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Spiritualità e pastorale nell’epoca del web

Meditazione di S.E. Mons. Francesco Cacucci al clero nel lunedì santo. Oasi S. Maria, Cassano Murge, 2 aprile 2012

Quando i romani intendevano civilizzare un territorio conquistato, seguivano il consiglio dei loro senatori e magistrati: aprivano nuove strade, un reticolo di strade. Su di esse viaggiavano non solo le merci e le legioni, ma soprattutto le idee e lo spirito di una cultura. Poi, i giacimenti del sapere furono preservati nelle biblioteche dei monasteri e dei conventi e, al tempo della stampa, le metaforiche strade divennero i libri disponibili in numerose copie. Oggi, dopo più di duemila anni dalla civiltà di Roma, l’opportunità di divulgare facilmente il pensiero è data dalla globale capacità di penetrazione sociale dei massmedia e, in particolare, dalla facilità di connessione individuale a Internet e a quelli che tutti chiamano social-network: Facebook, Twitter ecc..

Le nuove strade e autostrade della comunicazione sono ormai queste, tanto che non è del tutto sbagliato parlare di «nuovo contesto esistenziale»[1].

Le recenti vicende internazionali e italiane hanno dimostrato, nel bene e nel male, il potere che le tecnologie della comunicazione e i social-network hanno nel contribuire a eventi anche di vasta portata, non solo per quanto riguarda il fattore della leadership, ma anche per ciò che si riferisce al successo o meno della politica di un intero paese.

A fare la differenza, oltre a noti fattori studiati dalla sociologia politica, sono stati la presenza e la diffusione di un’estesa rete di comunicatori (intermediari), che, attraverso l’uso dei vari linguaggi, sono stati capaci di divulgare capillarmente un senso di partecipazione ideale, oltre che reale, in tanti che non necessariamente sono stati disposti a scendere fisicamente nelle strade e nelle piazze. Hanno cioè costituito, questi intermediari, una sorta di agenzia di influenza che ha fatto opinione e ha indotto i grandi media a rilanciare gli eventi o ha rilanciato essa stessa la posizione dei grandi media. Si parla così di nuovi scenari di “democrazia digitale”.

 

Ma, proprio questo invito alla condivisione di idee e atteggiamenti è il punto di discrimine sul quale conviene soffermarsi, soprattutto in vista di adesioni acritiche, entusiastiche ma soggettivistiche, che si prestano alla diffusione di una mentalità massificata anziché di un pensiero liberato dai condizionamenti delle mode e delle ideologie.

Non si tratta solo di un problema di contenuti o di capacità tecnica nell’usare lo strumento del web, ma dell’importanza di acquisire un metodo e un linguaggio adeguati, per chi intende frequentare in modo non superficiale questi media.

Nel caso, poi, del mondo ecclesiale anche la Parola di Cristo, che ha viaggiato, grazie ai calzari di apostoli e discepoli, sulle strade consolari romane ed è stata impressa a inchiostro su tante pagine, pare ormai incanalarsi in queste nuove, meravigliose, ma anche rischiose strade digitali, per rappresentare una testimonianza adeguata ai tempi e per dare vita a opere e comportamenti al servizio del bene in un mondo tecnologizzato e secolarizzato. Già il Decreto sui mezzi di comunicazione sociale Inter Mirifica  del Concilio Vaticano II aveva affermato che «rientra nel diritto nativo della Chiesa poter usare e possedere strumenti di questo genere, nella misura in cui essi siano necessari od utili alla formazione cristiana e a tutta la sua opera per la salvezza della anime» (n. 3).

Non stupisce, quindi, che anche da parte della Chiesa vi sia stata la lodevole intuizione di servirsi, in chiave di comunicazione pastorale, di Twitter per diffondere “pillole” del magistero quaresimale di Benedetto XVI.

Ma, al tempo stesso, con grande sensibilità ed equilibrio lo stesso Benedetto XVI, nel Messaggio per la XLVI Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ha sottolineato il tema Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione, per indicare che: «là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio».

Infatti, gran parte della attuale natura della comunicazione sul web è soggetta a esigenze che non sempre sono necessarie o importanti e sono, invece, molto lontane da quella testimonianza di autenticità e di saggezza che le situazioni richiederebbero. Anzi, ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre più il luogo virtuale ove spesso l’uomo contemporaneo è subissato da risposte, consigli, suggerimenti, informazioni su quesiti che egli non si è posto e circa bisogni nemmeno avvertiti.

