Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

«Un'opera di misericordia in ogni diocesi»

Al termine della Veglia per la festa della Divina Misericordia, Papa Francesco ha esortato a lasciare un ricordo dell'Anno Santo della Misericordia in ogni Chiesa locale

Foto Siciliani

Ogni diocesi realizzi un'opera di misericordia. È questa l'esortazione di Papa Francesco al termine della Veglia in piazza San Pietro per la festa della Divina Misericordia.

«Che bello sarebbe che, come ricordo di quest'Anno Santo della misericordia, in ogni diocesi venisse data vita ad un'opera strutturale di misericordia: un ospedale, una casa per anziani, per i bambini abbandonati... tante cose che si possono fare. Sarebbe bello che ogni diocesi pensasse: "cosa posso lasciare come piaga di Gesù vivente? Come ricordo?" . Parlatene con i vostri vescovi"». Così, con questa proposta concreta Papa Francesco ha concluso la sua omelia in piazza San Pietro alla veglia di preghiera per la misericordia.

La Chiesa celebra il 3 aprile la festa della Divina Misericordia, nella seconda domenica di Pasqua, voluta da San Giovanni Paolo II. Due gli appuntamenti che Papa Francesco dedica a questa festa e a quanti aderiscono alla spiritualità della Divina Misericordia: una veglia di preghiera la sera del sabato alle 18 in Piazza San Pietro e domenica mattina la Messa alle 10, sempre in Piazza San Pietro.

Durante la Veglia, si è pregato – tra gli altri – per i cristiani perseguitati e i cristiani prigionieri della mentalità mondana, le persone abusate e sfruttate, i profughi e gli esiliati. Ancora, si invocherà la Divina Misericordia perché raggiunga i violenti, i seminatori di odio e quanti opprimono la dignità dell'uomo. Intanto, stamani, Papa Francesco ha lanciato un nuovo tweet: “Diventare misericordiosi significa imparare ad essere coraggiosi nell’amore concreto e disinteressato”.

Ci vuole coraggio ad essere misericordiosi, ci vuole coraggio per perdonare. Il pensiero di oggi affidato da Francesco ad un tweet ricorre tante volte in questo Giubileo e a dire il vero fin dall’inizio del suo Pontificato. Sì, ci dice e ridice il Papa, “per diventare misericordiosi bisogna imparare ad essere coraggiosi nell’amore”. “Avere un cuore misericordioso – avvertiva del resto in un’altra occasione - non significa avere un cuore debole”. Chi vuole essere misericordioso, infatti, “ha bisogno di un cuore forte e saldo”.

Come sottolinea la Radio Vaticana, il coraggio della misericordia, ripete il Papa, è anche quello che fa andare avanti le famiglie nell’affrontare le tante difficoltà della vita. Il coraggio di fare sacrifici, il coraggio di sapersi perdonare e ricominciare. “Il perdono – scrive Francesco nella Misericordiae Vultus - è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza”. La misericordia è concreta, annota ancora, e si declina anche con un semplice “permesso, scusa, grazie”.

Ci vuole coraggio dunque per essere misericordiosi anche in famiglia: “Ci vuole coraggio per questo, eh! Per questo quando io saluto i novelli sposi, dico: ‘Ecco i coraggiosi!’, perché ci vuole coraggio per amarsi così come Cristo ama la Chiesa. La celebrazione del sacramento non può lasciar fuori questa corresponsabilità della vita familiare nei confronti della grande missione di amore della Chiesa”. (Udienza generale 6 maggio 2015)

E ci vuole coraggio anche e soprattutto per riconoscersi peccatori. “Una grazia da chiedere”, ripete tante volte Francesco. Solo così infatti possiamo lasciarci raggiungere e toccare dalla Misericordia di Dio. Lui sempre bussa alla porta del nostro cuore, ma ha bisogno di noi per entrare: “Se tu non ti senti peccatore, hai incominciato male. Chiediamo la grazia che il nostro cuore non si indurisca, che sia aperto alla misericordia di Dio, e la grazia della fedeltà. E quando ci troviamo, noi, infedeli la grazia di chiedere perdono”. (Omelia a Santa Marta, 3 marzo 2016)

© Avvenire, 2 aprile 2016

 

Nel segno della Divina Misericordia

 

Giovanni Paolo II, nel nome della Misericordia

 

Giovanni Paolo II tra la gente (ImagoMundi)

Undici anni fa, 2 aprile, sabato, vigilia della Domenica della Divina misericordia. Esattamente come oggi. Appena passate le 21.30, si spegneva Giovanni Paolo II, che alla misericordia aveva legato il suo magistero (con l’enciclica «Dives in misericordia», del 1980) anche per la sua profonda devozione a Faustina Koawalska, la religiosa e mistica polacca (canonizzata proprio da Papa Wojtyla durante il Giubileo del 2000) il cui nome è indissolubilmente legato proprio al messaggio della Divina misericordia. Che questo intreccio di date e di temi cada proprio durante il Giubileo della Misericordia voluto da papa Francesco assume oggi un significato tutto particolare, con una suggestione che rende chiara l’eredità viva tra i pontificati più recenti, segnati da personalità e carismi assai diversi ma al loro cuore legati da un filo tenace di continuità.

