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Azzurro vergogna. Via lo sponsor «vietato ai minori»

Sulle maglie delle squadre nazionali di calcio debutta il logo di Intralot, uno dei maggiori concessionari di gioco d'azzardo

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Alzi la mano chi sentiva il bisogno di uno sponsor "vietato ai minori" per le nostre squadre nazionali di pallone. Qualcuno ci sarà pure, figuriamoci. Ma anche i più tenaci contestatori dell’attuale presidente della Federcalcio avrebbero stentato a credere che sarebbe stato Carlo Tavecchio in persona a negoziare, stringere, promuovere e propagandare questa inconcepibile scelta. E che lo avrebbe fatto, come in effetti ha fatto, scomodando parole grosse e concetti scintillanti come «affinità di valori» e «cultura della legalità».

Eppure è accaduto proprio questo. E l’ultimo azzardo – mai termine è stato più azzeccato – del signor Tavecchio e dei suoi collaboratori lascia letteralmente senza fiato. Lo sponsor "vietato ai minori" si chiama Intralot – è un gigante nel settore delle scommesse e si sta insignorendo anche di quello delle slot machine (le famigerate "macchinette" mangiasoldi) – e d’ora in poi, secondo i vertici della Federcalcio, potrà occhieggiare negli allenamenti (tanto quanto nei pre e dopo-partita) ed entrerà in campo con tutte le maglie azzurre disponibili: dall’Under 15 alla Nazionale maggiore.

Finiscono sotto il marchio di Azzardopoli campionissimi, aspiranti "numeri uno" del nostro mondo pallonaro e persino giovanissimi calciatori (ragazzi di 15, 16, 17 anni che non possono e non devono neanche accostarsi al sito di Intralot e non possono comunque entrarci). Loro, gli azzurri e gli azzurrini, continueranno ovviamente a fare sport (o a sognare di farlo) a livello di eccellenza, ma si ritroveranno come in un incubo anche a fare spot per il grande affare che svuota le tasche di tanti (soprattutto tra i più poveri), alimenta la piaga dell’usura, diffonde malessere sociale e distrugge salute e ricchezza di persone, famiglie e imprese.

Un’«industria del niente» che in Italia era stata tenuta sotto controllo per decenni, ma che negli ultimi quindici anni con la scusa di contrastare l’azzardo illegale (che invece, come dimostrano inchieste e condanne giudiziarie e report della Banca d’Italia, usa anche quello legale) è stata sfrenata, incentivata e protetta sino a trasformarla nella terza attività economica del nostro Paese (nel 2015 solo la sua parte legale ed emersa ha mosso circa 88 miliardi di euro). Ormai siamo primi in Europa e terzi a livello mondiale. Qualcosa di cui possono andare fieri solo i teorici, gli strateghi e gli approfittatori di uno Stato complice della mentalità e dell’inciviltà delle nuove e vecchie bische e a sua volta biscazziere.

Non sappiamo, e non vogliamo neanche immaginare, con quanti e quali lacci e lacciuoli sia stata stretta l’intesa tra la Federcalcio e Intralot, lo sponsor "vietato ai minori", ma vogliamo credere che possa essere sciolta. Anzi, sappiamo che deve essere sciolta. Con tutta la possibile rapidità.

Vogliamo credere che ci sarà una protesta che lo imporrà, e una buona informazione che renda palese e insostenibile lo sfregio allo sport e agli sportivi rappresentato dalla insensata scommessa dell’abbinamento Nazionali di calcio-Intralot. Vogliamo credere che l’intesa verrà denunciata e smontata, anche solo per lo spregiudicato aggiramento dei troppo pochi e troppo bassi argini oggi posti all’azzardo e alla sua pubblicità. Vogliamo, insomma, credere che il rinsavimento e la riparazione del marchiano errore avverrà per un soprassalto di responsabilità e – se proprio nessun altro vorrà fare ciò che deve e che è giusto – per un solenne "cartellino rosso" alzato dall’arbitro, se ancora c’è un arbitro in questo Paese.

Ma serve comunque, e con urgenza, l’ingresso in campo di un arbitro politico, che si dimostri in grado di impedire che i padroni di un "gioco che gioco non è" e che perciò, almeno sulla carta, è rigorosamente "vietato ai minori" mettano definitivamente e solennemente le mani sul calcio azzurro, la quintessenza dello sport più amato dagli italiani che è, ovviamente, seguito da tutti, grandi e piccini. Non ci si può proprio rassegnare a questo azzurro vergogna. E non può durare.

