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Sui significati della parola «praticante»

In ambito laico indica quelli che «fanno pratica». Ma per noi cattolici rischia pericolosamente di diventare un sinonimo di «arrivati»

«Praticante» è una strana parola che - in contesto laico (avvocati, giornalisti, commercialisti...) - indica coloro che «fanno pratica», ovvero svolgono un tirocinio che poi li abiliterà all'esercizio della professione; dunque i nuovi, quelli che devono imparare i trucchi del mestiere, i principianti. Invece in ambito religioso il medesimo termine indica gli «arrivati», coloro che hanno già raggiunto la certezza della fede e la manifestano appunto aderendo alle sue «pratiche», cioè essenzialmente partecipando alla messa domenicale.

Scherzi del vocabolario, il quale peraltro registra così il senso burocratico/formale in cui si è spesso intesa la fede: cristiano a tutti gli effetti è colui che partecipa ai riti e riceve i sacramenti prescritti. Un'accezione legittima, ma certo non esaustiva. Per questo recentemente si sono alzate le voci di autorevoli esponenti del cattolicesimo tese a correggere tale impressione, non solo semantica: più che dire di «essere cristiani», come indice di pieno e pacifico possesso, dovremmo forse specificare che «tentiamo di essere cristiani». Da «praticanti» (nel senso di realizzatori di «pratiche»), a «praticanti»: in quanto apprendisti di un'arte che non s'impara mai abbastanza.

Non trovo però facilmente un'umiltà di questo genere nel cattolico; di solito, anzi, più è «fedele» e «impegnato» (altri due termini da sollevare con le pinze), più cresce la sua consapevolezza - un po' farisaica - di essere nel giusto. Possedere la verità. Far parte del cerchio dove tutto è immutabile e sicuro. In fondo è storia antica, sempre ripetuta nella storia delle religioni: gli «eletti» si sentono tali in ogni credo. E si dimentica spessissimo che la «verità assoluta» del cristianesimo nessuno la possiede veramente su questa terra, nemmeno il papa; e che il «depositum fidei», il patrimonio della Rivelazione di cui la Chiesa (in quanto entità mistica) è stata resa responsabile, nessun catechismo terreno lo contiene compiutamente, nessun prelato o teologo lo sa esprimere definitivamente.

Siamo cercatori, tutti. E non è detto che i «praticanti» (nel secondo dei sensi indicati all'inizio) siano più avanti degli altri; sant'Agostino - uno che proprio con paradossi e giochi di parole ha voluto indicare come la teologia cattolica si muova sempre tra gli estremi dell'«et et» - sosteneva che «ci sono uomini che Dio possiede e la Chiesa non possiede, ed altri che la Chiesa possiede ma che Dio non riconosce come suoi discepoli». Solo Dio «possiede» nel senso giusto, mentre la Chiesa può solo illudersi di «possedere» - ma a volte a torto. Ci sono insomma «praticanti» e «praticanti», e forse dovremmo abituarci ad esserlo di più nel senso numero uno: quello di una tensione, più che di troppe certezze. Questo ho voluto dirlo perché mi pare che la ricerca di sicurezza e di assoluti a tutti i costi (logico contraltare delle troppe precarietà e «flessibilità» in cui viviamo) sia oggi uno dei mali che possono viziare irrimediabilmente la fede di molti.

Roberto Beretta

© www.vinonuovo.it, 8 settembre 2011

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