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Abitanti Digitali. Quale appello ai media ecclesiali dalle possibilità della convergenza digitale?

Paolo Bustaffa, Direttore SIR. Macerata, Auditorium San Paolo, Tavola Rotonda del 21 maggio 2011

Macerata_foto.jpgLe nuove tecnologie nel loro rapidissimo sviluppo continuamente cambiano gli scenari e non da oggi pongono domande all’informazione e in modo particolare al mestiere del giornalista.

In questi giorni abbiamo ascoltato riflessioni importanti e anche provocatorie sul digitale e sull’abitare da credenti questo nuovo territorio.

Le abbiamo approfondite da giornalisti, da “storici dell’istante” (definizione di Igor Man) che consumano le suole delle scarpe nel camminare sulle strade delle città e dei paesi ma anche “consumano” gli occhi e le dita nel percorrere le autostrade informatiche.

Con identica passione e competenza perché su entrambe le strade cammina un’umanità che lavora, che soffre, che spera, che è in ricerca…

Le abbiamo rilette queste riflessioni cercando in esse volti, pensieri, contenuti…

Da più di venti anni Internet è nell’esperienza di un’agenzia giornalistica (Sir e SirEuropa) che - come gli altri media che sono qui rappresentati - è su diverse frontiere del vivere, del pensare e del credere.

Oggi alcune domande – soprattutto di carattere professionale - si fanno più insistenti su questo nuovo mondo, sul rapporto tra due mondi diversi (antico e nuovo), sulle prospettive che possono nascere da un dialogo, sulla fatica di aprire insieme nuove strade.

Internet è la prateria sconfinata dove tutti – almeno così sembra – corrono, si incontrano o si scontrano.

Cosa significa tutto ciò nell’ottica di una professione che ha regole, criteri, riferimenti etici, responsabilità ben definiti?

Cosa significa, tutto ciò, in riferimento a una questione delle fonti che è una questione principe per l’informazione?

“Con l’approccio diretto su Internet, chi assicura che la fonte sia affidabile e siano credibili le sue informazioni? Davvero non c’è più bisogno o davvero c’è minor bisogno della mediazione giornalistica per decodificare la verità offerta dalle fonti primarie? Come verificare se immagini e parole abbondantemente e costantemente lanciate nella rete sono veritiere o false?”

Frammenti di verità andrebbero indagati ed esaminati con cura: sono pezzi di verità o verità a pezzi.

Occorre vigilare e discernere: la rete è una grande opportunità da utilizzare ma senza mediazione giornalistica (di veridicità e di gerarchizzazione delle notizie) le informazioni raccolte on line fino a che punto offrono garanzie di attendibilità e documentazione?

Certamente è vero che dalla rete sono venuti e vengono segnali che hanno suscitato e sostenuto straordinarie impensabili movimenti di libertà ma sono venuti anche segnali di tutt’altro tenore e con ben altro intento.

Occorre vigilare anche perché non pochi editori sono già tentati di percorrere scorciatoie sulla rete poco costose per mettere fuori gioco il giornalismo di inchiesta, i reportage e scegliere un giornalismo low cost sottomesso a strette regole mercantilistiche.  (La fabbrica e il commercio delle notizie)

Domande, tra molte altre, che hanno risposte incompiute o meglio “in progress”:.

Un dato è certo: se il giornalismo è mediazione tra le fonti e i fruitori dell’informazione è chiaro che Internet permettendo l’accesso diretto alle fonti primarie, rischia di eliminare ogni forma di mediazione giornalistica.

Fine del giornalismo per mano della rete, per irruzione del digitale?

All’università Northwestern presso Chicago il laboratorio di informazione intelligente (Infolab) sviluppa programmi di intelligenza artificiale che permettono la redazione automatica di articoli di sport e di mini telegiornali.

E’ un caso, forse isolato o forse limite, ma il problema non è da sottovalutare.

Le nuove tecnologie in un quadro in continuo movimento pongono interrogativi provocatori e sarebbe un errore non considerarli e non cercare risposte all’altezza della sfida, all’altezza della posta antropologica in gioco.

E’ la verità a rischiare di essere posta fuori campo con l’ingresso della sua rappresentazione facilitato e sostenuto da una cultura tecnologica sottile, invadente e coinvolgente.

Non ci sono però solo preoccupazioni.

Gli utilizzatori sempre più numerosi dei nuovi media, i cosiddetti digitali, pienamente inseriti nel dibattito culturale e tecnologico su informazione e verità, aggiungono continui elementi di riflessione e provocazione sul ruolo del giornalismo che, per uscire da una crisi di identità dovuta anche a fragilità interne, deve accettare il confronto con i nuovi e creativi interlocutori.

L’incessante brusìo della rete non può essere liquidato con qualche battuta.

Occorre ascoltarlo.