Marco Tarquinio

© Avvenire, 6 ottobre 2016

 

Sponsor degli Azzurri? Scommesse e slot

 

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L’azzardo finanzia gli Azzurri. Sponsor delle Nazionali di calcio sarà, infatti, Intralot, uno dei maggiori concessionari di slot e scommesse d’Italia e tra le principali società del settore nel mondo. L’incredibile decisione, che potrebbe vanificare il recente e parziale divieto di pubblicità dell’azzardo in tv, è stata annunciata dalla Federazione Italiana Gioco Calcio dopo la firma della convenzione, una partnership, ha sostenuto il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, «incentrata sui valori visto che una parte dell’accordo prevede l’impegno in attività sociali».

Sulla stessa linea la spiegazione del direttore generale della Federazione, Michele Uva, secondo il quale Intralot «è un marchio con cui abbiamo trovato subito affinità di valori, con l’intenzione di creare un percorso socio-educativo per combattere la ludopatia».

Durissimo il commento delle associazioni. La Consulta nazionale antiusura e il Cartello 'Insieme contro l’azzardo' parlano di «una sponsorizzazione che, con la figlia di fico dell’espressione gioco responsabile, promuove pubblicamente il marchio di un concessionario dell’azzardo di Stato» denunciando «l’espediente per eludere » il divieto di pubblicità e anche «la pericolosa confusione che si genera tra gioco e azzardo », soprattutto tra i giovani. «Un’evidente scorrettezza», accusa. «Non tutti – aggiunge la Consulta – hanno la capacità di discernere il gioco che socializza e l’azzardo che induce alla compulsività, all’accanimento, all’isolamento e alla sete di guadagno facile». 'Mettiamoci in gioco', la Campagna nazionale contro i rischi dell’azzardo, chiede alla Figc «di rigettare l’accordo con Intralot», domandando «quali siano i valori che il calcio condividerebbe con il gioco d’azzardo e se bastino un po’ di soldi in 'progetti di pubblica utilità' per accettare la sponsorizzazione di una società che promuove un business talmente rischioso per i singoli cittadini e per la collettività che non meriterebbe certo di essere associato alla maglia della Nazionale». Anche queste associazioni segnalano che mentre si sta discutendo del divieto assoluto di pubblicità «la Figc decide di andare in direzione opposta, fornendo una vetrina prestigiosa a un fenomeno che produce gravi danni sociali e sanitari».

Non meno duri i senatori del Pd, Franco Mirabelli, capogruppo in commissione Antimafia e primo firmatario del ddl di riordino del settore dell’azzardo, e Stefano Vaccari, responsabile del comitato della commissione sul 'gioco' legale e illegale. I due parlamentari parlano di «accordo inaccettabile» che «è come allearsi con il lupo per educarlo a non mangiare Cappuccetto rosso» e anche loro chiedono alla Figc «di ripensare questa scelta scellerata e di fare dietrofront». Ricordando, oltretutto, che Intralot «si è da poco fusa con Gamenet, una società che di fatto gestisce in quota maggioritaria il gioco d’azzardo legale in Italia, ma che è anche stata oggetto di inchieste in materia di gioco illegale e antiriciclaggio». Dunque, denunciano, «le nostre Nazionali rappresentano valori di tutt’altro tenore e per questo Figc deve al più presto tornare sui propri passi».

Sulla questione della pubblicità attacca Lorenzo Basso, coordinatore dell’intergruppo parlamentare sui temi dell’azzardo, primo firmatario di una delle proposte di legge. «Questo accordo è davvero scandaloso – accusa il de- putato del Pd –. Questa è la dimostrazione che non basta affidarsi al buonsenso e serve l’approvazione immediata della proposta di legge che è bloccata tra Camera e Senato. Alla Camera è stata sottoscritta da più della metà dei deputati ma non viene calendarizzata. Se avessimo quella legge, che è la stessa per il fumo, questo accordo non sarebbe stato possibile. È la dimostrazione che serve il divieto totale. Anche delle sponsorizzazioni. Non si può più fare i timidi perché usano qualunque meccanismo per aggirare i divieti». Anche lui spera «che ci sia un passo indietro. Chi ha la responsabilità di rappresentare il nostro Paese in uno degli sport più seguiti, dovrebbe avere la capacità di capire che ci sono degli sponsor che vanno evitati a prescindere».

