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Armonizzare i tempi della famiglia e del lavoro

Relazione di Vera Negri Zamagni, Professore di Storia Economica, Università di Bologna, per il Convegno nazionale dei Direttori degli Uffici di Pastorale Sociale. Bari, Hotel Parco dei Principi, venerdì 26 ottobre 2012

            Il libro che ho recentemente scritto con mio marito su questo tema (Famiglia e lavoro. Opposizione o armonia?, Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo, 2012, pp. 205) è scaturito dall’esigenza di sfatare una serie di miti in relazione a famiglia e lavoro e di suggerire alcune soluzioni costruttive alla evidente crisi che oggi stiamo vivendo nei rapporti tra queste due componenti costitutive della vita umana: il lavoro, che incarna e continua nel tempo la forza creatrice di Dio, e la famiglia, che genera, sostiene e rafforza le capacità creative delle persone. Quali i principali miti da sfatare? A nostro avviso, i seguenti quattro.

1.      La famiglia ideale è quella specializzata, in cui la donna è l’angelo della casa e l’uomo è il “breadwinner”, che presidia il foro esterno. La storia ci dice che per secoli e millenni non è stata questa la famiglia, che era invece un luogo dove tutti lavoravano. Era naturale che la moglie/madre badasse più alla generazione e ai lavori di casa, che erano meno faticosi di quelli all’esterno; ma anche le donne e i figli davano più di una mano ai lavori del padre. Il lavoro era a dimensione di famiglia, sia che fosse lavoro agricolo, sia che fosse lavoro artigianale o di vendita di prodotti e servizi e dunque l’impegno comune in esso scaturiva spontaneamente dalla convivenza. Anche la responsabilità dell’educazione dei figli era condivisa fra i due genitori, per i medesimi motivi di convivenza già notati, ma soprattutto perché il padre era il capofamiglia. La famiglia specializzata sorge storicamente con la rivoluzione industriale, per dare risposta ad una forte discontinuità: il lavoro va fuori dai luoghi di famiglia, spesso in fabbriche molto distanti, e dunque la donna si trova svantaggiata a prendervi parte. Da qui la “specializzazione”, che ha una conseguenza tragica: la divaricazione tra lo sviluppo maschile dei talenti sul lavoro e l’atrofia femminile degli stessi tra le mura di casa. Con l’emancipazione femminile, è di nuovo possibile costruire una famiglia de-specializzata, dove c’è partecipazione delle donne al lavoro e partecipazione dell’uomo alla famiglia, ma i segni della specializzazione sono duri a morire e molte cose devono cambiare perché questo possa avvenire nell’organizzazione del lavoro e della famiglia stessa.

2.      Le donne casalinghe fanno più figli e li educano meglio. Si vive ancora nell’illusione che la famiglia specializzata sia più favorevole alla generazione ed educazione dei figli. La realtà si incarica di dimostrare che non è così. Nelle aree dove c’è maggiore lavoro femminile c’è anche una più alta natalità. Il motivo di ciò risiede nel fatto che le donne che oggi non lavorano sono frustrate, perché non possono mettere a frutto i loro talenti e quindi sono scarsamente motivate a generare più di un figlio. Anche le minori entrate delle famiglie monoreddito giocano un ruolo negativo. Dal punto di vista educativo, poi, l’attaccamento spesso morboso all’unico figlio pesa negativamente sulla sua educazione, mentre in famiglie dove anche la madre lavora l’educazione dei figli risulta più equilibrata.

