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Spiritualità. Rupnik: «I pellegrini oggi? Le persone vanno lì dove c'è la vita»

A colloquio col teologo e artista gesuita Rupnik: «Spesso ci viene proposta una fede individuocentrica, ma il cristianesimo è relazione e la Chiesa è forte se non cerca di difendersi ma si dona»

Non è facile incontrare padre Marko Ivan Rupnik nel suo girovagare per il mondo, e ancor meno sedersi con lui a colloquio. Gesuita, teologo, docente alla Gregoriana e al Pontificio istituto liturgico, predicatore di esercizi spirituali, direttore del Centro Aletti a Roma dove guida l’atelier di arte liturgica, è, soprattutto, un mosaicista molto conosciuto. I lavori realizzati dalla sua “squadra” ecumenica di artisti si incontrano nelle chiese e nei santuari di tutta Europa, da Fatima a Lourdes a San Giovanni Rotondo come nella cappella Redemptoris Mater in Vaticano. Mosaici densi di spiritualità, di luce, di colori, di continui rimandi relazionali, di comunione fra Dio e gli uomini. Lui, parlando della scelta privilegiata per questa forma espressiva, spiega: «Il mosaico non si fa da soli, è un’opera per sua natura corale, è un lavoro di comunione».

Nato nel 1954 a Zadlog in Slovenia, allora Jugoslavia, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1973. Ha studiato alla Gregoriana e all’Accademia di belle arti di Roma. Oggi le sue molte attività lo conducono spesso lontano da Roma: «In 28 anni ho percorso più di due milioni di chilometri solo in Europa». Impegni e lavori che nel suo studio al Centro Aletti risaltano evidenti dai disegni e dalle fotografie di cui sono piene le pareti. E non mancano i libri della casa editrice del Centro, la Lipa, con l’ormai classico L’arte di purificare il cuore del suo maestro spirituale, il cardinale Tomáš Špidlík, e anche, sempre per Lipa, l’ultimo testo a portare la firma di Rupnik: Il giorno al giorno ne affida il racconto, dedicato a Špidlík, oppure, sempre di Rupnik, ma per Lev, Secondo lo Spirito. La teologia spirituale in cammino con la Chiesa di papa Francesco.

Tanta gente è in cammino cercando la fede. Insoddisfatta della parrocchia va nei santuari, sulla tomba di Padre Pio o su quella di Natuzza Evolo, va a parlare con l’eremita o con fratel Cosimo in Calabria...

«Penso che dove c’è vita lì pellegrina la gente. Come si dice nei testi sapienziali: la soglia del saggio è consumata. Quando ho lavorato per i mosaici a San Giovanni Rotondo ho visto l’archivio delle lettere delle persone, anche famose, che andavano da Padre Pio. Non cercavano discorsi culturali, ma una parola per la vita. Credo che il discorso religioso al quale siamo stati abituati in questi decenni si vada esaurendo perché ormai nutre un bisogno psichico di religiosità che non ha niente a che fare con la fede della Chiesa e non fa confluire nelle persone la novità della vita nuova. Non nutre la vita. Così si può andare in chiesa e poi vivere con la mentalità di chi è totalmente nutrito dalle cose che il mondo offre, senza discernimento».

La fede cristiana invece?

«È un nuovo modo di esistere. Cristo è venuto a estendere su di noi la modalità di esistenza secondo Dio, che è in comunione, in relazione. La comunione è il significato della nostra esistenza. Noi per secoli l’abbiamo emarginata e ci siamo fondati su un Dio impersonale. Ma Dio si presenta sempre in comunione. A Mosè dice: Io sono con te, sono col mio popolo... È un’esistenza comunionale. Non siamo in un binomio “uomo-Dio”, ma "Dio padre-uomo figlio". Siamo figli nel Figlio di Dio e questo cambia tutto, perché se siamo figli vuol dire che siamo stati generati in una relazione, in una comunione che è eterna. Essere cristiani non significa filosofare su Dio, ma chiamarlo Papà».

Figli nel Figlio risorto... ma nella nostra società la morte fa sempre più paura.

«È un problema molto serio. Noi continuiamo a nascondere la morte, proviamo in tutti i modi a tenerla distante, ma ci resta la paura. I primi cristiani la affrontavano invece a viso aperto perché sapevano di essere già morti nelle acque battesimali: morti e risorti a vita nuova. Non a caso l’arte cristiana prende avvio dalle tombe. E allora, io che sono battezzato perché ho paura della morte come chi non crede? Perché sono tanto preoccupato per me stesso?»

Perché?