«Una scelta semplicemente squallida far sponsorizzare le squadre della nostra bandiera italiana ad una multinazionale dell’azzardo» è il duro commento di Filippo Torrigiani, coordinatore del gruppo di lavoro sull’azzardo di Avviso pubblico e consulente dell’Antimafia. «Purtroppo – prosegue – è in linea con l’atteggiamento di alcuni campioni del mondo calcistico che per l’ingordigia del guadagno, invece di trasmettere messaggi positivi al tessuto sociale, dedicano del tempo ad invogliare gli italiani a giocare d’azzardo. Intervenga subito il Governo».

E al governo si appella anche Paola Binetti di Area popolare. «Avremo un’offerta pubblicitaria di gioco d’azzardo a tutte le ore del giorno e della notte, con la massima capacità di attrazione tra giovani e meno giovani. Immagino le partite di calcio interrotte dalla pubblicità del gioco d’azzardo; gli striscioni in bella vista costante durante tutta la partita, coppe, maglie e gadget… alla fantasia pubblicitaria dell’azzardo non c’è limite! È il massimo dell’ipocrisia che si potesse immaginare tra un governo che, mentre sostiene di voler ridurre l’offerta di gioco, nello stesso tempo avalla un’operazione speculativa di queste dimensioni». Così la parlamentare centrista denuncia «questa forte mistificazione del gioco più amato dagli italiani agganciato ad una concessionaria che ha sulla coscienza il gioco più rischioso che ci sia. È francamente ambiguo sostenere che questa partnership rappresenta un progetto culturale fondato su valori condivisi tra sport e azzardo! Peccato che la pubblicità che l’azzardo si farà in questo modo ha ben poco a che vedere con i valori degli Azzurri: spirito di squadra, onestà, responsabilità, rispetto e ricerca dell’eccellenza… Per cui le parole del presidente della Figc, Carlo Tavecchio, risultano particolarmente stridenti. Non credo proprio che la nazionale di calcio abbia bisogno di questo tipo di sponsorizzazione che trascina con sé una serie di immagini critiche e ad alto rischio!»

Antonio M. Mira

© Avvenire, 5 ottobre 2016

 

Calcio e azzardo, pioggia di critiche

 

Uno sponsor a dir poco inopportuno. La decisione della Figc di accettare la sponsorizzazione di Intralot (una delle principali società di scommesse) per la Nazionale di calcio ha sollevato (giustamente) una serie di polemiche e di perplessità. In ambito politico e non solo.

Interrogazioni del Pd
La senatrice del Pd Donatella Albano (membro della commissione antimafia) ha presentato un'interrogazione in materia. "Mi chiedo se rispetti quanto prescritto dal cosiddetto Decreto Balduzzi, che vieta la pubblicità del gioco d'azzardo con vincite in denaro nelle trasmissioni televisive, radiofoniche, cui potrebbero assistere dei minori, nonché sui giornali, su riviste e pubblicazioni e via internet. E lo sport deve essere foriero di valori positivi, tant'è che la pratica sportiva costituisce una parte essenziale dell'educazione dei minori". Anche Ermete Realacci (Pd) ha presentato un'interrogazione a Renzi chiedendo se tale sponsorizzazione sia "compatibile con i valori dello spot e con le azioni di contrasto alle ludopatie promosse dall'esecutivo" in un paese dove si stima che "dall'1,5% al 6% della popolazione" soffra di tale patologia.

Contraddizione con divieto di pubblicità in tv
"Mentre in Parlamento chiediamo che ci sia il divieto di pubblicità sui giochi d'azzardo, uno degli operatori del settore viene annunciato come premium sponsor della nazionale di calcio. È un autogol, una contraddizione che in nessun modo può andare di pari passo con la battaglia per il contrasto e la prevenzione della ludopatia che stiamo portando avanti" ha aggiunto il deputato del Pd Federico Ginato, relatore alla Camera della proposta di legge dell'onorevole Basso che punta ad abolire la pubblicità sul gioco d'azzardo.

La Figc: "Nessuno sponsor sulla maglia azzurra"
Lo precisa la Figc all'Ansa a proposito delle polemiche sulla sponsorizzazione "Premium" da parte di Intralot, concessionario per il gioco in Italia. "È bene chiarire- fanno presente a via Allegri -che accordi di questo tipo non prevedono alcun logo sulla maglia, che rimane del tutto pulita (come da regole Fifa), e neppure sulle tute. L'immagine che si vede in giro è solo una photo opportunity, un dono di tipo personale come quelli fatti tante volte a sponsor, politici, appassionati e giornalisti".

