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Verso Bari 2020. Descalzi (Eni): la sfida nel Mediterraneo? Lo sviluppo dei popoli

Parla l'amministratore delegato di Eni che interverrà all'incontro dei vescovi. «Un’area cruciale per il mondo». Servono «rapporti equi». L’energia? «Strategica per stabilizzare la regione»

Il Mediterraneo? È «un’area che si sta evolvendo e che gioca un ruolo cruciale negli equilibri mondiali». L’Italia? Rappresenta «un ponte naturale fra la sponda sud e l’Europa». L’attuale modello di sviluppo intorno al grande mare? «Non ha funzionato». Come si agisce nel bacino? «Esistono singole volontà di supremazia ispirate a interessi geopolitici». L’approvvigionamento energetico? Sarà «uno dei fattori chiave per lo sviluppo di ogni Paese e una delle principali leve strategiche di crescita e stabilizzazione dell’area». I migranti? «Un tema epocale, umanitario prima che politico o economico, che deve imprimersi come priorità nell’agenda della politica internazionale e che deve essere affrontato mettendo da parte gli interessi nazionali». E la Chiesa? Svolge «un ruolo aggregante e conciliante tra i Paesi» facilitando «un percorso di pace condiviso». Parola di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni.

Il manager fa parte del comitato organizzatore Cei dell’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che porterà a Bari dal 19 al 23 febbraio i vescovi dei Paesi affacciati sul grande mare e che sarà concluso da papa Francesco. Durante l’evento pugliese Descalzi interverrà all’appuntamento di confronto e testimonianze al teatro Petruzzelli, iniziativa pubblica a conclusione delle giornate “sinodali” di dialogo (a porte chiuse) fra i pastori.

Descalzi, quale contributo può arrivare dall’Incontro di Bari alla riconciliazione della regione?

Si tratta di un incontro rilevante e necessario. Il Mediterraneo è una comunità di circa 500 milioni di persone, rappresenta il 7% della popolazione globale e produce il 10% del Prodotto interno lordo mondiale. Parlare di Mediterraneo significa parlare di un’area che si sta evolvendo e che gioca un ruolo cruciale negli equilibri mondiali. Significa parlare di Medio Oriente e di Africa, di implicazioni geopolitiche e di problemi esistenziali profondi. In tante zone mancano cibo e acqua. C’è povertà. C’è divisione. Ci sono risorse energetiche, ma centinaia di migliaia di persone in quegli stessi Paesi non hanno accesso all’energia elettrica. Per non parlare dell’educazione e dello sviluppo. L’evento sul Mediterraneo promosso dai vescovi italiani approfondisce questi temi, collega i punti che connettono tutte queste differenti problematiche, inquadrandole in un’ottica valoriale e spirituale, con una visione concreta che guarda all’uomo e ai suoi bisogni.

E l’apporto della Chiesa nell'area?

L’azione della Chiesa per sua natura è ispirata alla solidarietà e alla pace, all’attenzione alle persone e alle loro necessità materiali e spirituali, valori che la portano a svolgere un ruolo aggregante e conciliante tra i Paesi. La Chiesa, soprattutto quando si fa promotrice di un allargamento del confronto alle altre religioni, può svolgere un’opera cruciale, facilitando un percorso di pace condiviso. A questo proposito trovo significativo quanto ha afferma il Papa durante la sua visita in Mozambico lo scorso settembre, vale a dire che la pace non è solo assenza di guerra, ma l’impegno instancabile di riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione.

L’Incontro dei vescovi sulla pace nasce sui passi di Giorgio La Pira che ha avuto un legame particolare con l’Eni. Quale la sua lezione?

Quella di La Pira è una lezione politica ma ispirata al Vangelo: rapporti economici e politici equi e paritari tra i popoli, nessuna dinamica di sfruttamento o sudditanza, promozione del dialogo interreligioso e ricerca continua delle condizioni di giustizia e libertà. Enrico Mattei la fece sua, adeguandola ovviamente a una dimensione industriale, nell’adottare un approccio inclusivo e di sostegno allo sviluppo locale nei confronti dei Paesi che ospitavano l’attività di Eni. Un approccio che ancora oggi è parte integrante del modello Eni, sviluppato e ampliato, e che è tra i nostri maggiori elementi distintivi. Alle realtà che ci accolgono offriamo accesso all’energia e supporto allo sviluppo socio-economico, oltre che ad aiutarle a valorizzare le risorse energetiche.

Le sponde del Mediterraneo sono “lontane”. Paolo VI diceva che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Come favorire la crescita e quindi l’equa distribuzione dei beni?

