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Vita difficile per i cristiani d'Iraq. Tante promesse, nessuna tutela

La perdita di ruolo politico la si vede anche nelle nomine del nuovo governo: fra decine di ministri un solo dicastero, quello dell’Ambiente, affidato al giovane Sargon Lazar.

Il ministero, fanno notare con una punta di ironia i cristiani, con il budget più basso: «Non essendoci nulla da spendere non era importante», dicono. Ancora peggio per le cariche costituzionali più importanti; per saziare le ambizioni dei vari partiti, sono stati istituiti numerosi vice per la posizione di presidente della Repubblica, di primo ministro e di presidente del Parlamento: tutti posti spartiti fra curdi, sciiti e sunniti e nessuno spazio a un rappresentante cristiano. È il segno della difficoltà di questa comunità, una volta così importante e rispettata, a trovare spazio e visibilità politica nell’Iraq di oggi.

Una spirale dal 2003
Le violenze e il settarismo esplosi dopo l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 l’hanno colpita duramente, spingendo all’emigrazione più della metà dei suoi membri (è di giovedì l’ultimo omicidio di un settantenne accoltellato nella sua abitazione di Baghdad). E le poche centinaia di migliaia di cristiani rimasti subiscono continuamente attacchi e minacce. A Mosul, la culla del cristianesimo iracheno e nella provincia di Ninive, ove si trova il maggior numero di cristiani, la situazione di insicurezza è ancora drammatica. E il senso di pericolo lo si vive anche a Baghdad, soprattutto dopo la strage nella basilica durante le festività natalizie. Se la maggior parte degli oppressivi muri di cemento – posti lungo tutte le principali vie della capitale per limitare le continue violenze e che per anni hanno rappresentato l’alienante quotidianità di questa città – sono stati ora rimossi, essi rimangono a circondare la zona internazionale e le enclave cristiane superstiti. Come commenta amaro uno dei loro rappresentanti, il messaggio che se ne ricava è che i nostri quartieri sembrano essere enucleati dalla città quasi quanto quello degli militari e dei diplomatici stranieri. È una separazione fisica che sottolinea il tentativo di una progressiva estraniazione che i gruppi più radicali e fanatici vorrebbero imporre.

Gli ambigui protettori
L’amara ironia è che, in Iraq, tutti i rappresentanti politici e militari vogliono – a parole – proteggere la minoranza. È un refrain sempre uguale: il governo (e le forze di sicurezza) sono consci del problema e sono impegnati attivamente a contrastarlo. Tutti condanno gli attacchi e promettono più soldati e più impegno a protezione delle case e dei luoghi di culto. Tutti deprecano l’emigrazione di tanti cristiani e ne riconoscono il ruolo per il rilancio della nazione. Qualcuno, anzi, si è auto-proclamato il protettore dei cristiani. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan (KRG), il potente politico e capo tribale Masoud Barzani, ad esempio, si propone come garante dei cristiani in ogni suo viaggio internazionale, in contrapposizione alle violenze e al fanatismo che impera "nell’Iraq arabo". Più volte i curdi hanno offerto ospitalità e protezione. Tanto zelo è sospetto: i generosi protettori sono stati accusati di essere stati in realtà in passato gli ispiratori delle violenze anti-cristiane a Mosul, città che essi rivendicano come curda, ma che al momento si trova in una provincia controllata dal governo centrale di Baghdad.

Pochi fondi ai villaggi
Non è disinteressata neppure la proposta di "passare" sotto la protezione del Krg: i distretti cristiani della provincia di Ninive, sono distretti di frontiera, contesi tanto da curdi e quanto da arabi musulmani. I villaggi cristiani, così, diventano niente altro che pedine da giocare nella partita per il controllo di queste aree strategiche. Ne è una riprova, la negligenza del governo provinciale curdo nell’assegnare i fondi locali ai villaggi cristiani; questi ultimi sono spesso dimenticati dai piani di ricostruzione e sviluppo. Non che vada meglio quando i soldi vengono gestiti dagli arabi musulmani, sunniti o curdi che siano: «Il fattore economico – dice un parlamentare cristiano – è decisivo per garantire il futuro della nostra comunità. Oggi, veniamo sistematicamente emarginati da ogni progetto di sviluppo: una minaccia ancora maggiore di quella del terrorismo».