Il viceministro Bubbico: disdicevole e inopportuno
"Il gioco d'azzardo rappresenta un costo sociale enorme per la nostra società. Un vulnus grave in termini umani, sociali, morali. Chi rappresenta i valori sani dello sport, dell'etica, della legalità, della competizione positiva, del gioco di squadra, non può legarsi a uno sponsor che rappresenta interessi diversi e che, indirettamente, espone tantissime persone e molti giovani a un rischio gravissimo, come quello del gioco d'azzardo e delle ludopatie" ha detto  il viceministro dell'Interno, Filippo Bubbico definendo quantomeno inopportuna se non disdicevole la sponsorizzazione.

Il sottosegretario Beretta: scelta inopportuna
"Capisco i problemi di finanziamento, ma in questo momento in cui il Governo sta riordinando il settore serve muoversi con cautela, la mia personale opinione è che si tratti di una scelta inopportuna" ha detto il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta, "sono già state annunciate delle interrogazioni e quella sarà la sede più opportuna in cui risponderemo". Un appello ai calciatori a dire da che parte stanno arriva dal senatore del M5s Giovanni Endrizzi.

L'Aiart: prepotenza istituzionale
“L’ennesima prepotenza istituzionale dal rischio sociale altissimo”. è perentorio il Presidente dell’Aiart (l’Associazione che tutela e educa gli utenti dei media) Massimiliano Padula. “Questo accordo – spiega – mescola pericolosamente due idee incompatibili di gioco: una sana e autentica come lo sport e una sconsigliabile e potenzialmente nociva come l’azzardo”.

De Palo (Forum associazioni familiari): i calciatori si ribellino
"Sarebbe bello che la Nazionale di calcio promuovesse insieme al Forum e alle associazioni che lavorano al contrasto di ogni dipendenza una campagna contro il gioco d'azzardo" commenta Gigi De Palo, presidente del Forum delle associazioni familiari. "Sono certo che i nostri campioni, ed in particolare il capitano Buffon, non si tirerebbero indietro e metterebbero volentieri la faccia per il bene dei giovani". Anche secondo De Palo "non è pensabile che la Nazionale di calcio, simbolo di un intero Paese, amata e seguita dai nostri ragazzi, diventi una bandiera delle scommesse e dell’azzardo".

Caritas di Roma: difficile parlare ai ragazzi di ludopatia
"Sarà ancora più difficile entrare nelle classi, guardare in faccia gli studenti - migliaia ogni anno - e parlare loro di come l'azzardo riduca le famiglie in povertà. Sarà ancora più difficile parlare di valori come impegno, dedizione, lavoro, studio e onestà, in contrasto con la società del tutto e subito, delle scorciatoie, del tutto mi è dovuto". Commenta monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma. "L'accordo siglato dalla Federcalcio rappresenta una macchia che certamente non fermerà il nostro lavoro, ma che rende indegni coloro che lo hanno sottoscritto e inguardabile questa squadra".

Consulta antiusura: la Ficg cambi idea
Il presidente della Consulta nazionale antiusura "Giovanni Paolo II" monsignor Alberto D'Urso ha scritto al presidente della Ficg Tavecchio per chiedere di svincolarsi dall'accordo Intralot ascoltando "la delusione, lo sdegno, l’indignazione, la preoccupazione e l’allarme lanciati in queste ore dalla gente comune, da alcuni mass-media ed esponenti del mondo calcistico".

© Avvenire, 6 ottobre 2016

 

Da Pablito a Conte, il pallone (tele)comandato da quel vizio delle puntate

 

«Come vorrei essere ricordato tra cento anni? Come uno sportivo responsabile». Così parlò uno dei più grandi campioni dell’universo football, la stella olandese Johan Cruyff. Tra cento anni invece, del nostro calcio si parlerà, forse, dell’ambiente più irresponsabile che si sia mai visto. Sì, perché alla Federcalcio evidentemente in materia di 'scommesse' le lezioni del passato non sono valse a nulla. Eppure il presidente della Figc Carlo Tavecchio nel 1980 non era mica un ragazzino e quindi non può aver cancellato dalla memoria il primo scandalo del Calcioscommesse. Ricorderà sicuramente quelle volanti della polizia che 36 anni fa entrarono negli stadi della Serie A per mettere le manette ai polsi anche di illustri campioni azzurri. Il più grande talento di allora, Paolo Rossi – all’epoca tesserato del Perugia – venne messo in mezzo alla serie di partite truccate che avevano come croupier seduti al banco del totonero Trinca e Cruciani.