3.      Il matrimonio non serve a nulla. Il libro apre ampi squarci sul ruolo fondamentale di matrimonio e indissolubilità nel creare famiglie forti e motivate a costruire insieme il proprio futuro. Il matrimonio non è il coronamento, ormai inutile, di un percorso di vita individualmente perseguito, ma lo strumento per costruirne uno più solido in quanto condiviso. “Non è bene che l’uomo sia solo”, perché la vita è nella sua essenza condivisione, è Trinità. Il matrimonio ha il compito di impiantare la vita adulta nell’humus della condivisione e dunque è la premessa per una vera fioritura della persona. E’ attraverso il matrimonio che si realizzano al meglio le capacità individuali degli sposi, così come si moltiplicano le loro risorse economiche. La tesi del libro è che il matrimonio è un punto di partenza, non di arrivo. L’indissolubilità, poi, garantisce sia la dimensione costruttiva della famiglia (le relazioni di famiglia non finiscono mai di essere coltivate) sia la sua dimensione propriamente umana, in cui contano non solo gli aspetti materiali (preferenze), ma anche quelli spirituali (pari dignità di ciascuno, amore che sublima la passione, trascendenza). Come ha detto Benedetto XVI in un incontro del 13 maggio 2011: “E’ nella famiglia che l’uomo scopre la propria relazionalità, non come individuo autonomo che si autorealizza, ma come figlio, sposo, genitore, la cui identità si fonda nell’essere chiamato all’amore, a riceversi da altri e a donarsi ad altri”.

4.      Il futuro è della famiglia à la carte. Sappiamo che oggi prevale l’idea che la famiglia possa essere costruita a piacere, come si compone un pasto al ristorante, a seconda dei propri gusti e del menu offerto. E’ questa una concezione figlia dello scivolamento dell’idea di famiglia sul piano di un bene di consumo. Poiché i consumi sono legati alle preferenze e all’offerta di mercato, se un vestito diventa vecchio e non mi piace più, posso dismetterlo e anche buttarlo, senza rimpianti. Ma “dismettere” una vecchia moglie per una ragazza giovane, come molti uomini fanno, è ben altra cosa, perché si tratta di persone e non di prodotti materiali. Le persone hanno un valore che non può essere misurato solo dalle preferenze o dalle prestazioni fisiche. Uno dei più gravi problemi attuali in tema di concezione della famiglia è che le definizioni statistiche ormai generalizzate hanno schiacciato il concetto di famiglia sulle sue condizioni materiali (chi vive sotto lo stesso tetto), determinandone anche il ruolo economico all’interno della produzione del PIL (Prodotto Interno Lordo, che registra tutte le transazioni di mercato). La famiglia viene definita statisticamente come un puro soggetto di consumo e non di produzione. Ciò avviene in quanto quello che si produce in famiglia (figli, educazione, legami fra generazioni, assistenza, servizi domestici, redistribuzione) non è monetizzato e dunque non viene conteggiato nel PIL. Ma ciò che si produce in famiglia è della più alta importanza per i destini e il welfare di una società, non solo dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto da quello qualitativo: la famiglia è il luogo privilegiato dell’amore gratuito, della reciprocità, del dono, dimensioni irrinunciabili dell’umano, che rendono le società accoglienti e sostenibili nel tempo. Poiché è nella famiglia che si imparano queste dimensioni, occorre stare molto attenti ad estendere il concetto di famiglia a quelle unioni che famiglie non sono. Chiamare famiglia l’unione di due persone dello stesso sesso è di nuovo trattare l’altro come un bene di consumo legato alle preferenze e non come un soggetto dalle caratteristiche in esso inscritte dalla creazione. Ciascuno nella famiglia viene ad assumersi una molteplicità di ruoli, che escludono l’unidimensionalità e abituano all’inclusione di soggetti diversi nella sfera relazionale. La relazionalità che si impara in famiglia non è declinata sull’asse della convenienza o delle preferenze, ma sull’asse dell’essere, e in quanto tale non può avere un termine temporale.

Si può dire che la famiglia è oggi attanagliata da una duplice crisi: da un lato il passaggio da una configurazione specializzata ad una multitasking; dall’altro lato la perdita del significato univoco della sua natura. Sono tanti, anzi troppi, i segni drammatici di questa crisi: denatalità, solitudine, calo a picco della felicità. Sembra un paradosso che con la crescita delle risorse materiali oltre un certo livello le persone non siano più felici, ma a ben guardare se ne comprende il motivo: l’uomo, a differenza dell’animale, non può essere soddisfatto solo dai beni materiali, ma dalle relazioni orizzontali e verticali con altre persone. La famiglia è la sorgente di queste relazioni, che si possono poi allargare in modo inclusivo a comprendere una cerchia variegata di parenti e di amici.

