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Una tragicomica Armata rossa

I racconti del buonumore 17

 La storia che vorrei raccontare si è svolta mezzo secolo fa, l’Europa si stava ricostruendo da una disastrosa Guerra Mondiale. Quella presente, che si svolge a colpi di giochi economici, per ora non è nulla al confronto. Le case, le città, le nazioni erano popolate da persone malate, debilitate, sopravvissute per caso o per fortuna al grande massacro. Una di queste persone era mio padre. Stava a letto da un mese, affetto da una nefrite che allora poteva anche essere mortale. I medici erano quasi irreperibili, non osavano ancora uscire di casa, per timore di rastrellamenti, pallottole vaganti, crolli. Ero bambino. La città in cui abitavo, Budapest, era stata liberata dai nazisti con un assedio da parte delle truppe sovietiche durata un inverno. Mia madre andava in giro tutto il giorno in cerca di cibo, mio padre gemeva nel suo letto, a causa dei dolori renali.

Sembra una vecchia favola? Sì, questa storia viene con il profumo antico dal tempo delle favole. Abitavamo in cinque, in una stanzetta senza servizi: padre, madre e tre figli. Eravamo felici, quasi rinati a nuova vita, per essere sopravvissuti alla Guerra e alle persecuzioni, e angosciati per la malattia di papà. Finalmente la mamma riuscì a reperire un medico, per la visita del quale dovevamo raccogliere le urine del malato: urine di ventiquattro ore. Fu scelto per recipiente una bella bottiglia trasparente, di circa un litro e mezzo. Fu trovato, cosa ancora più difficile,  anche un tappo di sughero. E dunque cominciò l’attesa del Salvatore. Era l’inizio di marzo.

Appena viene il buio ci corichiamo e continuiamo a parlare tra noi: ricordiamo i pericoli scampati, le figure più importanti per la salvezza della famiglia, gli amici e soprattutto i protagonisti delle favole di allora, Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola: nostro padre ci fa recitare scenette scritte da lui. Alle nove di sera dormiamo tutti.
Bum bum bum! Alle due di notte bussano alla porta dello striminzito appartamento. Bum bum bum! Bum bum bum!

Mia madre salta fuori dal letto. «Chi è? Per amor del cielo, chi è?»
Krasnaja armia! L’armata rossa! Grida una voce giovane.
Bum bum bum! Bum bum bum! Continuano i colpi alla porta.
Mia madre, povera anima, a piedi nudi, in camicia da notte corre ad aprire, noi tre bambini ci nascondiamo sotto le coperte. Sentiamo un terribile scalpiccio, parole gridate in una lingua straniera, evidentemente in russo. Si accendono le due lampadine appese al soffitto, e noi tiriamo fuori le nostre teste da sotto i piumoni stracciati. La stanza è invasa da quattro militari con tanto di stivali, divisa, mitragliatrici e con la stella rossa sui colbacchi. Sentiamo anche parolacce tremende, allora già abbondantemente memorizzate in rastrellamenti, visite diurne, blocchi stradali. È meglio non scrivere quelle parole in russo, tantomeno in traduzione. I militari, giovanissimi, vogliono tirar fuori dal letto nostro padre: quando vedono in che stato è lo lasciano stare. Tirano fuori dal letto noi. Stiamo lì in fila, tre bambini piagnucolosi e sgomenti. I militari perquisiscono la casa. Trovano solo vestiti lisi, scarpe, cappotti.
Ciasì! Cominciano a ripetere i soldati: ciasì, ciasì. Stiamo lì, come sordomuti, tremanti di freddo e di paura. Cosa vorranno? Mia madre piange: non capisco, niet capire! Niet te capire! 
Ciasì! Urla uno e mostra il polso, ripetutamente.

Il lettore spero che percepisca la differenza tra la civiltà centro orientale dell’Europa, e quella mediterranea. I gesti, nella prima, non sostituiscono le parole, non c’è quel vastissimo repertorio di gesti codificati che gli italiani praticano con tanta bravura. Lì, o parli una lingua fatta di suoni emessi con l’apparato fonatorio di aria, denti, lingua, palato, polmoni, gola, labbra, naso, o puoi anche essere spacciato. Infatti uno dei militari già imbraccia il fucile. Quei soldati venuti chissà da quale remoto villaggio della Russia non possedevano orologi da polso o da tasca, forse non ne avevano nemmeno mai visto uno. Chissà quale concetto avevano del tempo. Il tempo! Forse il tempo non esisteva per loro. Cercavano armi nascoste e orologi e grappa. Acquavite. Alcool. Volevano ubriacarsi. Stordirsi nell’ubriacatura. Dopo aver attraversato mezza Europa, combattendo casa per casa contro tedeschi, ungheresi, cechi, slovacchi, dopo aver rischiato la vita ogni minuto, per mesi e mesi, cercavano di non pensare a null’ altro che a ubriacarsi. Visto che l’orologio di mio padre l’avevamo già venduto per mezzo chilo di zucchero o di farina, al mercato nero, e che non ce n’erano altri in casa, adesso quei soldati rinunciarono alla loro ricerca e passarono a voler dell’alcool.
Glu glu glu! Facevano ora quei militari, glu glu glu! Vodka! Facevano anche il gesto, non immediatamente comprensibile, di bere da una bottiglia. Si accarezzavano anche lo stomaco come per dire: aahhh, che buono! Aahhh! Quella pantomima era per noi oscura, a me sembrava che avessero mal di pancia e che gli venisse da vomitare. Vodka! Urlò ancora uno dei giovani russi puntando la mitragliatrice contro mio padre, un altro militare fece lo stesso con mia madre. Ci mettemmo a strillare. No! No! Improvvisamente il viso di un terzo soldato si illuminò!