Un fruttivendolo e un ristoratore, due macchiette se paragonate alle maestranze sofisticate e tentacolari della malavita internazionale che oggi controlla il traffico, lecito e illecito, delle combine calcistiche. Se non gli fosse stata concessa l’amnistia in vista dei Mondiali di Spagna, Paolo Rossi non sarebbe mai diventato il 'Pablito mundial' e quel capitolo aureo della storia del calcio azzurro non sarebbe mai stato scritto. L’Italia del pallone si esalta sempre quando è in odore di scandalo.

Questa è la vulgata che va avanti dagli anni ’80 fino all’estate incendiaria di Calciopoli, anno di grazia e disgrazia 2006. Gli azzurri di Lippi arrivarono al Mondiale di Germania scortati dalla nomea di Nazionale del malaffare. Partite pilotate, arbitri accondiscendenti, minacciati e chiusi dentro gli spogliatoi, una 'cupola' (la triade Moggi-Giraudo-Bettega) costantemente in azione per favorire la Juventus, alla quale vennero defalcati dall’albo d’oro due scudetti più la condanna alla prima storica retrocessione in serie B. E anche in quella circostanza l’effetto, alla vergogna collettiva, fu il riscatto eclatante: la vittoria del quarto titolo iridato.

Rimasero, però, tante ombre, a cominciare da quella sbiadita in fretta del più forte portiere del mondo, Gigi Buffon, che avrebbe avuto il vizietto delle scommesse. Legalizzate, certo, ma normativa vuole che un tesserato Figc non può essere cliente al banco delle puntate. E invece c’è chi lo fa. La Scommessopoli emersa nel 2011 con l’inchiesta di Cremona denominata Last Bet ha visto indagati 61 tesserati, 28 dei quali condannati, e tra questi figurava anche l’ex ct Antonio Conte: condanna a 10 mesi, poi ridotta a quattro, e infine assoluzione nel 2016 per l’accusa di frode sportiva.

Ma a Londra dove Conte allena il Chelsea, la stampa inglese non gli ha perdonato queste vicende, ricordando che nel calderone di Scommessopoli c’erano finiti i difensori azzurri Bonucci e Criscito, quest’ultimo appena richiamato in Nazionale. Nel 2015 nel filoneaperto dalla Procura di Catanzaro, Dirty Soccer, i tesserati condannati sono stati 61. Nel frattempo è scesa in campo anche la Dda di Napoli con altri 10 arresti e quattro calciatori indagati.

A confermare che quando si va sul campo delle scommesse (anche quelle lecite, ma comunque incontrollabili in Rete), puntualmente interviene a piedi uniti la Gomorra del pallone. Pertanto una Federazione che si ritiene etica e responsabile non dovrebbe permettere che la sua Nazionale abbia come sponsor una società che invita all’azzardo. Anche perché, «la vita non è un azzardo, ma una chiamata ». E non l’ha detto Cruyff, bensì un altro amante del calcio pulito e responsabile, don Alessio Albertini.

Massimiliano Castellani

© Avvenire, 6 ottobre 2016

 

Gravina: «Il no è possibile. Io l’ho detto»

 

C’è chi ha detto no. Forse non molti lo sanno, ma anche nel variopinto pianeta del calcio nostrano, votato a guadagni stellari e allettato dalle sirene di Azzardopoli, qualcuno è già riuscito a dimostrare come un «no, grazie» non solo sia possibile, ma «doveroso». E che perfino in Italia, che non è esattamente il Paese delle meraviglie, si possa riuscire serenamente a rispedire al mittente la munifica offerta di un big delle scommesse sportive «per affidare la sponsorizzazione a chi di valori e aiuto all’infanzia ha fatto una bandiera, come l’Unicef».