Se tutto questo è vero, allora la società ha come primo dovere quello di facilitare il passaggio di cui sopra dalla famiglia specializzata a quella multitasking, per impedire che esagerate difficoltà scoraggino le famiglie dal formarsi e dal comportarsi secondo la loro intrinseca natura. Le tesi che il volume da noi scritto propone a questo proposito sono due. In primo luogo, occorre accompagnare le donne fuori di casa e gli uomini in casa. Secoli di specializzazione hanno disabituato le prime alle logiche e ai comportamenti necessari per essere efficienti, responsabili e creative sul lavoro e in generale nel foro esterno, mentre hanno tarpato nei secondi la propensione a ritagliarsi una presenza attiva in casa e soprattutto ad interpretare il ruolo di padre. La mancanza del padre nelle famiglie di oggi è drammaticamente fonte di gravi scompensi nell’educazione dei figli. Persino la mancanza di maestri/professori maschi pesa negativamente sull’educazione dei giovani, che richiede figure di docenti dalla sensibilità e dalle attitudini diverse e complementari. Ciò che rende la famiglia un valore superiore alla somma dei singoli individui che la compongono è la complementarità dei coniugi, che, come si diceva sopra ricordando il Genesi, è costitutiva degli esseri umani, maschio e femmina. Questa complementarità, tuttavia, va ricondotta alle sue radici e depurata delle sue incrostazioni storiche. Per fare un solo esempio, perché mai deve per forza essere la donna a far da mangiare? Ciò era “naturale” nelle famiglie specializzate del passato. Ma oggi non è più necessario. Non è forse vero che i migliori chef internazionali sono uomini? Se e quando il lavoro esterno diventa remunerativo anche per le donne mentre quello di famiglia diventa soddisfacente anche per gli uomini, la vita risulta per tutti più varia e il dialogo in famiglia più intenso, perché partecipato.

In secondo luogo, occorre modificare l’organizzazione del lavoro e quella della famiglia, per permettere a marito e moglie di trovare tempi giusti da dedicare alle attività sia di lavoro sia di famiglia. A questo proposito, abbiamo preferito parlare di armonizzazione piuttosto che di conciliazione, perché la conciliazione presuppone un conflitto che noi non riteniamo esistere in linea di principio, perché non ci può essere un conflitto intrinseco alla struttura originaria della persona. Conciliazione, inoltre, è una parola troppo spesso declinata nel senso di adattare la famiglia alle esigenze delle imprese. Noi pensiamo invece che non ci debba essere subordinazione della famiglia al lavoro, ma nemmeno del lavoro alla famiglia. Come in un’orchestra nessuno strumento è subordinato ad un altro, ma tutti devono coordinarsi per produrre un buon concerto, così lavoro e famiglia si devono armonizzare per poter permettere una vita felice, ossia una vita in cui i talenti non sono seppelliti, ma fatti fruttare al meglio.

Il libro offre infine una lunga serie di esempi di interventi da parte di enti pubblici ed imprese per mettere in pratica l’armonizzazione. Non è qui il luogo per scendere in dettagli, ma il fatto stesso di aver potuto produrre numerosi esempi dovrebbe far comprendere che l’armonizzazione non è un’utopia tanto bella quanto irrealizzabile. Ormai è ampia la letteratura che spiega come le imprese che maggiormente praticano misure family friendly sono anche quelle dove la forza lavoro risulta più fidelizzata e produttiva, così come le famiglie dove tutti concorrono al lavoro sono più solidali e anche più agiate.

In conclusione, ciò che questo libro propone è un’alleanza tra famiglia e lavoro per vincere le sfide poste dalla rapidità dei cambiamenti tecnologici ed economici di questi nostri tempi e anche quelle derivanti dai persistenti vizi del genere umano, che generano conflitti e recessioni di cui tutti subiamo le devastanti conseguenze. Se i tempi sono cattivi, ci si adoperi per renderli meno cattivi, come diceva Sant’Agostino, e si vivrà tutti meglio.

Prof.ssa Veri Negri Zamagni

           

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