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Analfabeti si (ri)diventa

La questione legata alla lettura e soprattutto alla comprensione di ciò che leggiamo riguarda tutti. Anche noi adulti. Secondo l’Ocse, infatti, in Italia non ci sono solo alcuni studenti con problemi ma «11 milioni di persone che si informano per sentito dire non riuscendo a comprendere fino in fondo un articolo di giornale (o un contratto di lavoro)»

Se state pensando che sono analfabeti, sappiate che il problema riguarda anche «il 20,9 per cento di diplomati e il 4,1% di laureati». Perché analfabeti funzionali si diventa. «Chiunque, infatti, non esercita le competenze che ha imparato a scuola, nel tempo le perde». E a furia di leggere sul digitale tanti testi brevi (messaggi, email, ma anche notizie flash) e a furia di scrivere messaggi senza punteggiatura ma pieni di faccine e di sigle (o addirittura dettati a voce) disimpariamo a leggere e a scrivere. Quello che stiamo vivendo è un paradosso doloroso: siamo così bombardati da sollecitazioni che mediamente consumiamo ogni giorno migliaia di parole.

Probabilmente molte più che in passato, come sostengono certi linguisti. E anche i ragazzi di oggi quasi sicuramente leggono più parole dei giovani di 20 o 50 anni fa. Ma la qualità media della lettura moderna è scarsa, e così il nostro cervello resta «in superficie». Come ben spiega la neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, grande studiosa della lettura, «siamo nati per vedere, per muoverci, per parlare, per pensare. Non per leggere. Quindi il nostro cervello non ha un circuito geneticamente programmato per questa attività, che cresce e si sviluppa in base a quanto, a come e a che cosa leggiamo». E se leggiamo poco o male rischiamo di perdere per sempre la «lettura profonda». Quella che apre la mente e che va oltre il testo che stiamo leggendo, «portandoci a elaborare l’informazione, per costituire conoscenza».

Se ci fermiamo ai numeri (si legge di più, no si legge di meno,) rischiamo di perdere di vista il punto più importante: la qualità del nostro leggere che è strettamente legata alla qualità di ciò che apprendiamo. Perché leggere un libro o un giornale non è come leggere lo stesso testo su uno schermo. E soprattutto leggere ha bisogno di concentrazione. «Perché solo quando siamo davvero immersi in quello che leggiamo, attiviamo una serie di processi che coinvolgono tutto il cervello». Processi che non servono solo alla conoscenza ma mettono in moto anche i sentimenti. «Entrare attraverso la lettura nella prospettiva e nei pensieri di un’altra persona è l’inizio dell’empatia. E della compassione», spiega ancora Wolf. Invece sul digitale leggiamo sempre più in fretta, saltando lunghe parti del testo, come se volessimo arrivare il prima possibile alla fine. Siamo più veloci, ma non vogliamo fare fatica. E invece di immergerci nella lettura saltiamo da una parola all’altra come cavallette.

La situazione è seria e grave anche per un’altra ragione: già oggi il 48% delle ricerche internet avviene utilizzando la voce e non digitando testi. E così accade ai messaggi: i ragazzi li dettano, non li scrivono (si fa meno fatica). Anche l’avvento degli assistenti vocali come Alexa e Google Home sta facendo diventare sempre meno centrali la lettura e la scrittura, a favore dell’uso della voce. Come possiamo salvarci? Maryanne Wolf ha una speranza: «Dobbiamo far evolvere nelle nuove generazioni un cervello bi-alfabetizzato, in grado di leggere in modi distinti, usando la velocità quando è necessario, ma riservando tempo ed energie anche alla lettura profonda». Per farlo, servono impegno e tempo. Quel tempo che già oggi ci manca, al punto che cerchiamo sempre più spesso letture «facili e comode». Pensieri non troppo profondi e parole non troppo spiazzanti, ma testi che ci impegnano poco e ci dicono quello che desideriamo sentirci dire. Vogliamo essere coccolati dalla lettura. Accarezzati sulla pelle, ma non toccati nel cuore e nella mente.

Gigio Rancilio

© Avvenire, mercoledì 4 dicembre 2019

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