Il modello di sviluppo finora perseguito non ha funzionato e ha creato enormi differenze di potenziale. Basti pensare che l’Africa rappresenta il 17% della popolazione mondiale, quanto tutti i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ma solo il 5% del Pil mondiale, contro il 44% dei Paesi Oecd. Questa disomogeneità del Pil si riflette anche in una disomogeneità nell’accesso all’energia e pertanto in un mancato sviluppo: oggi ci sono ancora 860 milioni di persone che non hanno accesso all’elettricità, di cui più di 600 milioni nell’Africa subsahariana; senza contare che l’inquinamento dell’aria in ambiente domestico, legato all’utilizzo di biomasse per cucinare e riscaldarsi, causa 2,5 milioni di morti premature all’anno.

Numeri che danno i brividi.

Sono dati spaventosi, davanti ai quali ogni individuo o soggetto del mondo sviluppato ha il dovere di fare qualcosa. Bisogna lavorare a fianco dei Paesi meno sviluppati, conoscerli, parlare con le istituzioni, parlare con le comunità locali, capire da loro quali sono gli ostacoli allo sviluppo e aiutarli a rimuoverli, non nella logica della pura assistenza ma di una messa a fattor comune delle risorse e delle competenze, impegnandoci per un pieno coinvolgimento nella realtà locale. Guardando all’esperienza che stiamo facendo in Eni, adottiamo un modello che non guarda solo al breve termine ma è volto a creare valore di lungo termine per le realtà locali che ci ospitano. Per contribuire al soddisfacimento delle loro necessità primarie, abbiamo investito nelle comunità e per le comunità, fornendo tecnologie e formazione delle persone. Siamo impegnati nell’incrementare l’accesso all’energia, riducendo, o in alcuni casi rinunciando all’opzione dell’esportare il gas. Considerando l’area del Mediterraneo, oggi, in partnership con la società di Stato, Noc, forniamo la quasi totalità del gas necessario al funzionamento delle centrali elettriche libiche, mentre in Egitto abbiamo creato le condizioni per l’indipendenza energetica, grazie allo sviluppo della scoperta di Zohr. Nell’Africa sub sahariana, invece, abbiamo investito anche nella costruzione di centrali termoelettriche per permettere la valorizzazione del gas associato alle produzioni, fonte più pulita rispetto alle biomasse e carbone utilizzate in questi paesi. A oggi Eni ha una capacità installata pari a un gigawatt nell’area, in grado di soddisfare i bisogni energetici di oltre 18 milioni di persone. Infine, risulta indispensabile fare sistema, muoversi con massa critica e all’interno di organizzazioni internazionali, capaci di riunire pluralità di attori. Per questo abbiamo avviato collaborazioni per noi fondamentali come quelle con il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), la prima con una compagnia energetica, e con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido).

L’Occidente guarda ancora alla sponda sud (e orientale) in termini di superiorità?

Non credo che oggi vi sia un tema di presunta superiorità, credo invece che esistano singole volontà di supremazia ispirate a interessi geopolitici. Si tratta però di visioni miopi, di scarso respiro, spesso frustrate dall’emergere di situazioni e realtà geopolitiche che stanno ridistribuendo le carte in tavola. L’Occidente, indebolito dall’inesistenza di una politica estera univoca e dalla frammentazione degli interessi nazionali, deve trovare un approccio comune nel guardare a quelle aree con spirito di alleanza e condivisione. Soltanto l’individuazione di politiche di sviluppo e strategie comuni può portare, da un lato, a colmare i gap di sviluppo e, dall’altro, ad arginare il fenomeno epocale della migrazione.

Quale ruolo ha il nostro Paese nel bacino mediterraneo?

L’Italia ha una posizione strategica nel Mediterraneo, ne è il centro geografico, il ponte naturale tra sponda sud ed Europa. Abbiamo il dovere di farci promotori del dialogo internazionale, facilitando soluzioni diplomatiche che portino alla stabilizzazione della regione. Uno dei fattori strategici per raggiungere l’obiettivo sarebbe proprio, a mio avviso, una politica energetica concordata e condivisa tra Occidente e sponda sud orientale del Mediterraneo, che colleghi chi ha il potere di investire ma non ha le risorse, con chi ha le risorse ma ha meno capitali.

Quanto la questione dell’approvvigionamento energetico incide nel Mediterraneo?

È uno dei fattori chiave per lo sviluppo di ogni Paese e una delle principali leve strategiche di crescita e stabilizzazione dell’area. Occidente e sponda sud del Mediterraneo hanno necessità complementari in campo energetico, hanno bisogno l’uno dell’altro. Il Nord ha bisogno di importare energia per soddisfare la sua domanda: le importazioni nette di petrolio e gas rappresentano oltre il 60% del consumo energetico e, per il gas, circa il 95% della domanda; il Sud, per contro, ha bisogno di supporto per sviluppare la sua enorme quantità di risorse energetiche. Nel 2018 il Sud Mediterraneo (Libia, Algeria ed Egitto) ha contribuito a soddisfare un quarto della domanda gas del Nord Mediterraneo. Sviluppare risorse energetiche, che si possono trovare a cavallo tra Stati diversi e che comunque richiedono partnership di investimenti e know-how per potere essere sviluppate, significa accordi tra società ma anche tra governi, dialogo, condivisione di infrastrutture e di progetti, significa collegamenti anche fisici tra aree e Paesi. E tutto questo è fonte di unione.