Nel contesto della riflessione del pontefice, i cosiddetti motori di ricerca e i social-network come Facebook sono il punto d’incontro di un mercato della domanda e dell’offerta di comunicazione a basso costo per molte persone che cercano, prima di tutto, un modo di condividere idee e sensazioni. Spesso, però, quest’attività, questo bisogno di “trovare amici” nascondono, comunque, l’inquietudine di tanti, non esprimibile in altre forme, verso le domande ultime dell’esistenza umana: Chi sono? Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare?

Questa ricerca di verità, piccole o grandi, spesso è, di fatto, assoggettata a un ambito mediatico in cui domina la mentalità massmediale con le sue leggi e i suoi artifizi. La risposta a questi interrogativi, pertanto, non viene da un dialogo profondo, bensì da una semplice condivisione di estemporanee opinioni basate su altrettanto momentanee esperienze di vita. Da qui scaturisce un senso di confusione tra realtà e sua rappresentazione. Tendono a prevalere sensazionalismo, emotività, narcisismo.

 

Per questo occorre conoscere bene quell’ambito mediatico, che non è esclusivamente tecnico, ma piuttosto linguistico e psicologico, per non essere solo dispensatori di peregrine osservazioni o di risposte affrettate, se non, addirittura, in contrasto con le intenzioni previste. Oppure, per non cadere nell’ingannevole accoglienza di una piazza digitale, dove dietro i rumores e le condivisioni amichevoli si può celare una superficiale vocazione al pettegolezzo o alla propalazione di aspetti personali in un ambito non facilmente controllabile. Al di là delle intenzioni, ciò già si verifica. Non ci si rende conto che non ci troviamo di fronte al linguaggio verbale, ma a un linguaggio dell’“immagine tecnica”.

Se dietro ogni intervento su un social-network, come Facebook o Twitter, non c’è una attenzione acuta alle potenzialità e ai rischi del linguaggio e del mezzo che si sta usando, diviene difficile tradurre il senso e lo spirito del Vangelo nelle opportune forme e parole o segnalazioni (i c.d. link).

I rischi che si corrono sono tutt’altro che ipotetici, perché nell’attuale situazione dei social media si riscontrano amplificati aspetti discutibili già verificatisi in più di mezzo secolo di presenza della Chiesa nell’ambito dei media tradizionali. La sopravvalutazione del mercato degli spazi mediatici o l’eccessiva fiducia nella sola funzione tecnica dei mezzi di comunicazione sociale da parte del mondo religioso hanno talvolta prodotto, di fatto, nelle nostre società, anziché un radicamento dello spirito evangelico, una espropriazione della coscienza profonda e della stessa cultura cristiana. Al massimo di questa cultura permangono gli aspetti, indistinguibili dalle forme laiche del “politicamente corretto”, che rischiano di esprimere solo una ingiustificata tolleranza verso quella religio civilis che, in buona sostanza, mette a repentaglio la stessa identità cristiana[2].

La storia degli investimenti, non si sa quanto oculatamente fatti da alcuni settori ecclesiastici, nell’arco degli ultimi cinquant’anni, nell’ambito degli strumenti e dei canali mediatici (dalle radio e TV libere, alle sale cinematografiche, ai giornali diocesani e parrocchiali), senza una contemporanea formazione metodologico-linguistica di persone capaci di tradurre nell’uso dei nuovi linguaggi il messaggio evangelico, dovrebbe insegnare qualcosa. Tale storia testimonia risultati spesso modesti, a fronte di una mentalità materialistica dilagante. Tutto questo dovrebbe servire a rifuggire tanto da una pura imitazione dei modelli della comunicazione di massa commerciale e consumistica, quanto da una catechesi ancora prevalentemente razionalizzante. 

In tutt’altro campo, ma indicativo del clima di questa fase storica italiana, c’è un esempio illuminante. Molti degli utenti dei social network hanno creduto di svolgere un ruolo di autenticazione popolare della partecipazione politica, ma in effetti hanno solo riprodotto l’antagonismo partigiano che i grandi media hanno profuso a piene mani, senza quell’equilibrio ragionevole che la situazione avrebbe richiesto. Quest’assenza di un’augurabile rete di comunicatori autenticamente liberi ha rivelato uno spessore spirituale ancora povero e pertanto ha contribuito a dare un’ulteriore immagine di faziosità e di arretratezza culturale del nostro paese.

