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6 gradi di separazione

Proviamo a contare le strette di mano che ci separano – poniamo – dal capo dello Stato. Da noi al nostro candidato di fiducia alle elezioni amministrative, da questi ad un consigliere comunale, quindi il sindaco, il segretario nazionale del suo partito, ed ecco raggiunta la mano di Napolitano. Cinque contatti. Un’altra stretta di mano e, tramite il capo dello Stato, raggiungiamo tutte le altre massime cariche mondiali.

Con una rock star, un attore, un premio Nobel... la “legge” sembra non cambiare. Il gioco dei “sei gradi di separazione” è diventato assai noto da quando libri, opere teatrali, film, test di vario genere lo hanno diffuso e reso quasi un topos della cultura contemporanea. Soprattutto, però, i “sei gradi di separazione” sono  il frutto più colorato della cosiddetta Teoria delle reti che per alcuni ricercatori, senza mezzi termini, è destinata ad assurgere a paradigma scientifico del nostro secolo. Solo tre mosse – rapide e recenti – sono state sufficienti agli scienziati per riconoscere l’interesse delle reti. Primo: accorgersi che, nel divenire della realtà, più importanti delle proprietà dei componenti materiali ultimi risultano essere le relazioni che tra i componenti medesimi vengono a instaurarsi. Secondo: avvedersi di essere circondati da reti, perfino immersi in esse e costituiti da esse (reti neurali, economiche, ecologiche, genetiche..., fino alla Rete per eccellenza, il world wide web).

Terzo: scoprire che tutti questi variegati tipi di reti sono accomunati, nella struttura e nell’evoluzione, da regole generalissime e sorprendentemente semplici. Ecco la caratteristica di fondo: alzare gli occhi dal sostrato materiale per guardare verso qualcosa di più aleatorio e astratto, quale le interconnessioni sono. È una tendenza che la scienza delle reti condivide con altre scuole di pensiero contemporaneo (emergentismo, digitalismo, patternismo), ove pulsa un’inconfondibile vena anti-riduzionista. Albert-Lázló Barabási, uno dei principali assertori-sistematizzatori della teoria, esprime tale carattere in forma accattivante nel suo Link. La nuova scienza delle reti (Einaudi, 2004): «Avete mai visto un bambino smontare il suo giocattolo preferito? E scoppiare a piangere appena capisce che non riuscirà mai a rimettere insieme i pezzi? Ebbene, ecco un segreto che non conquista mai le pagine dei giornali: noi abbiamo smontato l’universo e non abbiamo idea di come rimetterlo insieme.

Questo è il frutto del riduzionismo, la forza che ha guidato gran parte della ricerca scientifica del XX secolo... Fra breve avremo esaurito tutto quello che c’è da sapere sui singoli pezzi. Eppure?». Eppure manca ciò che potremmo chiamare l’animazione, quella spinta al movimento che l’elemento isolato e preso in sé non possiede e che scatta, invece, nel contatto con l’altro, instaurando un primo filo che, sovrapponendosi e intrecciandosi, montando ed espandendosi, produce – per parafrasare Yves Congar – la «rete vasto mondo».

Il teorico della complessità Edward Lorenz previde questa cosmica ragnatela con il suo “effetto farfalla” che parte minimalmente dal Brasile e arriva, come tornado, in Texas. Lorenz, però, immaginava un numero di passaggi intermedi molto elevato, non certo solo sei gradi di separazione! E così torniamo all’intuizione che ebbe, per primo, Frigyes Karinthy, il traduttore in ungherese di Pirandello, che in Catene. Racconto breve di Viaggio intorno al mio cranio (Rizzoli, 2010) evidenzia il processo paradossale che percorre «il nostro secolo della comunicazione». Siccome oggi chiunque raggiunge chiunque in cinque o sei passaggi, mentre Giulio Cesare, per esempio, non avrebbe potuto raggiungere un sacerdote azteco neppure in cinquecento, ecco che «qualcosa si restringe e diventa più piccolo» (il nostro mondo) e «qualcos’altro si allarga e diventa sempre più grande» (la rete delle connessioni). Catene è del 1929. La teoria del “mondo piccolo”, poi, si trasforma da intuizione letteraria in test sociologico con l’esperimento di Stanley Milgram, lo psicologo americano noto soprattutto per i suoi studi sul rapporto tra violenza e obbedienza sociale.

Milgram consegnò ad alcune centinaia di volontari dei plichi da far recapitare a destinatari sparsi per gli Stati Uniti, di cui si dava foto, nome, occupazione e zona. I volontari dovevano spedire il plico all’intermediario («un amico, un parente, un conoscente, qualcuno, insomma, a cui date del tu!») che avesse la maggior probabilità di conoscere o “avvicinare” il destinatario finale, chiedendogli di eseguire la stessa azione. Il numero medio dei passaggi postali, nei casi riusciti, risultò essere 5,5. Milgram confessò di aspettarsene un centinaio. Nasceva ufficialmente – a fine anni Sessanta – la teoria dello small world, quasi coevo e analogo del più noto “villaggio globale”.

Poi venne la commedia di John Guare Sei gradi di separazione, plurireplicata a Broadway nei primi anni Novanta; poi il film omonimo di Fred Schepisi con un giovane Will Smith; poi ancora l’immancabile videogioco. La rete dell’idea si è estesa fino a noi. L’anno scorso Sebastiano Vigna, Marco Rosa e Paolo Boldi dell’Università di Milano hanno sviluppato un algoritmo per calcolare la distanza media tra i sessantacinque miliardi di “amicizie” su Facebook. L’esito dell’indagine – che ha rapidamente percorso l’intera rete dei media – ha solennemente sentenziato quanti “rimbalzi” deve fare il mio messaggio per raggiungere qualunque altra persona al mondo (di Facebook). La media incredibilmente bassa segna 3,74 contatti. Quattro passaggi “amicali” (possiamo permetterci il lusso di arrotondare) fra tutti e tutti. E più la rete si estende e più la media si abbassa.

Tutta statistica e tecno-sociologia? Non proprio. Basta scalfire un po’ la superficie e appare il substrato metafisico, come sempre accade. Karinthy, al termine di Catene, in maniera inattesa, dopo essersi collegato anche a Chesterton, spiega il vero motore di un pensiero «che si agita nella mia mente senza sosta: come arrivare, attraverso due, tre, al massimo cinque gradi di separazione a un contatto tra le piccole, relative, transitorie cose della vita e l’assoluto e l’eterno; tra il tutto e una sua parte». Mentre Ousia, nel film commedia di Schepisi, a un certo punto recita: «Ho letto che ognuno di noi su questo pianeta è separato dagli altri solo da sei persone... Io sono legata a chiunque altro nel pianeta – un indigeno australiano, un abitante della Terra del Fuoco, un eschimese – da una catena di sole sei persone. È un pensiero profondo. Ognuno di noi è una porta spalancata su altri mondi». Altri, in altri tempi e contesti, avevano elaborato il concetto di «persona come relazione».

 

Andrea Vaccaro
 
© Avvenire, 29 ottobre 2012
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