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Verso Bari. Bassetti: in ascolto del grido dei popoli. Per la pace nel Mediterraneo

Parla il cardinale presidente della Cei alla vigilia dell'Incontro "Mediterraneo, frontiera di pace" che porterà a Bari i vescovi di venti Paesi. «L’indifferenza uccide»

Sulla scrivania il cardinale Gualtiero Bassetti ha già una prima stesura dell’intervento con cui mercoledì aprirà a Bari il “forum” per la pace nel Mediterraneo. E, vicino a una copia della Bibbia, ci sono i testi di Giorgio La Pira, il sindaco “santo” di Firenze che al presidente della Cei ha ispirato l’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che per la prima volta riunisce i vescovi di tutto il bacino. Venti i Paesi rappresentati dai loro pastori e tre i continenti che in Puglia si abbracceranno: Europa, Africa e Asia. «Il Vangelo ha tratti mediterranei. E la nostra è una Chiesa mediterranea – spiega Bassetti –. Se il Mediterraneo è il concentrato, o meglio la cartina di tornasole dei problemi del mondo, non possiamo far finta di non vedere quello che accade. E neppure possiamo scivolare nella rassegnazione». La voce dell’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve si fa decisa. «È l’ora della responsabilità, è l’ora dell’impegno, è l’ora della pace che tutti siamo chiamati a costruire. La Chiesa non intende stare con le mani in mano».


L’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei è una sorta di Sinodo del Mediterraneo che porterà a Bari dal 19 al 23 febbraio cinquantotto vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa). Sarà concluso da papa Francesco. Sui passi del "profeta di pace" Giorgio La Pira, i vescovi si confronteranno per indicare percorsi concreti di riconciliazione e fraternità fra i popoli in un'area segnata da guerre, persecuzioni, emigrazioni, sperequazioni

Dalle finestre del palazzo arcivescovile, nel cuore del capoluogo umbro, entrano i raggi di un sole quasi primaverile. Bassetti arriverà a Bari martedì, alla vigilia del grande evento organizzato dalla Cei che sarà concluso domenica 23 febbraio da papa Francesco. «E il Papa mi ha anche detto che cosa vuole: a noi vescovi chiede non lamentele o discorsi accademici ma proposte concrete che possano essere utili per l’oggi». Molti i temi che entreranno nell'agenda delle giornate “sinodali” scandite dal dialogo (a porte chiuse) fra i pastori. Le persecuzioni delle minoranze cristiane, ad esempio. «La prossimità concreta ai nostri fratelli nella fede deve essere reale – dice Bassetti –. Altrimenti peccheremmo di omissione». Poi le disuguaglianze fra le sponde. «Va ribaltato un modello di rapporti basato ancora sullo sfruttamento», sostiene il cardinale. Ancora: l’Europa che «mostra segnali preoccupanti di apatia o di chiusura», osserva il presidente della Cei. Quindi il dramma dei migranti. E il cardinale cita una frase delle monache agostiniane di Pennabilli che gli hanno consegnato le riflessioni di nove monasteri in preghiera per il Mediterraneo: «Dove la carità non fa da nave, ad affondare non sono solo i barconi ma è la nostra umanità». Una pausa. «Come Chiesa italiana non potevamo restare indifferenti di fronte a tutto ciò – afferma Bassetti –. Perché, come ha ammonito papa Francesco, l’indifferenza uccide».

Eminenza, quale contributo può giungere dalla comunità ecclesiale alla pace nel Mediterraneo?

Consapevole che ha bisogno di un supplemento d’anima, la Chiesa intende farsi ponte fra i popoli alimentando una continua tensione verso il perdono e la riconciliazione. Con una certezza: come ricorda la sequenza di Pasqua, «morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello; il Signore della vita era morto ma ora, vivo, trionfa». Fra guerra e pace c’è già un vincitore: la pace. Non è utopia. Però va fatta trionfare con una pratica attiva e creativa. Ed è la sfida del nostro Incontro.

Siamo di fronte a un piccolo “Sinodo”?

L’Incontro ha un metodo sinodale nel senso che vuole aiutare le Chiese a camminare sempre più insieme. Gli episcopati sono stati coinvolti nel cammino di preparazione. Ma saranno soprattutto le giornate di Bari ad avere al centro l’ascolto e il dialogo come strumenti di discernimento comunitario. Questo appuntamento è un unicum nel suo genere. Non è una conferenza o un simposio internazionale ma un incontro di fraternità fra vescovi del Mediterraneo che per la prima volta si ritrovano insieme per riflettere e provare a trovare le coordinate di un’azione comune. Come insegnano gli Atti degli Apostoli, il sostegno e l’aiuto reciproco sono dimensioni costitutive dell’essere comunità cristiana.


Che cosa aspettarsi allora?

Ci metteremo innanzitutto in ascolto del grido dei popoli. Da pastori che viviamo in mezzo alle genti, sappiamo quali sono i drammi, le miserie, le ansie delle nostre comunità. Non siamo politici. Ma il mistero dell’Incarnazione ci dice che la Chiesa è per l’uomo e serve l’uomo. Quindi deve abitare il presente. Dai monasteri che hanno formato una rete di preghiera per sostenere l’Incontro mi hanno scritto che la Chiesa è chiamata ad avere «un compito di vigilanza e profezia rispetto alla storia» e ad essere «capace di smascherare ogni forma di ingiustizia che governa il mondo facendo sentire la sua parola, in nome di Dio, a difesa degli ultimi». Faccio mia questa intuizione che ben sintetizza il senso della nostra iniziativa.


Lei ha voluto l’Incontro. Com’è nato?

