agli insegnanti di andare in settimana bianca. E un genitore con tre figli in tre scuole deve impazzire perché la scuola (servizio pubblico e magari dell'obbligo) chiude a singhiozzo?

Il secondo è quello dello scaricabarile che capita a volte nella formazione delle classi dove vi sono insegnanti che si permettono di insistere che "non se la sentono" di prendere nella propria classe alunni stranieri né tanto meno d'assumersi "l'enorme carico" di un alunno certificato. Ma qui anche le scuole "private" hanno dei limiti strutturali. Che cosa facciamo? Classi-ghetto? Nella scuola pubblica?

Forse dobbiamo ammettere che a forza di disinvestire sulla scuola - lo stato in primis, poi gli elettori e anche la comunità ecclesiale in quanto tale - ne abbiamo privatizzato le ragioni di fondo e ognuno di noi, egoisticamente s'accontenta di trovare un posto al sole per i propri figli o per se stesso, raccontandosi che lo fa a fin di bene.

Sembra incredibile, eppure non ci rendiamo conto che non si può chiedere alla scuola qualità, integrazione, coesione, capacità di supplire alle più diverse carenze famigliari, affettive e relazioni e contemporaneamente dare continue picconate alle sue fondamenta. Una volta demolito questo edificio che è un pezzo della nostra storia comune di italiani chi darà coesione a una società così frammentata come la nostra?

Andiamo in piazza, quindi; oppure no. Ma siamo onesti: il privato è innanzitutto dentro di noi.

Maria Elisabetta Gandolfi

© www.vinonuovo.it, 11 marzo 2011

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