 

Allo stesso modo, in ambito strettamente religioso, accanto ad alcune agenzie e siti che rilanciano serie riflessioni e documenti del magistero (Totus Tuus, La bussola quotidiana, Pope2you, Diodopointernet, Fattisentire, UCCR, News.va, Zenit ecc.), manca una diffusa rete di comunicatori intermediari tra l’elaborazione magistrale e la missione pastorale. Ugualmente non c’è ancora un convincimento profondo a operare con questi nuovi media per un’educazione alla conversione di mentalità, che non sia un sostituire, erroneamente, con nuove liturgie digitali, le forme tradizionali ritenute desuete (vedi i casi di amministrazione del sacramento della penitenza via web).

Certamente la natura dei social-network e la rapidità della comunicazione digitale impongono una nuova ars dicendi et scribendi che va oltre la capacità predicatoria di un tempo, tuttavia, anche nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, quali quelli imposti dai limiti della tecnologia, si possono esprimere pensieri profondi, se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità alla luce del Vangelo.

L’auspicio è che questa brevità di sintesi aiuti veramente a radicare la Parola in un mondo secolarizzato e non a favorire la frettolosa attenzione consumistica anche alla meditazione sui contenuti di fede.

È quanto Benedetto XVI esprime nel Messaggio citato: «Non c’è da stupirsi se, nelle diverse tradizioni religiose, la solitudine e il silenzio siano spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose. Il Dio della rivelazione biblica parla anche senza parole: “Come mostra la croce di Cristo, Dio parla anche per mezzo del suo silenzio. Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. (…) Il silenzio di Dio prolunga le sue precedenti parole. In questi momenti oscuri Egli parla nel mistero del suo silenzio” (Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 30 settembre 2010, n. 21). Nel silenzio della Croce parla l’eloquenza dell’amore di Dio vissuto sino al dono supremo. Dopo la morte di Cristo, la terra rimane in silenzio e nel Sabato Santo, quando “il Re dorme e il Dio fatto carne sveglia coloro che dormono da secoli” (cfr Ufficio delle Letture del Sabato Santo), risuona la voce di Dio piena di amore per l’umanità».

 

Infatti, nella confusione sempre possibile tra fine e mezzo, si corre il pericolo di porre come obiettivo la sola presenza quantitativa e non l’aspetto qualitativo della incidenza dei messaggi.

Di questo occorre tenere particolarmente conto quando, operando sul terreno virtuale, s’intende dare un contributo alla divulgazione del messaggio cristiano. Infatti, la testimonianza di fede sul web ha fatto crollare il confine tra privato e pubblico per quanto attiene al modo di presentarsi agli altri in una veste che è emblematicamente diversa rispetto a quella che si mostra nella quotidianità della vita reale. Sul web, tra l’altro, tutto diventa pubblico e per sempre. Tutto è globalizzato.

 

L’atteggiamento della testimonianza di fede, perché non sia un puro atto di esibizione formale di un’etichetta, quando si entra nella dimensione di una comunicazione digitale richiede una consapevolezza e un rigore di pensiero del tutto esemplari da parte degli uomini e delle donne che si presentano come credenti. Se poi si tratta di ministri sacri, essi non possono trascurare che anche il comparire in veste digitale richiede una responsabilità in conformità e in sintonia con la dignità di uomini di Chiesa e non come megafoni di un puro opinionismo o di pettegolezzi, come accade per tanti dei privati utenti che si limitano a osservazioni superficiali. Questo vale anche nel rapporto educativo tra sacerdoti e giovani. Non può divenire prevalente il rapporto “virtuale”.

Andrebbe pertanto affermata e consolidata una formazione che distinguesse, una volta di più, l’educazione alla lettura dei social network e la strategia algoritmica[3] dell’uso dei medesimi, così come si sarebbe già dovuto fare per cinema, tv e stampa, affrontati in modo metodologicamente robusto.

