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«Stille Nacht!», da 200 anni l’inno di Natale per gli “ultimi”

Nella notte di Natale del 1818 debuttava il popolare canto che in italiano sarebbe diventato «Astro del ciel». La storia del brano che in Austria, sua terra d'origine, batte Mozart

In italiano è Astro del ciel; in spagnolo Noche de paz; in maori Marie te po, tapu te po; in zulu Busuku obuhle. Traduzioni? Più che altro testi del tutto nuovi che si innestano su uno dei più popolari canti natalizi: Stille Nacht!. Oltre trecento le lingue e i dialetti del mondo che accompagnano il brano eseguito per la prima volta duecento anni fa, al termine della Messa della notte di Natale del 1818 a Oberndorf, villaggio di battellieri a venti chilometri da Salisburgo. Oggi il borgo è conosciuto come il “paese di Stille Nacht!”. Ed è una delle tappe del Giubileo musicale che sta coinvolgendo tutta l’Austria. Perché la canzone che evoca la nascita dell’Emmanuele nella «notte silenziosa» e «santa » è uno dei simboli del Paese asburgico. Non è un caso che l’Unesco l’abbia inserita nella lista del patrimonio culturale intangibile dell’umanità e che una delegazione austriaca sia giunta fino in Vaticano il 12 dicembre per celebrare il bicentenario con papa Francesco che ha ricordato come il canto «con la sua profonda semplicità ci faccia cogliere l’evento della Notte Santa».

Una stella bianca creata con uno spartito è il logo dei festeggiamenti che si snodano attraverso nove località: otto sono quelle in cui hanno vissuto gli autori della canzone, il sacerdote Joseph Mohr e il compositore amatoriale Franz Xaver Gruber; l’ultima, Fügen in Tirolo, è legata ai “cantori nazionali della Zillertal”, fra cui i fratelli “Ur-Rainer” che hanno portato il brano fra l’Europa e l’America.

Risultato? Nella terra di Mozart la partitura che in queste settimane detta l’agenda di celebrazioni, concerti, mostre, percorsi per famiglie non è una del genio del Don Giovanni ma quella di un maestro di scuola di Arnsdorf che arrotondava lo stipendio come organista nella chiesetta di Oberndorf imbiancata dalla neve.

In quel Natale del 1818 il cappellano è don Mohr, arrivato da appena un anno. Nato a Salisburgo nel 1792 e ordinato sacerdote nel 1815, viene mandato a Mariapfarr im Lungau come collaboratore parrocchiale. E ha 24 anni quando qui scrive una poesia natalizia in sei strofe che intitola Stille Nacht!. È il 1816 e l’Austria, come tutta l’Europa, è ancora scossa dai riverberi delle guerre napoleoniche. Il principato arcivescovile di Salisburgo perde la sua indipendenza ed è smembrato fra Baviera e Austria. Mariapfarr soffre sotto le truppe di occupazione, fra fame e raccolti dilapidati dalle piogge. E i versi che il giovane prete scrive sono un inno di consolazione per la sua gente piegata dalla povertà e dal dolore ma anche un’invocazione alla pace. Perché, secondo Mohr, la sola fonte inesauribile di speranza è Cristo che viene alla luce a Betlemme. La cittadina ospita oggi il museo dedicato al brano e anche la “fontana Stille Nacht!” nella piazza che porta il nome del prete poeta.

Di facile comprensione, il testo è una ninna nanna al Bambinello «dai capelli ricci» che la musica di Gruber esalta. Racconta il maestro nelle “Autentiche motivazioni” datate 1854 che ripercorrono l’origine del canto: «Il 24 dicembre 1818 Josef Mohr, allora assistente della nuova chiesa di San Nikolaus, consegnò all’organista Franz Gruber (che all’epoca lavorava anche come insegnante presso la scuola di Arnsdorf) il testo di una poesia pregandolo di comporre una melodia adatta ad essere cantata da due voci soliste accompagnate da coro e chitarra». La sera stessa Gruber consegna la melodia: è in re maggiore. Viene presentata durante la Messa della notte a Oberndorf. Don Mohr canta la parte del tenore con la chitarra, mentre Gruber esegue la parte del basso. La canzone riceve «grande plauso» dalla gente che affolla la navata. Una “prima” che alimenta anche alcune leggende. Come quella del tutto falsa secondo cui il canto è eseguito con la chitarra, strumento allora considerato da taverna, perché un topo ha rosicchiato il mantice dell’organo mettendolo fuori uso.

«La melodia è popolare nella migliore accezione del termine – spiega il compositore e drammaturgo viennese Gottfried Franz Kasparek –. L’andamento lento ha origine dalle zampogne dei pastori siciliani a cui si attribuisce tenerezza e una dolce malinconia». Nell’antica canonica di Oberndorf un museo evoca le radici del canto. E anche lunedì prossimo, come accade tutti i 24 dicembre, si svolgerà alle 17 davanti alla chiesa la “commemorazione di Stille Nacht!” che richiama appassionati da tutto il mondo.

Del resto il brano ha fatto il giro del pianeta. E, ripetono a Salisburgo, viene cantato ogni anno da due miliardi e mezzo di persone. Nel 1859 è il reverendo (e poi vescovo) episcopaliano John Freeman Young, in servizio alla Trinity Church di New York, a pubblicare la traduzione inglese con il titolo Silent night che nell’interpretazione di Bing Crosby è fra i singoli più venduti di tutti i tempi. Sarà, invece, il sacerdote bergamasco don Angelo Meli (1901-1970) a firmare nel 1937 la versione italiana, Astro del ciel, riscritta di sana pianta e pubblicata dalle edizioni Carrara di Bergamo. Negli anni Cinquanta arriverà l’adattamento francese Douce nuit, sainte nuit dei musicisti Robert Reyon e Marcel Combre.

 Il “capolavoro” di Mohr e Gruber segna anche la Grande Guerra. Nel dicembre 1914, come narra il film Joyeux Noël di Christian Carion, le truppe tedesche e quelle britanniche danno vita a un’informale tregua nel territorio belga di Ypres-Saint-Yvon. Quando i soldati prussiani abbandonano in qualche modo le trincee intonando un canto natalizio, l’esercito inglese risponde con lo stesso canto nella propria lingua. Il canto è Stille Nacht! per i tedeschi e Silent night per i militari del Regno Unito.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, venerdì 21 dicembre 2018

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