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Zio Girolamo: metti un asino nel motore

I racconti del buonumore 21

Da quando era arrivato a Sesto San Giovanni, zio Girolamo non aveva conosciuto un giorno di disoccupazione. Lavorava dieci ore senza fermarsi nemmeno a bere un bicchiere d’acqua e certe volte faceva pure gli straordinari. «Ho da comperare la Cinquecento caffellatte» spiegava ai colleghi della Breda, quando lo invitavano a ballare. Era l’estate in cui un giovane dalla pelle nera correva di notte, in mezzo alle torce accese, chilometri e chilometri a piedi nudi nelle strade di Roma e zio Girolamo si godeva queste scene alla tv del bar. «Cari genitori – scriveva per lettera al padre e alla madre – qui non manca niente. State tranquilli se pensate a me. Voglio acquistare una Cinquecento caffellatte, così vi porterò a visitare la città di tubi e ciminiere il giorno che verrete a trovarmi». Zio Girolamo non aveva vizi: non fumava, non beveva, non andava a donne e, se gli veniva voglia di un film, preferiva le sale parrocchiali, dove non c’erano biglietti da pagare, solo un’offerta, che era sempre un bel risparmio rispetto al cinema.

Era l’unico lusso che si concedeva in una vita di sirene, turni e ferie estive. «Ho già messo gli occhi sull’auto» assicurava agli amici, «devo solo arrivare al denaro esatto». Ma passarono un bel po’ di anni prima che zio Girolamo riuscisse ad accomodarsi in una Cinquecento caffellatte decapottabile, con la coda di volpe sul cruscotto e la tromba del clacson che faceva potipotipotipò. L’unico inghippo era che la benzina costava troppo. Come faccio a rifornirmi all’Agip, si domandava, se vado in giro a consumare soldi? A chi gli suggeriva che era da manicomio possedere un’automobile e non usarla, zio Girolamo lo invitava nella baracca dove abitava, dalle parti della grande acciaieria. Era un guazzabuglio di arnesi che andava recuperando qua e là, ma non colpiva tanto il disordine, quanto il tappeto di paglia, in un angolo, su cui dormiva disteso un asino. «Vedi questo animale? L’ho comprato alla fiera di Villa Cortese e non mi è costato tanto. Se ho voglia di fare una passeggiata, prendo una corda, lo attacco davanti alla Cinquecento e mi faccio trainare». Era vero. La domenica mattina, mentre bevevano l’aperitivo al bar e giocavano a scala quaranta, gli amici vedevano comparire zio Girolamo in piedi nell’automobile caffellatte, con il busto che usciva dal tettuccio mentre tirava le redini. «Ehilà Girolamo, ma la bestia mangia o non mangia?». Zio Girolamo sapeva dove volevano arrivare con una simile domanda: il denaro che spendeva per l’animale non poteva consumarlo per la benzina? Ma non si lasciava ingannare e rispondeva con uno dei suoi ragionamenti: «Io ho due vetture, l’asino e la Cinquecento, una mi ricorda mio padre, l’altra mio figlio che avrò appena mi sposo. Siccome un figlio ancora manca, preferisco usare l’asino che si accontenta di una carruba al giorno e una carruba al giorno costa meno della benzina».

Era un azzardo seguire zio Girolamo quando faceva il filosofo, meglio non contraddirlo. Nel frattempo, se scriveva ai suoi genitori, andava a pescare le parole in fondo a un bicchiere di grappa: «Miei amatissimi padre e madre, qui sono sistemato bene, c’è lavoro per tutti, giovani e vecchi, e io che ho comprato un’automobile mi sento un signore. Quando verrete a trovarmi, vi farò conoscere il paradiso dove vivo». I genitori, per un motivo o per un altro, non andarono mai da lui. «Teniamo la tosse – rispondevano – la vigna ha bisogno del nostro lavoro, la terra non può fare a meno delle nostre braccia». E il tempo passava senza aver visto la Cinquecento caffellatte, anzi con il rammarico che il paradiso dove abitava il figlio cambiava troppo in fretta per le loro gambe di vecchi.

Per fortuna le lettere da Sesto San Giovanni arrivavano puntuali: «Oggi si è avvicinata una ruspa di fronte a casa, ha sterrato il terreno, dopodiché un geometra ha tirato le linee per un capannone». Il mese seguente zio Girolamo annunciava: «Dentro il capannone hanno portato le macchine filettatrici. Dopo un altro mese aggiungeva: Sono finiti i lavori e adesso gli operai entrano ed escono da questi capannoni a tutte le ore. Che grande invenzione la modernità!». Anche zio Girolamo faceva a meno di scendere in Bassitalia a trovare i genitori. La spesa per il viaggio era impegnativa, la benzina era cara, anzi adesso c’era la crisi e la Cinquecento caffellatte non era ancora stata messa in moto una sola volta perché tanto c’era l’asino, meno male, che costava meno della benzina. Purtroppo l’asino morì, zio Girolamo non riuscì a trovarne un altro, pur girando fiere nei giorni di festa, e si rassegnò a non toccare l’automobile. I gatti avevano scoperto un buco tra le lamiere e usavano l’abitacolo come tana. Tra il volante e il cambio si allargava un palmo di ragnatela e i moscerini finivano tutti per impigliarsi sopra.

Zio Girolamo ogni tanto appoggiava il mento, spiava, poi sentiva il rumore della grande acciaieria e scuoteva la testa. Rimaneva convinto che la modernità fosse una grande invenzione, ma sulla sua baracca il sole non arrivava più perché dopo il capannone si erano aggiunte altre scatole di cemento. Un giorno il capo del personale lo chiamò nel suo ufficio e gli disse, serio serio, che all’altro lato della terra, proprio dove c’erano cammelli e deserto, avevano chiuso i rubinetti del petrolio e non c’era più bisogno del suo lavoro. Da allora fuori dai cancelli della grande acciaieria appesero un cartello con la scritta: licenziamento. Zio Girolamo vedeva crescere le erbacce, contava i camion che andavano a caricarsi i macchinari nei capannoni e faceva le sue pensate: se queste scatole di cemento resteranno vuote, sai quanti animali si potrebbero chiudere dentro! Anche gli amici erano invecchiati, però non avevano perso l’abitudine di fermarsi al bar per una partita a carte, alzavano i bicchieri di bianchino in aria e ridevano fra loro: cin cin, cin cin...

Zio Girolamo invece continuava a macinare nella mente discorsi che preferiva non pronunciare, se li teneva di riserva per il giorno del ritorno degli asini. «Ehilà Girolamo, quando ti vedremo di nuovo sulla Cinquecento ti candidiamo a sindaco». Zio Girolamo rispondeva: «A farsi fottere la modernità!» Aspettava la vendetta. E la vendetta arrivò. Un mattino gli amici si erano incontrati per il solito bianchino. Avevano i capelli grigi e, se uno li avesse fotografati, non avrebbe riconosciuto in loro i ragazzi che avevano lavorato per anni nella grande acciaieria. Appena sentirono ragliare un asino, si affacciarono sulla strada e sgranarono gli occhi: era zio Girolamo a bordo della Cinquecento caffellatte.
«Avete saputo?»
«Saputo cosa?»
«La benzina è finita».
«A furia di stare con gli asini, sei riuscito a rassomigliare a loro. Che vuoi dire?».
«I distributori sono chiusi» spiegò zio Girolamo. «Secchi come innaffiatoi abbandonati al sole. Mentre le fiere sono piene di asini e costano pure tanto. Ormai li comprano tutti per farsi trainare».


 
Giuseppe Lupo
 
© Avvenire, 25 agosto 2012
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