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Alle radici dell'onore

Valori/2. Lezioni di umanità, anche da chi non te le aspetti

Ahmed è "marocchino", sinonimo frettoloso di extracomunitario. Potrebbe essere cingalese o pakistano, in realtà, ma il nostro sguardo fuggevole non si sofferma su tali "dettagli" e decide che il giovane pizza-express è, appunto, un marocchino. Così il suo nome potrebbe essere Ahmed. Casco in testa, ha appena suonato alla porta e ci ha consegnato il nostro cartone ancora caldo, ha preso il buono pasto con cui abbiamo pagato la pizza, due euro di mancia e via verso il motorino. Passano cinque minuti e alla porta si ripresenta lui. Quello che dice è incomprensibile, fatichiamo a capire che cosa voglia, non tanto per l’italiano stentato quanto per i contenuti. Impossibile, probabilmente vuole dire altro... Invece no, Ahmed è tornato per dirci proprio questo: «I tuoi buoni pasto erano appiccicati, me ne hai dati due anziché uno». Non si sta lamentando. Non esige di più. Non recrimina sul resto. Vuole solo restituire. Insomma, è proprio vero: nessuno si è accorto di avergli dato il doppio, soltanto lui, ma questo gli basta. Sente l’ingiustizia, la riconosce e d’istinto pone rimedio. Rimette in equilibrio il mondo, Ahmed, almeno il suo.

Si chiama onore, padre dell’onestà e figlio della vergogna. Merce rara di questi tempi, in cui il furbo è chiamato intelligente e l’onesto è "strano". A ben pensarci dovrebbe essere la normalità, eppure il gesto di Ahmed ci appare straordinario, tanto più se a venderci questa merce rara, che avevamo quasi dimenticato, è un ragazzo povero e straniero, qualcuno che avrebbe molte attenuanti e tutto il "diritto" di chiudere un occhio su se stesso, intascandosi quei cinque euro in più, per noi una miseria, per lui forse la cena. Nessuno glieli avrebbe chiesti una volta tornato in pizzeria, nessuno mai avrebbe saputo che se li era bevuti al bar o spesi al mercato, perché nessuno ne conosceva l’esistenza. Nessuno se non lui. Che però sapeva di non esserne il proprietario.

Che cosa fa scattare l’impulso dell’onestà? Che cosa induce Ahmed, che qui manco è di casa e guadagna un terzo del giusto (in nero), a fare la scelta più difficile? Scopertosi padrone involontario di un gruzzoletto che neppure si è cercato, sapendosi incolpevole, baciato da una sorte che non ha invocato lui, perché dunque scende dal motorino, riprende l’ascensore e suona alla mia porta? L’onestà deriva dal senso dell’onore e quel ragazzo, forse privo di cultura scolastica, lo ha appreso da altre fonti: chissà, la morale dei suoi vecchi, la legge non scritta con cui sua madre lo ha nutrito attaccandolo al seno, l’esempio di un padre povero ma giusto, una famiglia per la quale la vergogna non è dover emigrare e accettare qualsiasi (onesto) mestiere, ma semmai guadagnare senza un merito.

E l’onore a sua volta è figlio della vergogna: chi non si vede brutto dopo una cattiva azione, chi non sente un peso sul cuore dopo aver tradito, chi non resta sveglio la notte dopo la calunnia, chi non fatica a tenere alta la testa dopo aver mentito, chi non è roso da quel fastidioso tarlo dopo un agire sbagliato, come può sapere che cosa è onorevole e che cosa disonorevole? In fondo è facile provare tutto questo, se sappiamo che qualcuno ci guarda: nessuno intasca un portafogli trovato per strada se sa di avere cento occhi puntati addosso, chiunque lascia un biglietto sul parabrezza dell’auto ammaccata se intorno ci sono i testimoni. E chiunque restituisce un resto esagerato, se chi ce l’ha dato fa già il gesto di essersene accorto...

Onore è farlo in solitudine, onestà è sentirsi giudicati da se stessi. Vergogna è vedersi guardati, ma dai propri occhi, anche nel buio, anche nel deserto o in mezzo al mare, dove non c’è anima viva, ma ci siamo noi, e la nostra coscienza e quel senso di felice appagamento che ci coglie, alle volte, quando, poveretti, sappiamo di aver fatto semplicemente il nostro dovere.

Lucia Bellaspiga
© Avvenire, 27 agosto 2011
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