«Dio ricco di misericordia è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato come Padre», scrisse Giovanni Paolo II nell’incipit della sua enciclica. «Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre», si legge all’inizio della «Misericordiae vultus» di Francesco, la bolla di indizione dell’Anno Santo che stiamo vivendo. A completare questo affresco c’è anche il fatto che il santuario dedicato alla Divina misericordia ispirato dalla Kowalska, alle porte di Cracovia, città legata alla memoria di Wojtyla, sarà visitato la prossima estate da Francesco durante la Giornata mondiale della gioventù. Una "creatura" di Giovanni Paolo II, alla quale Bergoglio in questa edizione 2016 che sarà ospitata da Cracovia ha voluto dare come tema «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia».

La sera romana che ricorda la morte di Giovanni Paolo II troverà papa Francesco in preghiera in piazza San Pietro con migliaia di romani e di pellegrini nella Veglia per la Divina misericordia. Una serata nella quale rileggere il punto 11 della «Misericordiae vultus», là dove papa Bergoglio scrive che «non possiamo dimenticare il grande insegnamento che san Giovanni Paolo II ha offerto con la sua seconda enciclica "Dives in misericordia", che all’epoca giunse inaspettata e colse molti di sorpresa per il tema che veniva affrontato. Due espressioni in particolare desidero ricordare.

Anzitutto, il santo Papa rilevava la dimenticanza del tema della misericordia nella cultura dei nostri giorni: "La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone ed ha soggiogato e dominato la terra (cfr Gen 1,28).

Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superficialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia... Ed è per questo che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio".

Inoltre, san Giovanni Paolo II così motivava l’urgenza di annunciare e testimoniare la misericordia nel mondo contemporaneo: "Essa è dettata dall’amore verso l’uomo, verso tutto ciò che è umano e che, secondo l’intuizione di gran parte dei contemporanei, è minacciato da un pericolo immenso. Il mistero di Cristo... mi obbliga a proclamare la misericordia quale amore misericordioso di Dio, rivelato nello stesso mistero di Cristo. Esso mi obbliga anche a richiamarmi a tale misericordia e ad implorarla in questa difficile, critica fase della storia della Chiesa e del mondo". Tale suo insegnamento è più che mai attuale e merita di essere ripreso in questo Anno Santo.

Accogliamo nuovamente le sue parole: "La Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia – il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice"».

Francesco Ognibene

© Avvenire, 2 aprile 2016

 

La figura della santa

 

Suor Maria Faustina Kowalska e la Divina Misericordia

 

È legato a una donna, una suora polacca, il culto spirituale della divina misericordia, rilanciato da papa Wojtyla, e per il quale papa Bergoglio ha voluto una veglia di preghiera.

Maria Faustina Kowalska, - nata nel 1938 e proclamata santa il 30 aprile 2000 da Giovanni Paolo II - ricevette rivelazioni e visioni, le stigmate, il dono dell'ubiquità e della profezia, il suo Diario spirituale è oggi tradotto in 10 lingue.

Nacque nel 1905 nel villaggio di Glogowiec, terza di 10 figli, fin dall'infanzia disse di aver sentito la vocazione religiosa, ma solo a 20 anni, dopo essersi procurata lavorando come domestica la dote e il corredo che a quei tempi erano necessarie per l'ingresso in un monastero, poté entrare nel convento delle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, a Varsavia.

Cominciarono così rivelazioni e visioni di Cristo, e il mandato di diffondere il culto per un attributo di Dio, la misericordia, da celebrare ogni anno la prima domenica dopo Pasqua. Nel 1935 il suo confessore, padre Michele Soposcko, le consigliò di annotare in un diario visioni ed esperienze soprannaturali. Gravemente malata di tubercolosi, suor Faustina Kowalska morì in fama di santità tre anni dopo, nel 1938, a 33 anni.

Il suo diario spirituale, "La misericordia divina nella mia anima", per anni circolò clandestinamente, senza alcuna edizione ufficiale, mal tradotto e in alcuni casi manomesso. In assenza di un pronunciamento del Vaticano sull'autenticità delle visioni della suora e in attesa che si facesse chiarezza, il culto della divina misericordia da lei ispirato dal 1958 venne proibito dalla Congregazione per la dottrina della Fede.

Il "nulla osta" al culto e alla causa di beatificazione della donna arrivarono solo nel 1979, con l'ascesa al soglio pontificio di Karol Wojtyla che negli anni '40, giovane operaio, sulla strada per la fabbrica della Solvay si fermava a pregare al monastero della suora a Cracovia, dove sono custodite le sue spoglie e venerata l'immagine del Cristo da lei fatta dipingere.

Per canonizzarla Giovanni Paolo II accolse il parere dei medici che certificarono la guarigione, inspiegabile dalla scienza, quindi miracolosa per la Chiesa, da una grave patologia cardiaca di un sacerdote americano di origine polacca, Ronald Pittel, guarigione avvenuta nel 1995.

© Avvenire, 2 aprile 2016

Prossimi eventi