L’esposizione sulla piazza virtuale, di per sé, fa di chiunque un personaggio pubblico. A maggior ragione, se si tratta di chi rappresenta la Chiesa, egli ha un ruolo differente da quello del semplice utente che pure desidera essere presente come appartenente alla vita ecclesiale. Deve portare qualcosa di più e di diverso, quanto a incisività e rispetto alle persone.

Il sacerdote, il religioso, il diacono, in questa veste di comunicatori digitali, non sono una semplice presenza individuale e nemmeno dei tecnici di un’umana professione, che condiscono la competenza professionale con un ingrediente in più che è la fede: sono “professionisti della salvezza spirituale”, che devono tener conto dei professionisti del mondo massmediale che si ergono spesso a direttori delle coscienze.

Questo qualcosa in più, lo ripeto, non appartiene al livello della conoscenza tecnica degli strumenti o dell’occupare spazi formalmente etichettati come cattolici, bensì riguarda il poter contare su di un’impostazione di pensiero, di capacità di ragionamento, di funzione pastorale adeguate alla struttura della mentalità prodotta dal linguaggio dei  media nei confronti di un pubblico che, purtroppo, è disposto sempre più a prendere come predicatore un cantante a Sanremo anziché il sacerdote nell’omelia.

 

L’allora card. Ratzinger nel discorso al Convegno Parabole mediatiche, organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 2002, usò una fortunata immagine che rende meglio il ruolo e la pretesa del cristianesimo nei confronti della cultura digitale: quella dell’«intagliatore di sicomori» mutuata dal profeta Amos (7,14)[4].

A dir la verità è san  Basilio il Grande – come ricordava Ratzinger – a proporre questa immagine per un itinerario di confronto e di incontro con la cultura greca del suo tempo. Secondo la traduzione greca dei LXX, il profeta Amos direbbe: «Io ero uno, che taglia i sicomori». I frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto. Nel suo commento ad Is 9,10 afferma san Basilio: «Il sicomoro è un albero che produce moltissimi frutti. Ma i sicomori non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia uscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto (…). Quando si riesce ad incidere (la vita e la cultura pagana) con il Logos, la si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile». «Sì, ultimamente – commenta Ratzinger –, è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei “coltivatori di sicomori”: l’intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza».

La fede è un “taglio”, recupera ciò che vi è di buono, ma è anche opposizione a ciò che contraddice il Vangelo. Hugo Rahner ha espresso questa esigenza nel suo lavoro sulla “pompa diaboli”, la rinuncia del rito battesimale. Era, secondo il pensiero patristico, rinuncia a una degenerazione della cultura del tempo (teatro, circo, con crudeltà e violenze, disprezzo dell’uomo). Oggi potremmo dire soggettivismo, narcisismo, pornografia. Era la preoccupazione costante di Padri della Chiesa, come Cipriano e Gregorio Nazianzeno. Mediante l’«incisione» del sicomoro della cultura antica, essi l’hanno nel complesso «salvata».

Ecco perché attraverso il “taglio” dei sicomori della cultura digitale da parte del Logos, nel cammino di «conversione» siamo chiamati a “mettere in salvo” ciò che di essenziale e di vero tale cultura digitale contiene. Così come i Padri della Chiesa hanno “messo in salvo” la cultura pagana e ce l’hanno consegnata trasformandola da strumento talvolta marcio in un frutto grandioso. Questa è la sfida cristiana, che nell’epoca del web ci attende soprattutto come ministri del Signore.

 

 

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Francesco Cacucci

Arcivescovo di Bari-Bitonto

 


[1] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 51.

[2] Cfr la mia relazione al XXXV Convegno nazionale delle Caritas diocesane: Memoria fedeltà profezia: 40 anni di Caritas in Italia, Fiuggi Terme, 21 novembre 2011.

[3] L’algoritmo corrisponde a una serie organica di operazioni, atta a raffigurare uno scopo. L’omelia, una catechesi sono un algoritmo; così com’è algoritmo un film, un articolo di giornale, qualsiasi opera dell’ingegno che abbia alle spalle un’idea.

[4] L’immagine del sicomoro mi ha ispirato nella Lettera pastorale “Cerca e troverai” per indicare la missione profetica e pastorale della nostra Chiesa diocesana. Essa è «coltivatrice di sicomori», cioè di quegli strumenti necessari a tanti ragazzi e giovani, per riuscire a vedere Gesù.

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