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«Il Rosario, scrigno che ci apre a Cristo»

Cita il gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin che in una sua lettera scriveva: «Nel Rosario tutta la nostra vita si cristianizza attraverso lo sviluppo dell’ "Ave Maria"». «Ecco, proprio questa forma di preghiera che definirei unica ci dà modo di assimilare ciò che Cristo ha vissuto e quanto la Chiesa proclama e celebra», spiega il monfortano padre Stefano De Fiores, docente alla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» e presidente dell’Associazione mariologica interdisciplinare italiana.

Da secoli il mese di ottobre ha al centro il Rosario. Una tradizione con radici precise. «Richiama la battaglia di Lepanto dell’ottobre 1571 in cui si sono affrontate le flotte dell’Impero ottomano e quelle cristiane della Lega Santa – afferma De Fiores –. La vittoria è stata attribuita alla Madonna del Rosario da san Pio V il quale, ancora prima di avere informazioni precise, aveva dato la lieta novella sottolineando che era stato fermato un pericolo per l’Europa. Da qui la volontà di dedicare questo mese alla valorizzazione del Rosario».

Una preghiera che il mariologo definisce una «pratica senza eguali fra gli esercizi di pietà e le espressioni di devozione che caratterizzano l’Occidente cristiano». Giovanni Paolo II, all’inizio del suo pontificato, nel 1978, l’aveva chiamata «la mia preghiera prediletta». E De Fiores ricorda che papa Wojtyla vedeva nel Rosario «una contemplazione dei misteri di Cristo con il cuore della Madre». «Grazie allo sguardo di Maria – aggiunge il docente – troviamo come in uno scrigno prezioso la vita di Cristo in tutte le sue valenze. Basti pensare alla quadriforme espressione dei misteri: gaudiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi. Quindi si tratta di continuare nella Chiesa quella contemplazione di Gesù iniziata dalla Vergine».

Fulcro è l’Ave Maria recitata dieci volte in ogni mistero. «La ripetizione appartiene alle religioni. Non abbiamo altri modi di interiorizzare ciò in cui crediamo se non seguendo questa strada. La mentalità razionalista ritiene che sia sufficiente presentare un concetto appena una volta per comprenderlo. Invece le verità di fede vanno fatte proprie e ripensate. In effetti serve una ruminatio».

E con le dita che sfiorano i grani della corona il Rosario diventa preghiera tattile. «Il corpo non può essere assente – chiarisce il mariologo –. Direi che più le mani si muovono, più si è portati a meditare. Oggi si parla giustamente di una spiritualità del corpo: il corpo aiuta l’anima a elevarsi. E la corona consente che ci sia una partecipazione integrale nella preghiera».

Ma il Rosario non è una pratica a sé. Del resto Paolo VI lo definiva un «supporto» alla liturgia. «Per questo – aggiunge De Fiores – è bene che il Rosario sia collegato alla liturgia. Così i tempi liturgici possono influire sulla scelta dei misteri. Perché, ad esempio, il 6 gennaio non accennare all’Epifania di Cristo proprio nei misteri? E questa armonizzazione con la liturgia è stata ben mostrata dal magistero pontificio in cui il Rosario è ritenuto un efficace compendio del Vangelo».

Da qui il richiamo a uno "stile" che la preghiera mariana può assumere. «Per essere toccati dalla sua bellezza servono pause di silenzio, un bel canto del Gloria a lode della Trinità e soprattutto la proclamazione della Parola. Infatti si tratta di una preghiera eminentemente biblica, come ha evidenziato Benedetto XVI. Va quindi favorito il legame fra la Scrittura e il Rosario che non fa altro che meditare il Verbo attraverso il mistero dell’incarnazione, autentico perno di questa preghiera».
Comunque alcuni accorgimenti possono essere utili.
 
«Per avvicinare i giovani è possibile animate le "poste" (o decine) del Rosario secondo i linguaggi dei ragazzi e renderle vive con l’aggancio all’attualità. Oppure si può ricorrere a proiezioni di immagini artistiche che faranno del Rosario anche un mezzo di catechesi in quanto un’icona parla e spiega». Poi ci sono le intenzioni. «Due le ha esplicitate Giovanni Paolo II: la pace e la famiglia. Certo possono essere ampliate ai molteplici ambiti della vita. E, quando nella seconda parte dell’Ave Maria diciamo "Santa Maria…", entriamo in una dimensione di intercessione con la quale ci affidiamo alla Madre di Dio».

 
Giacomo Gambassi
© Avvenire, 13 ottobre 2010
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