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«Sì, l'umanità può vivere in pace» L'ottimismo della Pacem in terris ancora attuale

La «Pacem in Terris», ottava e ultima enciclica di Giovanni XXIII, fu pubblicata l’11 aprile 1963. Ebbe un impatto grandissimo sull’opinione pubblica, con la sua richiesta di fermare la corsa agli armamenti e di mettere al bando le armi nucleari, anche perché arrivava a ridosso della crisi missilistica di Cuba, con il braccio di ferro tra Stati Uniti e Unione Sovietica che aveva tenuto il mondo con il fiato sospeso. L’enciclica è suddivisa in cinque capitoli: l’ordine tra gli esseri umani; rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all’interno delle singole comunità politiche; rapporti tra le comunità politiche; rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale; Richiami. Quattro sono invece le linee guida indicate lungo il documento per procedere sulla via della pace: la centralità della persona, inviolabile nei suoi diritti; l’universalismo del bene comune; il fondamento morale della politica; la forza della ragione e il faro della fede.

La Pacem in terris di Giovanni XXIII compie oggi 50 anni. E sembra non dimostrarli. Parola del vescovo Mario Toso, salesiano, segretario del pontificio Consiglio della giustizia e della pace. Avvenire lo ha intervistato per ricordare il valore e l’attualità dell’ultima enciclica di papa Roncalli.

Quali sono gli elementi che rendono ancora attuale la Pacem in terris?
Molteplici. A cominciare dalla sua prospettiva fondamentalmente ottimista sull’umanità, nonostante i segni negativi, come la minaccia di una nuova guerra atomica, gli squilibri sociali tra ceti e tra Stati, le contrapposizioni ideologiche. La pace infatti è possibile, perché le persone, nonostante i limiti che le attanaglino, sono esseri capaci di bene e di dialogo. Altro elemento di attualità è senza dubbio l’affermazione, in un contesto "liquido" come il nostro, propiziato dal relativismo, che la convivenza sociale è comunione di persone, unite moralmente e spiritualmente, impegnate nel raggiungimento del bene comune. Non può poi essere dimenticato l’elemento di attualità che è il fattore societario dell’autorità, formulato come facoltà di comandare secondo ragione e non mediante una forza prevalentemente coercitiva. Ma ciò che rende maggiormente attuale la <+corsivo>Pacem in terris<+tondo> è, senza dubbio la segnalazione delle nuove condizioni che richiedono la costituzione di una vera autorità politica mondiale. L’insegnamento di Giovanni XXIII su questo punto è stato richiamato da Benedetto XVI nella Caritas in veritate.

Quali, invece, gli aspetti che oramai sembrano superati dai tempi?
Non mancano sicuramente anche questi aspetti, trattandosi di un’enciclica legata a un contesto storico contingente. Si tenga presente, ad esempio, che in essa il diritto alla libertà religiosa è riconosciuto per tutte le persone aventi una coscienza retta, vera o invincibilmente erronea. In tal modo, rispetto al precedente magistero che riconosceva un diritto di libertà religiosa solo per i cattolici perché professanti una religione vera, si apre sì il varco per l’affermazione del diritto anche per i non cattolici. Ma ci si ferma nell’ambito della rettitudine di coscienza, così non si includono nel diritto gli atei. Poco tempo dopo, però, nel documento conciliare Dignitatis humanae si è superato questo limite con il diritto alla libertà religiosa fondato non più sulla rettitudine della coscienza, ma sulla dignità umana, intesa come capacità di ricercare il vero, il bene e Dio.

Il mondo oggi come allora vive con particolare apprensione la minaccia di un conflitto nucleare. Qual è la posizione della dottrina sociale della Chiesa su questo punto?
Nella Pacem in terris Giovanni XXIII giunge ad affermare: «Riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia». Si supera così la distinzione tra guerra giusta e ingiusta, optando per la pace e facendo comprendere che è «alienum a ratione», nell’era atomica, dare legittimità alla vecchia pretesa di risolvere i conflitti con la guerra giusta contro l’ingiustizia commessa. Così la pace va ricercata anzitutto eliminando il diritto di guerra degli Stati. Le affermazioni di Giovanni XXIII rappresentarono di fatto uno spartiacque per la dottrina sociale. Esse sospinsero con chiarezza ad abbandonare la teoria della «guerra giusta». E, tuttavia, la riflessione morale successiva riconobbe l’eccezione della guerra per pura difesa in presenza di un’aggressione in atto.

Allora, alcune questioni antropologiche sembravano forse inimmaginabili. L’enciclica offre degli elementi utili ad affrontare queste nuove sfide?
Certamente. L’enciclica presenta una lista di diritti e doveri che hanno un fondamento metapositivo e che sono da intendersi come diritti universali, inviolabili, inalienabili, indivisibili. E questo aiuta a contrastare le odierne porzioni dell’opinione pubblica o di politici secondo i quali il necessario risanamento dei conti pubblici e la crescita sono da conseguire, in un contesto di crisi finanziaria e di recessione economica, a prezzo della riduzione dei diritti sociali fondamentali, e cioè con lo smantellamento dello Stato sociale e delle reti di solidarietà della società civile, e persino con la sospensione della democrazia.

Quali sono le iniziative del vostro Pontificio Consiglio per ricordare l’ultima enciclica di papa Roncalli?
Essenzialmente tre. La pubblicazione di un volume sulla ricezione dell’enciclica nel magistero successivo. Poi, dal 2 al 4 ottobre prossimo, sono previste tre giornate di studio sulla Pacem in terris, a Roma. Infine un Seminario, primo nel suo genere, che si terrà sempre a Roma il 14-15 novembre e sarà rivolto ai cappellani dei Parlamenti.

Lei ha scritto la presentazione a uno dei primi volumi di papa Francesco editi in Italia. Il nuovo pontefice sembra particolarmente attento ad alcuni aspetti qualificanti la dottrina sociale della Chiesa anche alla luce dell’esperienza da lui vissuta nell’Argentina…
Il saggio pubblicato in Italia dalla Libreria Editrice Vaticana e dalla Jaca Book è significativamente intitolato Noi come cittadini, noi come popolo. Si tratta di un testo pronunciato dal cardinale Bergoglio in occasione del Bicentenario dell’Argentina. In esso l’ex primate di Buenos Aires sollecita il popolo argentino a rinascere dal punto di vista politico e democratico, dopo la grave crisi economico-sociale d’inizio millennio, offrendogli una carta di navigazione. Prospetta una via di uscita facendo leva sulla realtà del popolo, inteso come esperienza di un «noi di persone» che vivono coese, unite moralmente e spiritualmente, protese alla realizzazione del bene comune, sulla base della ricerca incessante di un orizzonte utopico condiviso, accompagnate da classi dirigenti all’altezza. Basterebbe solo questo per comprendere la valenza e la pertinenza del pensiero sociale e politico del cardinale Bergoglio rispetto all’attuale crisi italiana ed europea.

Gianni Cardinali

© Avvenire, 11 aprile 2013

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