Vot! Gridò indicando la bottiglia di urina poggiata per terra. Vot! Questa parola si può tranquillamente tradurre, significa «ecco»! (l’ho imparato molto più tardi, allora non capivo.) Vot! «No!» Grida mio padre. «Niet». Era bell’e pronto l’equivoco tragicomico che poteva costarci la vita. Come uscirne, come spiegare a quei disgraziati che quella non era qualche alcolico, qualche liquore ma tutt’altro. Mia madre piangendo in modo straziante fa cenno con l’indice, no, no, non si può. Mio padre ripete, urina!  Ps ps ps ps! Pipì. Pipì! Ps ps ps ps.   Un militare con un balzo raggiunge la bottiglia e la stappa. No! No! Gridiamo noi tre bambini insieme, no, no! Pipì! Pipì! Pare che non vogliano capirci. Ma come possono essere così stupidi, così spietati? A mio fratello maggiore viene un’idea. Con gesto ardito punta l’indice destro contro la bottiglia, con la mano sinistra apre il pigiama e comincia, nella gelida stanza, nella gelida notte a far pipì sul pavimento. Mio fratello gemello e io comprendiamo l’irresistibile chiarezza del gesto, ci affianchiamo a nostro fratello maggiore, e stando così in fila ripetiamo quello che sta facendo lui. Tre bambini piangenti e tremebondi che fanno pipì per terra.

Finalmente il cervello dei militari si apre al significato, alla comprensione della realtà e un vago sorriso, più timido per uno, più cordiale e aperto per un altro, più deluso per un terzo, appare sul loro volto. Abbassano le mitragliatrici e noi immediatamente smettiamo l’erogazione di acqua, restando lì intimiditi, e sorridenti a nostra volta. Uno dei ragazzi si avvicina, ci dà dei buffetti, ci arruffa i capelli già arruffati. Lui malato! Malato dice mia madre additando papà. Malato! Malato! Bolnij! Ripete un ragazzo russo. Bolnij. Poniemaju (Malato, malato capisco) e aggiunge una frase che invece è meglio non riportare qui, nemmeno in russo, anche se per un italiano sarebbe del tutto incomprensibile. Ma oggi basta guardare in Internet. Lì ormai c’è tutto. Tra non molto tutte le circa seimila lingue parlate sulla Terra saranno comprensibili, attraverso Internet. E lì cominceranno i guai, perché le lingue, pare che non servano solo per comunicare, ma anche per non comunicare, per nascondere. Eh, se avessimo capito tutte le parolacce russe dei militari! Da parte nostra in questo caso invece dovevamo farci capire a tutti i costi. Figuriamoci se il militare avesse bevuto da quella bottiglia! Il disgusto, il sospetto di una beffa avrebbe potuto indurlo a sparare, a sparare su noi. Invece strillando quelle frasi che più tardi imparai a capire i militari si avviarono verso la porta, raggiunta la quale si schierarono in fila, a un comando si misero sull’attenti battendo i tacchi, fecero il saluto militare e se ne andarono nella notte parlando ad alta voce, ridacchiando e sputando. Scomparvero nell’oscurità, ma gli abitanti del caseggiato anche loro come a un comando uscirono sulle ringhiere, domandando ad alta voce cose fosse successo e se eravamo vivi. Mio fratello maggiore mise fuori la testa e disse con espressione compita: Grazie tante per l’interessamento. Tutto è in ordine, per fortuna. Potrebbero essere così gentili da prestarci due o tre stracci per pulire il pavimento? Noi ne abbiamo uno solo. Li restituiamo in cinque minuti. Si è rotta una tubazione. La mamma si infilò nel letto per non farsi vedere in camicia da notte. Sembrava felice. Era rinata la seconda volta.
Pulendo per terra, discutemmo. sussurrando tra noi fratelli sul significato delle parole russe imparate durante quella notte. E cercammo anche qualche espressione non verbale, per significare quello che volevamo spiegare a quegli occupanti. Oh profumo antico del tempo delle favole! (Schönberg: Pierrot Lunaire).​


 
Giorgio Pressburger
 
© Avvenire, 21 agosto 2012
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