Come l’Occidente può entrare in dialogo con culture differenti dalle nostre?

Attraverso un approccio inclusivo, costruttivo, che valorizzi i reciproci vantaggi del dialogo stesso e che si fonda sulla collaborazione con i Paesi terzi, interagendo con le istituzioni e gli stakeholder locali in modo da individuare gli interventi necessari per rispondere alle esigenze delle comunità. Per esempio, se io vengo a casa tua a valorizzare delle risorse, siano queste energetiche o di altra natura, non mi devo mai dimenticare che le risorse sono tue, non mie, e che quello che ti offro deve andare innanzitutto a tuo favore, prima che mio. Accompagnare nello sviluppo popoli e comunità è una “vocazione” che Eni ha nel dna fin dalle origini, fin da quando, su queste basi, Enrico Mattei fondò delle relazioni con molti dei Paesi in cui l’azienda opera che, opportunamente rispettate e coltivate, ci consentono oggi di essere perfettamente integrati in alcune realtà estremamente complesse, dove altri non hanno accesso.

Tema dei migranti. Come vede questa scottante questione?

È un tema epocale, umanitario prima che politico o economico, che deve imprimersi come priorità nell’agenda della politica internazionale e che deve essere affrontato mettendo da parte gli interessi nazionali. Una compagnia come Eni, che è presente anche in Paesi potenzialmente o effettivamente coinvolti da questo fenomeno, ha il dovere di supportare lo sviluppo socio-economico delle comunità in cui opera per contribuire a migliorarne sensibilmente le condizioni di vita, che sono all’origine dei movimenti migratori. Noi, nel nostro piccolo, interveniamo in diversi Paesi e in molteplici ambiti, con iniziative in campo sanitario, scolastico, agricolo e sociale. Per esempio, recentemente in Ghana abbiamo inaugurato un centro di formazione agraria, iniziativa pilota del più ampio Progetto Africa che mira a supportare la diversificazione economica nel settore agricolo tramite il trasferimento di competenze e il supporto all’imprenditoria, in particolare tramite consorzi agricoli auto-sostenibili. Iniziative come questa sono il nostro modo di provare a dare una mano.

L’Eni può essere volano di una “diplomazia” della riconciliazione fra i popoli del Mediterraneo?

La diplomazia naturalmente fa capo ai governi e non alle aziende. Certo, come dicevo, l’energia è un fattore di sviluppo e coesione tra Stati, e quindi laddove Eni si rende protagonista di scoperte energetiche storiche, come quella egiziana di Zohr che ha cambiato la faccia energetica del Paese, o di approcci alla produzione volti innanzitutto al soddisfacimento delle esigenze locali, certamente offre ai singoli Paesi opportunità di sviluppo interno e di dialogo internazionale.

Come l’Eni può favorire la tutela e la promozione dei diritti umani?

Il rispetto dei diritti umani è radicato nella nostra cultura aziendale: il nostro approccio si basa sulla dignità di ogni essere umano e sulla responsabilità che Eni si assume di contribuire al benessere degli individui e delle comunità che la ospitano. Proprio recentemente abbiamo pubblicato l’“Eni For Human Rights”, il primo rapporto completo dell’azienda che fornisce informazioni trasparenti e concrete sul nostro impegno per il rispetto dei diritti umani. Un impegno che è integrato in ogni nostra attività, coinvolgendo le oltre 30mila persone Eni e definendo il modo in cui ci relazioniamo con i nostri partner e fornitori, oltre che con le comunità locali che ci ospitano. L’integrazione del rispetto dei diritti umani è un processo in continua evoluzione: per questo siamo costantemente impegnati nel suo miglioramento, nella convinzione che la trasparenza e la responsabilità supportino i nostri sforzi per salvaguardare e diffondere la cultura dei diritti umani. Anche la nostra nuova mission, che si ispira all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è improntata a valori e principi che guideranno il nostro contributo ad affrontare le sfide importanti che il mondo ha davanti a sé: sconfiggere la povertà, la fame, ridurre le disuguaglianze, la parità di genere e la lotta al cambiamento climatico.

Il fisico milanese al vertice dell'Eni

Un fisico alla guida dell’Eni. Claudio Descalzi è amministratore delegato della multinazionale dell’energia dal maggio 2014. Milanese, 65 anni, è laureato in fisica. È componente del consiglio generale e dell’advisory board di Confindustria e del Cda del Teatro alla Scala. È membro del National Petroleum Council. L’Eni opera in 67 Paesi e coinvolge 30mila persone nel mondo. Fra le principali attività l’esplorazione, la produzione e la commercializzazione di petrolio e gas, e elettricità e chimica.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, domenica 5 gennaio 2020

 

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