Soluzioni differenti
Per cercare di fermare le violenze anti-cristiane e soprattutto l’esodo continuo di membri di questa comunità, sono state prospettate diverse soluzioni, spesso conflittuali fra loro. Un alto funzionario della sicurezza, che risponde direttamente agli uffici del primo ministro al-Maliki, confessa come il governo non fosse pronto agli attacchi contro la comunità, sparsa in tutto il paese, e come abbia a lungo adottato una strategia di "try-and-error", ossia di rimedi improvvisati che si sono talora rivelati controproducenti. Si è dapprima pensato a concentrare i cristiani in zone omogenee, poi a censire tutte le abitazioni di famiglie cristiane nella capitale, in modo da avere un quadro aggiornato della situazione. Ci si è accorti ben presto che, data l’infiltrazione di elementi estremisti nei ministeri dell’Interno e della Difesa, questa mappatura era pericolosissima, dato che costituiva involontarie "liste di proscrizione". Qualcun altro ha suggerito di disperdere la comunità in nuove case anonime. La verità è che proprio perché i cristiani non sono settari, non hanno milizie militari, sono sempre stati integrati perfettamente a tutti i livelli della società, proteggerli dalle minacce terroristiche è estremamente difficile. Con il miglioramento delle condizioni di sicurezza di tutto il Paese e con l’incremento delle protezioni, almeno presso i luoghi di culto e le enclave principali, tuttavia, i responsabili della sicurezza iracheni manifestano un cauto ottimismo. Ma se questa è la contingenza, contro gli attacchi terroristici visioni differenti attraversano la stessa comunità cristiana. Sono ben note le differenze di prospettiva fra le autorità religiose e i capi politici: per la maggior parte delle prime, il problema è soprattutto di ripristinare la sicurezza per i propri fedeli, senza tuttavia avventurarsi in richieste come quelle fatte dalla maggior parte dei rappresentanti civili cristiani.

Terrorismo ed emarginazione
Questi ultimi, infatti, ritengono che il problema strutturale non sia tanto il terrorismo, quanto l’emarginazione amministrativa ed economica; da tempo richiedono quindi una sorta di "governatorato" (Mohafazah) cristiano nella zona di Ninive, con un’autonomia amministrativa e finanziaria. Altri vogliono una polizia cristiana per difendere luoghi di culto e villaggi. Senza questa autonomia e senza fondi affidati direttamente ai fedeli – è la loro tesi –, la comunità è destinata a un declino irreversibile. Chi si oppone sostiene che creare una zona cristiana autonoma sia estremamente pericoloso: si porrebbero le premesse per sospingere tutta la comunità in questa zona e, soprattutto, si attirerebbero le attenzioni degli jihadisti, rendendo ancor più difficile la sopravvivenza della comunità. Per di più, essendo l’area di Ninive contesa fra arabi e curdi, la mini-provincia cristiana rischierebbe di rimanere stritolata fra le due fazioni in caso di peggioramento delle relazioni interne.

Tocca anche  all’Occidente
In realtà, ogni soluzione prospettata presenta pro e contro: non esiste una soluzione unica a un problema così sfaccettato e complesso. Sicuramente, se venissero organizzate elezioni locali, si creerebbero istituzioni elettive a livello di distretto che risponderebbero, almeno in parte, alle richieste delle minoranze. In alcune circoscrizioni distrettuali, infatti, cristiani e yazidi rappresentano la maggioranza assoluta; potrebbero quindi gestire in modo meno settario i fondi locali, senza bisogno di avventurarsi in pericolose richieste di autonomia. Ma, alla fine, è evidente come ogni soluzione meramente interna all’Iraq non sia sufficiente: per resistere a chi vuole spazzarli via, ponendo fine a una presenza plurimillenaria: i cristiani d’Iraq hanno bisogno di attenzione e sostegno da parte internazionale. L’Occidente e l’Europa possono e devono fare di più in termini di comprensione del problema, di impegno attivo e di promozione di politiche che tutelino le piccole minoranze (cristiani, yazidi, turcomanni). «Sembrate esservi finalmente svegliati in Europa – mi dicono –, ma ora serve un aiuto concreto a ogni livello: politico, economico e culturale».

Riccardo Redaelli
© Avvenire, 26 febbraio 2011
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