«Gesù è vissuto donando. Credere in Gesù significa vivere non per affermare se stessi, ma per donare se stessi. Invece il mondo ci dice di sgomitare, ci propone un terrificante stile di autoaffermazione: mi affermo per salvarmi, sgomito per affermarmi. Anche la normale offerta religiosa chiede il mio impegno per darmi in cambio la salvezza. Ma questo è individuocentrismo. La fede della Chiesa, invece, è una manifestazione di umanità che vive donandosi. Solo l’amore resta, tutto il resto passa. La Chiesa oggi è forte se fa vedere un’umanità che non cerca di difendersi, ma si dona. Ricordo mio padre, in Jugoslavia, che sottolineava l’inutilità di difendersi dai comunisti perché, diceva, “è la Chiesa che ci difende e ci nutre perché siamo nel corpo di CristoÏ».

Un simile punto di vista fa cadere tanti ragionamenti sulla Chiesa emarginata dalla politica, dalla cultura...

«Non è molto positivo quando la Chiesa si preoccupa di se stessa, di quale spazio dovrebbe avere nel mondo, di come avere più visibilità... Sono preoccupazioni cosmetiche che non centrano niente con la missione della Chiesa. Tempo fa, sull’aereo, un tipo, che non sapeva fossi un prete, mi diceva di essere cattolico, ma di non praticare. Domandai perché non praticava e lui rispose: “Quando vedrò un cattolico non preoccupato per se stesso praticherò anch’io”. È una generalizzazione, ma il vero cristiano è libero anche da se stesso, e questo si vede».

Torniamo alla paura della morte.

«Come si legge in Eb 2,15 a renderci schiavi è il timore per noi stessi. Fin quando penso che morirò mi devo difendere, ma la novità dei cristiani è nel sapere che quando uno muore a se stesso comincia a fruttificare. Chi ama si consuma, ma genera amore, cioè nuova vita. E Gesù ci dice che siamo riconosciuti come suoi discepoli quando ci amiamo gli uni gli altri (Gv 13,35). La gente cerca persone che si amano, vuole sentire e capire che è possibile amarsi. Una volta un vescovo vietnamita mi raccontò di un visitatore apostolico che si recò in Vietnam per vedere se erano rimasti cristiani. Non avendoli trovati stava per ripartire quando un uomo gli si avvicino per dirgli che forse aveva capito chi stava cercando, ma che loro non li chiamavano né cristiani né cattolici. Quindi condusse la delegazione in una valle fra le montagne dove viveva un popolo che i vietnamiti conoscevano come “quelli che si amano”».

E questo come si traduce nella sua attività artistica?

«Agli artisti che lavorano con me dico che dobbiamo svegliarci alla mattina con gratitudine e andare a dormire ringraziando per il giorno che è stato perché siamo così diversi fra noi eppure siamo amici, ci vogliamo bene. A conclusione di un lavoro spesso la gente ci dice: “L’opera che ci avete lasciato è bella ma ancora più bello è stato vedervi lavorare insieme”. Questa è grazia. Se viviamo da cristiani, nel nostro vivere si manifesta una vita che non gestiamo ma che è contagiosa. L’amore non lo gestisci. Ti metti a disposizione affinché viva attraverso di te».

Diventiamo strumenti nelle mani di Dio?

«Spesso si dice “strumenti”... ma il pennello che è nelle mie mani non è come lo sono io nelle mani di Dio. L’amore non può renderci degli oggetti. In Gv 1,4 si legge che «Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». Se è vita la devo avere dentro. Quindi la luce viene da dentro. La luce è Cristo e io sono la lampada attraverso la quale Cristo si manifesta al mondo, prendendo il colore e la forma del vetro di cui è fatta la lampada. Questo non è essere strumenti».

E nelle nostre parrocchie?

«Noi pensiamo che le opere e le istituzioni mettano le persone insieme, ma non è mai stato nella storia. Se la parrocchia ha persone che hanno scoperto che la vita li illumina da dentro e per questo la loro esistenza è relazionale, allora la parrocchia diventa inclusiva, espressione della bellezza della vita in Cristo, altrimenti sarà un elenco di incontri, di sedute aziendali nelle quali si esce come si è entrati. E poi bisogna lavorare con chi ha sete. C’è tanta gente che desidera conoscere Cristo, che ne è assetata, ma non trova con chi parlarne. Se il parroco è un padre, un amico nello Spirito allora Dio si manifesta. Troppe volte la nostra pastorale è individuocentrica mentre le persone cercano una relazione. L’uomo è essenzialmente trinitario: non può essere se non con l’altro»

Roberto I. Zanini

© Avvenire, domenica 8 dicembre 2019