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Zamagni: siamo in una crisi di senso Serve un ri-orientamento politico

Reazioni alla prolusione. Per uscire dalla crisi occorre tornare alla politica, per curare meglio i poveri serve la sussidiarietà circolare, che non esclude nessuno

L’economista Stefano Zamagni, padre degli studi sul terzo settore, esordisce con una premessa: è un documento di «straordinaria chiarezza e coraggiosa apertura».
Secondo il cardinale Bagnasco la crisi mondiale è in una fase inedita, dove si mette in discussione la stessa idea di progresso. Condivide?
Si, il presidente della Cei ha compreso appieno la differenza tra crisi dialettica – conseguenza di un conflitto, risolto il quale si supera – e crisi entropica, di senso. Siamo in una crisi entropica, finalmente lo dice una voce autorevole. Per superarla occorre un ri-orientamento.
Condivide anche l’affondo contro i danni del "capitalismo sfrenato", che ad esempio ha dissolto i legami tra capitale e lavoro trasformandolo, come dice il sociologo polacco Bauman in lavoro-campeggio?
È un passaggio da sottolineare perché può avere conseguenze culturali importanti. Bagnasco parla in sostanza di problemi valoriali creati da un capitalismo senza freni. Critica la cultura economica che nell’ultimo quarto di secolo ha predicato i meccanismi della mano invisibile e della deregolamentazione. Trovo molto importante il riferimento alla finanza che deve tornare al servizio del bene generale e non della speculazione. Ribadisce così la sfida lanciata da Papa Benedetto nella Caritas in veritate quando parla di gratuità anche fuori dalla famiglia, concetto inaudito per certi potentati.
In che senso?
Finora anche in Italia la speculazione era considerata da autorevoli economisti e opinionisti per sua natura immanente all’attività finanziaria. Bagnasco stesso fa esplicito riferimento a una "tecnocrazia transnazionale anonima" che potrebbe prevalere sulle forme della democrazia. C’è un’oligarchia operante nel settore finanziario che comunica in segreto e impone le proprie scelte speculative fino a mettere in discussione la democrazia stessa. La sfida è riportare la finanza sui binari del bene comune.
Con il ritorno al primato politico?
Per uscire dalla crisi bisogna rimettere a posto le cose. La finanza deve conservare allora una sua autonomia perché la Chiesa certo non è contro il mercato, ma è cosa diversa dall’attuale separazione dalla politica. Questa separazione è stata generata dalla politica stessa il 15 novembre 1975 a Rambouillet, vicino a Parigi, dove si svolse un vertice del G6, i sei Paesi più industrializzati, nel quale venne deciso di dare il via alla globalizzazione e alla deregulation. La politica, che allora governava l’economia, rinunciò al proprio ruolo. I buoi usciti dalla stalla non sono poi rientrati. Il messaggio che leggo tra le righe è: la politica ha aperto le porte, ora deve chiuderle per risolvere la crisi. È un appello ai cattolici perché riprendano la leadership nell’impegno politico.
Il Cardinale ha citato i dati rilevanti del volontariato e le opere in vario modo generate dal mondo cattolico per aiutare i poveri. Sono un segno dell’Italia che va, dal suo osservatorio di presidente dell’Agenzia delle Onlus?
Si e si può migliorare ancora per vincere la sfida della crisi. Lui stesso dice che la carità deve diventare sistemica. Bagnasco chiede un’alleanza organica tra privato sociale, imprese ed enti locali proponendo la sussidiarietà circolare, con un invito implicito all’attuale governo a considerarne il ruolo strategico. Se concedessero alle imprese sociali i benefici fiscali delle coop, nascerebbero 50mila imprese in pochi mesi e 500mila posti di lavoro. Segnalo anche che il cardinale ha posto il problema della conciliazione delle famiglie tra lavoro e festa, tema del prossimo convegno mondiale a Milano. In concreto, la liberalizzazione degli orari domenicali e notturni depaupera il valore dell’unione della famiglia. Bisogna decidere da che parte stare, alla difesa della famiglia corrisponde un adeguamento di norme. L’Italia non è la Gran Bretagna o gli Usa.

Paolo Lambruschi
 
© Avvenire, 24 gennaio 2012
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