C’è una profezia di pace sul Mediterraneo che attraversa il Novecento e che si interseca con la grande storia – penso al magistero sulla pace da Giovanni XXIII a Francesco – e anche con la mia vicenda personale. Nella mia biografia c’è sia la memoria drammatica della seconda guerra mondiale, sia l’incontro umano e spirituale con Giorgio La Pira. Ero seminarista a Firenze e spesso il rettore invitava il sindaco “santo”. Erano gli anni in cui La Pira, un mistico prestato alla politica, organizzava i “Colloqui mediterranei” con capi di Stato e di governo. Lui parlava del Mediterraneo come del «grande lago di Tiberiade» in cui si affacciavano le civiltà della «triplice famiglia di Abramo». Quella delineata da La Pira era una prospettiva di dialogo, di pace e di incontro che ambiva a superare secoli di divisione. Ho fatto mia questa prospettiva quando, da presidente della Cei, mi sono trovato di fronte ai migranti morti in mare e all’instabilità politica del Mediterraneo. E, come avvertiva La Pira, è compito dell’Italia «costruire ponti che i popoli del Mediterraneo attraversino per giungere alla civiltà della pace». È venuto il momento di costruire questi ponti.


Come leggere la presenza del Papa a Bari?

L’Incontro è stato proposto due anni fa, in prima battuta, al Papa che subito ne ha condiviso lo spirito. E la sua presenza a Bari dimostra la sua attenzione verso il nostro progetto.


L’evento arriva mentre il Mediterraneo si infiamma ancora di più.

Negli ultimi anni i problemi dell’intero bacino si sono acuiti. Penso ai nuovi focolai in Iraq, alla lunga guerra civile in Libia, all’«inferno» della Siria come lo ha definito il cardinale Mario Zenari, alle tensioni in Turchia. Ma c’è anche altro: il latente conflitto israelo-palestinese, le fibrillazioni in Libano, le ferite ancora aperte nei Balcani. A tutto ciò si aggiungono fattori destabilizzanti come il fondamentalismo, le migrazioni di massa, il mancato sviluppo che non consente un reale protagonismo del Medio Oriente e del Nord Africa. In questo contesto l’Europa deve riscoprire la sua “anima”, come affermava Paolo VI, fondata sulla fede, sulla dignità della persona umana e sulla solidarietà.

Nel Mediterraneo i cristiani fanno i conti con persecuzioni, esodi forzati, violenze.

I cristiani vivono situazioni di estrema sofferenza. Le ho potute toccare con mano anch’io in alcuni miei viaggi. Accenno alle persecuzioni e alle violenze che subiscono i cristiani della Siria o dell’Iraq costretti a fuggire a causa della guerra e del terrorismo. Ricordo le discriminazioni che si registrano nei Balcani o le difficoltà che si vivono in Terra Santa dove il numero dei cristiani si assottiglia. Tutto ciò mette in pericolo la presenza cristiana in territori dove affondano le radici della nostra fede. Come ha osservato il cardinale Sako, se le radici vengono tagliate, l’intero albero rischia di morire.


E la sfida del dialogo?

Va adottata la cultura del dialogo come via di fraternità. C’è bisogno di dialogo fra le culture. Ed è più che mai necessario il dialogo fra le fedi da cui dipende in ultima istanza anche l’amicizia fra i popoli. La storia insegna che l’estremismo religioso e l’intolleranza sono all’origine di numerosi scontri che anche di recente marcano il Mediterraneo. Come evidenzia il Documento sulla fratellanza umana firmato un anno fa ad Abu Dhabi, se Dio ha creato l’unica famiglia umana, non posso non vedere nell’altro, chiunque esso sia, un fratello. Certo, il dialogo non si costruisce a tavolo e implica una purificazione della memoria e dei cuori. Ma le difficoltà, che innegabilmente ci sono, non possono farci desistere dall’incontrare l’altro.


C’è ancora da rovesciare la logica delle crociate? O, per dirla in altri termini, l’Occidente ha sempre uno sguardo di superiorità?

Direi di sì. Suggeriva La Pira che «l’Occidente deve liberarsi delle scorie egoistiche e tornare all’amore cristiano». Oggi i potenti della terra agiscono nel Mediterraneo mossi dal particulare, si direbbe con Guicciardini. Allora facciamo nostro il monito di Paolo VI quando nella Populorum progressio sosteneva che lo sviluppo è il nuovo nome della pace.

Tema migranti. I vescovi del sud del Mediterraneo invitano a non partire. In Europa i Paesi chiudono i confini. Come affrontare la questione?

Noi guardiamo al fenomeno migratorio da un punto di vista occidentale: ci limitiamo a vedere chi giunge da noi. L’accoglienza è virtù evangelica: va assicurata senza se e senza ma, soprattutto se chi varca il nostro confine è in condizioni disperate. Comunque l’arrivo dei profughi non riguarda solo l’Europa. Cito il Nord Africa dove si approda dal sud del Sahara, o il Libano e la Turchia che ospitano milioni di rifugiati di guerra. La Chiesa è sempre in prima linea. Tuttavia c’è anche altro. Alcune Chiese restano vive proprio grazie ai migranti come avviene nei Paesi del Maghreb o in Grecia. Inoltre come comunità ecclesiale dobbiamo denunciare con forza il traffico di esseri umani ma anche le condizioni di schiavitù in cui versano i migranti nei campi d’accoglienza sparsi per il Mediterraneo.


E già si pensa al “dopo Bari”.

Saranno talmente numerosi gli argomenti che affioreranno nelle cinque giornate pugliesi che è impossibile esaurire tutto. Per questo verranno costituiti tavoli di lavoro tematici che permetteranno ai vescovi di incontrarsi di nuovo. Ma le modalità andranno definite in accordo con il Santo Padre. Senza dubbio saremo molto impegnati nei prossimi anni.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, sabato 15 febbraio 2020


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