Ciò che accade nell’on line, rimanda alla libertà di espressione di tutti i cittadini ma anche è stimolo a un ripensamento della professione giornalistica.

Occorre tuttavia fare alcune precisazioni e mettere in guardia da alcuni rischi quando – non siamo qui a questo rischio - gli abitanti digitali si trasformano in occupanti digitali.

Occorre soprattutto precisare che “fare informazione” e “dare informazioni” sono due attività diverse. La confusione che c’è a questo riguardo rischia di portare lontano dalla questione di fondo che è la questione della verità, la questione della dignità e dei diritti inviolabili di ogni persona.

Ancora una volta la questione antropologica.

La prima attività (fare informazione) ha una dimensione professionale e come tale è giusto e doveroso che risponda a regole univoche e condivise in grado di offrire garanzie a quanti fruiscono di quanto essa produce.

La seconda è un’attività che da sempre viene svolta da ogni uomo e da ogni donna: non ha lo stesso percorso di una professione.

La differenza tra le due attività è lo spartiacque attorno al quale è sempre più acceso il confronto tra l’informazione che è il risultato del lavoro intellettuale di una categoria professionale e l’informazione che è legittimamente prodotta da molti altri cittadini.

Con lo scontro o l’indifferenza tra i soggetti che svolgono le due diverse attività non si contribuisce alla crescita della democrazia informativa, non si tutela e rafforza il diritto all’informazione, ancor meno si contribuisce alla causa della verità.

Non si possono sacrificare competenze, regole, criteri e percorsi etici a una tecnologia che autorizza molti a ritenersi giornalisti.

A giustificazione del “tutti sono giornalisti”, che significa “nessun è giornalista”, non si può portare la crisi di identità della professione giornalistica.

Non si corregge un errore con un altro errore.

La rete deve prendere maggior consapevolezza che non può pensare e costruire il proprio futuro sulla debolezza o sull’assenza del giornalismo.

Sono molti i profeti che da tempo annunciano la morte dei giornali stampati e altrettanti sono i profeti che annunciano l’occupazione del vuoto cartaceo da parte della rete.

Almeno su questi temi non è necessario scomodare la categoria della profezia ed è bene  mantenersi in un realismo che ponga il progresso tecnologico a confronto con la domanda di verità.

C’è un impegno da assumere: un giornalismo più moderno, che utilizza la tecnologia per uscire dall’autoreferenzialità.

Che non viene usurpato dal contenuto generato dagli utenti: lo accoglie lo valuta, lo utilizza. Che riscopre il dovere di dare un servizio.

Un giornalismo che accetta di passare dal magistero alla mediazione senza ritenere riduttivo questo passaggio.

Il giornalismo non morirà se prenderà il web come una nuova occasione per crescere in qualità.

La tecnologia della rete non è, d’altra parte, una bacchetta magica in grado di cambiare da sola le aspettative e gli interessi dei lettori e degli operatori dell’informazione.

La verità, cercata, ascoltata e narrata, esige un’alleanza tra le nuove tecnologie, e antiche tecnologie e il giornalismo.

Se i tre soggetti non percorreranno questa strada insieme la rappresentazione della verità che è molto amata dal potere, dall’ideologia e dal qualunquismo avrà partita vinta sulla rete e sulla carta.

Ecco perché oltre ai “new media” si dovrà tenere sotto attenta e permanente osservazione anche gli “old media” cioè la televisione e i giornali stampati: il futuro dell’informazione dipende in buona parte ancora da loro.

In questo quadro l’abitante digitale di cui abbiamo parlato in questi giorni ha una responsabilità in più: contribuire - per quella saggezza a cui si è fatto più volte riferimento – alla realizzazione di un’informazione e alla pratica di un  giornalismo al servizio della verità e del bene comune.

Su questo aspetto occorre continuare l’approfondimento per arrivare a disegnare e concretizzare un’alleanza tra diversi soggetti accomunati da una comune volontà di abitare con amore questo spazio e questo tempo.

E il compito al quale è chiamato in modo particolare un laicato preparato, competente e consapevole che comunicazione è l’altro nome della missione e che il digitale è una terra nuova, una tenda più che una casa, da abitare in nome e per conto della speranza.

Paolo Bustaffa

Se vuoi scaricare le presentazioni in pdf degli interventi del 20 maggio 2011, clicca qui

BIBLIOGRAFIA
Carlo Baldi/Roberto Zarriello - Penne digitali 2.0 - Centro di documentazione giornalistica, 2008
Massimo Russo/Vittorio Zambardino -  Eretici digitali - Apogeo, 2009
Sergio Lepri - Professione giornalista – Etas, 2007
Alex S.Jones - Losing the News - Oxford University Press, 2009
Yves Eudes - L'ère des robots journalistes - Le Monde 10 maggio 2010
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