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Stili di vita in tempo di crisi

Dare risposte - oltre alla compassione e all'indignazione - è compito dei credenti. Partendo dalla consapevolezze delle macerie lasciate dietro di sé dall'avidità

Essere cristiani è mettersi con coerenza alla sequela della Parola e in gioco rispetto a se stessi, facendo i conti con i "segni del mondo" che vive e si muove con noi. Ci è dato un tempo per vivere e testimoniare e questa è la nostra storia. Una vicenda individuale e collettiva che, come accade sempre nei periodi di passaggio d'epoca, per l'umanità in cammino, è piena di paradossi e situazioni che uniscono gioie e dolori, drammi e speranze. Vivere il cristianesimo al tempo della crisi per noi credenti del Nord ricco del mondo è una sfida. Se tutti siamo figli dello stesso Dio, perché chi sta meglio si affanna a parlare di borse, spread, miliardi, risparmi e pensioni e nel Corno d'Africa molti fratelli stentano a sopravvivere? Oppure come reagire e cercare delle soluzioni possibili per i fratelli immigrati che fuggono dai loro Paesi africani e asiatici per cercare di dare un futuro a una vita di stenti, rischiando sempre di perderla nel fondo del mare, attraccando nei porti del mediterraneo e in particolare nella nostra Sicilia? Dare risposte, oltre alla compassione e all'indignazione, è compito dei cristiani credenti.

E allora come procedere per alleviare e combattere il disagio e l'emergenza, come unire la crisi delle nostre tasche e dei conti in banca sempre più miseri al grido di dolore di chi non ha nulla? Domande che meritano approfondimenti e piste di riflessione per giungere a quell'azione di carità che nel cristiano dovrebbe essere sempre il proseguimento del momento di preghiera. È il tema di sempre e che oggi ci tocca più di prima. E questi due estremi non possono essere scissi o peggio rimossi o negati, devono essere ri-uniti, ripensati alla luce del vangelo e della volontà di cambiare e camminare con l'uomo.

La società del possesso produce fatalmente crisi - scriveva Claudio Risé, psicanalista e scrittore, in un fortunato saggio La crisi del dono. La nascita e il no alla vita - proprio perché in essa importanti risorse, prodotte dalla genialità umana, dallo sviluppo economico, dalla ricerca scientifica e tecnologica, vengono continuamente sequestrate dalle categorie più avide, che finiscono col distruggerli in un folle gioco alla moltiplicazione dei guadagni e dei patrimoni individuali. L'attuale crisi è nata dalla distruzione di enormi ricchezze, ad opera dall'alleanza tra l'avidità di risparmiatori convinti di poter aumentare a dismisura i propri patrimoni sia immobiliari che mobiliari, e fasce di finanza spregiudicata che lo lasciava credere possibile, per amministrarne le risorse.

Cambiare, dunque, lo stile di vita vuol dire con-dividere i beni, spogliarsi di ciò che è superfluo, dalle zavorre mentali e materiali a ciò che ci rende schiavi senza un perché, e ci vincola e spinge ad un insano egoismo. La crisi che colpisce indistintamente (lavoro, casa, servizi) aumenta la sindrome da accerchiamento, la paura del futuro. "Non abbiate paura", come non a caso hanno più volte ripetuto gli ultimi due Papi. La sete di possesso si nutre della cultura (assai diffusa anche in ambienti cattolici) che rileva il bisogno rispetto al dono, la penuria rispetto alle risorse, la paura rispetto alla fiducia, il malessere rispetto al piacere. Gesù ci invita a essere generosi perché "ogni piacere profondo comincia, e continua, nel dono".

«La crisi economica in atto va presa in tutta la sua serietà», ammonisce il Papa nella sua missione: «Essa ha numerose cause e manda un forte richiamo ad una revisione profonda del modello di sviluppo economico globale». «la Terra può nutrire tutti i suoi abitanti». ha detto Benedetto XVI alla Fao, ma intanto un bimbo ogni cinque secondi muore di fame. Condannare gli «stili di vita improntati ad un consumo insostenibile» che nei «Paesi di antica industrializzazione» si «incentivano malgrado la crisi» e risultano «dannosi per l'ambiente e per i poveri», non è dottrina politica ma le linee guida dell'enciclica "Caritas in Veritate".

Ci sono segni di speranza. Certo perché il cristiano vede lontano ed ha un destino. Non pochi giovani decidono di tornare a dedicarsi all'impresa agricola alla campagna, senza abbandonare studi e formazione, ricerca e volontà di crescere, dunque non per abbandonare la modernità ma per aiutarla ad avere un futuro «sentendo di rispondere così non solo ad un bisogno personale e familiare, ma anche ad un segno dei tempi, ad una sensibilità concreta per il bene comune», ci dice ancora Benedetto XVI.

Luca Rolandi

© www.vinonuovo.it, 22 settembre 2011

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