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Stiamo rubando loro il futuro

Erano venute da noi per uno stage le ragazze della scuola colpita a Brindisi. E forse per questo oggi non riesco a mettere a tacere dentro di me tante domande

Arriva un sms sul cellulare. È il presidente della nostra cooperativa educativa: "Sono le ragazze di Brindisi che sono venute da noi a fare lo stage l'anno scorso!" Resto di sasso. E la mente corre a quella serata di formazione con loro, bella e intensa vissuta con studentesse sconosciute che dalla Puglia erano arrivate fino in Romagna per uno stage di formazione. Non posso davvero dire se erano quelle colpite, ma erano di quella stessa scuola. Non ci credo! Ancora dolore, e così vicino e duro. Chiamo Fabio (il presidente). Ha la voce spezzata e quando gli chiedo come sta, si gela e non dice nulla. Lo capisco, potevano essere i miei studenti, dello stesso ordine di scuola di quell'istituto. Si, davvero, nemmeno io trovo le parole. E allora i pensieri diventano un fiume in piena.

Ci vuol poco a immaginare dietro a questo scempio una forma di criminalità organizzata. E, senza riuscirci, cerco di pensare quanto dis-umano possa essere lo stato d'animo di chi progetta e realizza questo strazio. Dis-umano nel senso proprio di mancanza di umanità, dove il valore della propria persona, prima che quella dell'altro, è da tempo svuotato e negato, e su questo si è impiantata una cultura animalesca che fa della tecnica uno strumento di morte.

Questi studenti colpiti, fisicamente o psicologicamente, si porteranno nella carne e nella memoria, per anni, il senso di continua e quotidiana insicurezza e di svuotamento del senso della vita. Ma come si può pensare che in queste condizioni queste generazioni siano in grado di "progettare" la propria vita? Come possono avere sguardi lunghi sul futuro? Questi eventi corrodono il valore della persona, un giorno dopo l'altro, un passo dopo l'altro, così come fanno una serie infinita di eventi, mediatici e non, che promuovono "stili" esistenziali in cui l'illegalità e la considerazione della persona come di un pezzo di carne, sono normali.

Da Corona che maltratta un giornalista e chiama in suo soccorso un maresciallo dei carabinieri, che prontamente arriva e lo difende, ai tesorieri di due partiti che "rubano" sui soldi pubblici, al figlio della mia vicina di casa che trova lavoro solo perché raccomandato da un consigliere comunale. E non crediamo che questo non c'entri! Questo fa "cultura", molto più di quanto possa fare la scuola o di quanto possano fare le leggi dello Stato, purtroppo. Credo che sia vero che la mafia teme la cultura e per questo va a braccetto con chi favorisce questa "cultura" dis-umana. Ma temo anche che la scuola di fronte a questo possa fare solo un lavoro dai tempo lunghi. Due mesi fa ero a Napoli, per un corso di formazione. Istituto "Sannino" quartiere Ponticelli. Il preside apre la giornata: "Questo è l'ultimo avamposto di umanità in questo quartiere". E quando nella pausa assisto ad un litigio furibondo tra un docente e una studentessa della scuola che vuole a tutti i costi colpire una coetanea con un pezzo di ferro, mi rendo conto di che cosa intende.

Tutto questo fa cultura. Stiamo rubando il futuro a queste generazioni. Un pezzettino al giorno, un passettino dopo l'altro, rendiamo impossibile ai nostri giovani pensare ad un futuro possibile e umano. Ma noi non centriamo davvero nulla? Noi che stiamo sicuri dentro i nostri schemi esistenziali e non ci rendiamo conto di quanto sia cambiato il mondo e di che cosa sia in ballo. Noi che continuiamo a vivere il cristianesimo come se fossimo in un mondo organizzato e coerente. Noi che pensiamo che basti la preghiera, che certo c'è e non manca. Che basti la celebrazione rituale del dolore, che c'è e non manca, ma che spesso serve solo a rassicurarci e a non farci sentire responsabili anche noi. No, non basta più! Non basta più, per un cristiano, la normale testimonianza nella propria vita quotidiana. Ci vuole un sussulto di umanità. Quando è in gioco l'essere umano tutto il resto deve passare in secondo piano, perché Gesù Cristo oggi è proprio dentro questa umanità sventrata e dilaniata.

E allora come cristiani non possiamo continuare a restare tranquilli dentro un sistema culturale che sta facendo morire i nostri giovani e il futuro di questo Paese. Non possiamo continuare ad accodarci a politici, di ogni schieramento, che ancora oggi, dicono quanto hanno fatto contro le mafie. Sento Vendola, Bersani, Monti, Fini, Casini, Berlusconi, Schifani e ho la sensazione davvero del "voltastomaco". Questi stessi discorsi li ho sentiti vent'anni fa, identici, per Falcone, sua moglie, Borsellino e gli agenti delle scorte. E in questi vent'anni altre decine di volte si sono ripetuti. E nulla sembra cambiato nel sistema in cui viviamo. Allora basta! Abbiate il coraggio di stare zitti, di lavorare in silenzio per il bene di questo Paese e di ammettere con sincerità quando si sbaglia. Almeno questo farebbe vedere una cultura diversa ai miei studenti.

Ma un cattolico oggi dovrebbe starsene buono buono a pregare (cosa comunque assolutamente necessaria!) o dovrebbe anche muovere le leve della pressione sociale, perché la condizione in cui viviamo possa davvero recuperare un senso umano? E non penso solo alle attività possibili attraverso i cosiddetti "corpi intermedi", ma forse anche a forme in cui la nostra "riserva escatologica" diventi profezia riformatrice che offre stili di vita diversi.

Perdonatemi lo sfogo, che vorrei diventasse almeno una domanda a Dio: «Cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?»

Gilberto Borghi

© www.vinonuovo.it, 19 maggio 2012

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