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Atteso o a sorpresa? Vale anche per il dopo...

Non solo andiamo a tentoni nell'individuare il nuovo Pontefice, ma anche dopo averlo individuato più volte ci si è trovati davanti a un pontificato imprevisto

È un dato di fatto, peraltro già segnalato da qualche osservatore, che questo Conclave si svolge all'insegna di una forte partecipazione dell'opinione pubblica, non solo attraverso i tradizionali mezzi di comunicazione, ma nelle forme rese ormai abituali dalle nuove tecnologie mediatiche. Probabilmente a sollecitare l'attenzione di credenti e non credenti è stata anche la modalità assolutamente inconsueta con cui si è arrivati a questo appuntamento. Certo è che tutti vogliono dire qualcosa su quello che il nuovo Pontefice dovrà essere e fare, mentre il toto-Papa imperversa, in un clima di forte incertezza.

Sono pienamente d'accordo con chi ritiene questo coinvolgimento un segno della vitalità della Chiesa e della sua capacità di polarizzare ancora  l'attenzione della gente e di costituire - malgrado tante vicende negative che ultimamente ne hanno messo in discussione la credibilità -  un punto di riferimento.

Resta la sproporzione oggettiva tra i calcoli, le previsioni, i desideri che si intrecciano in questi giorni e la realtà di ciò che sta accadendo. La verità è che noi sappiamo ben poco dei candidati di cui tanto si parla.  Gli sforzi per appioppare delle etichette che consentano di identificarli si scontrano, oggi più ancora che in passato, con la evidente inadeguatezza di categorie mutuate dalla politica, come "conservatori" e "progressisti", che non a caso gli stessi mass media tendono in questa circostanza ad accantonare. Ma anche quelle che invece sono diventate prioritarie, come "curiale", oppure "ratzingeriano", appaiono decisamente parziali e inadatte a definire la personalità che si cela dietro i nomi e i volti pubblicati sui giornali. Una maggiore forza identificativa, soprattutto agli occhi del grande pubblico,  può avere la nazionalità o comunque la provenienza etnica e culturale - della serie: "mi piacerebbe un Papa africano", oppure "è tempo che ci sia un Pontefice americano" - , ma si tratta pur sempre di un fattore abbastanza estrinseco, che non può servire per la definizione del carattere e dell'orientamento di un prelato. Quante differenze, per fare solo un esempio, tra i cardinali italiani!

Così, si naviga - e si discute, su internet o in televisione - sostanzialmente al buio. Consola sapere che, tra di loro, i cardinali hanno avuto modo di conoscersi un po' di più di quanto noi li conosciamo. Ma c'è da chiedersi se siano bastati gli interventi nelle congregazioni che hanno preceduto il Conclave a consentire una valutazione  non approssimativa dei possibili futuri Pontefici. Di qualcuno ho letto che è tra i possibili outsider perché "ha fatto una buona impressione" durante questi incontri. È già qualcosa, ma resta un po' poco.

In realtà, a legittimare l'elezione dell'uno o dell'altro cardinale c'è la sua storia, il suo percorso spirituale e intellettuale,  le sue esperienze apostoliche, le sue lotte, le sue sofferenze. Ma ben pochi le conoscono a fondo. Forse i loro stretti collaboratori. Per noi sono solo nomi e volti. E, alla fine, non varrà troppo la pena di affliggerci se le nostre previsioni verranno smentite. Ci basti la fiducia che a scegliere è lo Spirito Santo.

Ciò vale non solo per l'incertezza sul nome del futuro Papa (incertezza di breve durata, peraltro, che, già quando questo articolo sarà letto, potrebbe essere stata superata), ma, ancora di più, per quella che riguarda la fisionomia del suo pontificato. A chi si affanna a puntare sull'uno o sull'altro candidato, come se la salvezza o la rovina della Chiesa dipendessero dalla sua elezione (o dalla non-elezione di qualcun altro), varrebbe la pena di ricordare che non solo andiamo a tentoni nell'individuare il nuovo Pontefice, ma che, anche dopo averlo individuato, ci si può trovare davanti a grandi sorprese. I cardinali che, nell'ottobre del 1958, votarono il nome di Angelo Roncalli, pensavano di eleggere un Papa di transizione che, con i suoi 77 anni, avrebbe governato giusto il tempo necessario per trovare un accordo su un nome più significativo.  Per certi versi non avevano torto, perché il pontificato di Giovanni XXIII è durato meno di cinque anni, ma  quanto fosse sbagliato il calcolo degli elettori lo sappiamo tutti.

Ancora una volta, ragionamenti e pronostici umani, quando si tratta della suprema carica della Chiesa, sono estremamente aleatori. Si potrà obiettare che in fondo lo sono anche quando si sceglie il capo di un governo. C'è una grande differenza. In politica, chi viene eletto governa sulla base di un mandato popolare ed è legato alla linea del suo partito. Il Papa, nella Chiesa, ha una libertà e un'autorità senza confronto. Anche se verrà valorizzata di più, come ci auguriamo, l'indicazione del Concilio riguardo alla collegialità, l'interpretazione del suo ruolo dipende in modo decisivo da lui, anche quando assume forme imprevedibili. Ne abbiamo appena avuto un esempio con le dimissioni di Benedetto XVI, che ovviamente non erano previste dai suoi elettori.   

Per questo è certamente legittimo avanzare ipotesi, formulare calcoli, ma, per chi è credente, l'essenziale è pregare lo Spirito Santo. Che certamente ha a cuore quanto noi e più di noi le sorti della sua Chiesa.

Giuseppe Savagnone

© www.vinonuovo.it, 13 marzo 2013

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