Quel qualcuno è Gabriele Gravina, imprenditore d’origine pugliese da quasi un anno presidente della Lega italiana calcio professionistico, meglio nota come Lega Pro. Una scelta, fatte le debite proporzioni, di segno diametralmente opposto a quella effettuata dalla Nazionale azzurra, ma di cui Gravina va fiero: «C’è una ragione di forte responsabilità alla base della mia decisione. Ho voluto impostare la governance del periodo di presidenza sulla testimonianza di valori importanti, per provare a mettere le radici per un calcio diverso da quello attuale. Chiaramente, accettare come sponsor della Lega Pro un’azienda leader nel mondo delle scommesse non era in linea con questa filosofia. E così, d’accordo col consiglio direttivo, ho deciso di rinunciare. È stata una decisione faticosa, ma condivisa...».

Partiamo dall’inizio, presidente Gravina. Quale genere di offerta vi era arrivata?
È successo nel giugno scorso. La società GoldBet (tra le principali concessionarie di scommesse sportive in Italia, ndr) ci ha proposto un contratto di sponsorizzazione triennale...

Quanto c’era sul piatto?
Tre milioni di euro, uno all’anno.

Una grossa somma, per voi della Lega Pro?
Direi proprio di sì. Per rendersene conto, basta considerare che l’attività commerciale della nostra Lega viaggia, più o meno, sui 90mila euro l’anno. Ciò detto, può immaginare quale fosse l’appeal economico di una proposta come quella...

Ma lei ha deciso di rifiutare. Perché?
Ho pensato che la coerenza rispetto a certi valori fosse più importante. Ho detto alle società della Lega: vi debbo fare una comunicazione, capisco che perderemo e perderete dei soldi, ma mi appello alla vostra coerenza.

E i dirigenti delle società cosa le hanno risposto?
C’è stato un pizzico di scetticismo, come lei può immaginare. Ma alla fine è passato il messaggio che volevo far passare, legato non a quanto stavamo perdendo in termini economici ma piuttosto a quanto volevamo, e vogliamo, comunicare in termini di credibilità rispetto ai nostri calciatori, ai nostri tifosi e anche ai nostri figli. Parliamo di una fetta importante del calcio italiano, con 60 club che appassionano 6 milioni di sostenitori...

Ma lei non solo ha detto «no, grazie» a un big delle scommesse. Ha fatto di più...
Abbiamo preso una decisione che non ha precedenti nella storia della Lega pro. Anche per marcare una distanza da certe situazioni, abbiamo siglato un accordo di collaborazione con l’Unicef. Una novità assoluta per via dell’introduzione del naming...

Cioè?
Per la prima volta nella storia, abbiamo dato un nome al campionato 'Lega Pro per Unicef'. L’abbiamo fatto perché secondo noi il calcio, che resta lo sport più coinvolgente nel nostro Paese, deve saper mobilitare non solo valori sportivi e agonistici, ma soprattutto valori etici, dando un aiuto a chi è meno fortunato.

E come lo darete?
Coi fatti, non con le chiacchiere. Ci stiamo impegnando concretamente, partita dopo partita, nel raccogliere fondi per i bambini di tutto il mondo, attraverso l’Unicef. Pensi che solo in una gara di lunedì scorso, Alessandria-Cremonese, attraverso il lancio in campo di centinaia di peluches, sono stati raccolti 11.500 euro, che affideremo all’Unicef.

E come agite per allontanare i tentacoli di Scommessopoli dalla Lega Pro? Si può estirpare la malapianta?
Penso di sì. Noi abbiamo investito nella lotta al match fixing, siglando un accordo con una delle più importanti organizzazioni mondiali, Sport Radar, per monitorare i campionati, in un mondo in cui esistono purtroppo maglie larghe e la malavita spesso s’infiltra... Noi subiamo questo tipo di violenza, ma dobbiamo stringere le maglie e far sì che non avvenga più...

Da presidente a presidente, cosa può dire a Carlo Tavecchio? Una retromarcia azzurra sarebbe auspicabile?
Fatico a dare consigli a me stesso, quindi non saprei darne a lui. Dico solo che questo, per l’universo calcio, è un momento delicato e se, prima di prendere quella decisione, ci fosse stata per tutti la possibilità di confrontarsi, ciò magari avrebbe potuto aiutare a raccogliere punti di vista differenti.

E, magari, a mandare ai giovani un messaggio più sano?
Io penso che il gioco e lo sport, quelli veri, non abbiano nulla a che fare con le ludopatie. Noi abbiamo ragazzi e bambini a cui dobbiamo far capire che il gioco è un’altra cosa. Se si vuole lavorare per un calcio diverso, all’insegna dei veri valori, bisogna dare una testimonianza diversa. Ed è quello che abbiamo scelto di fare, con umiltà ma anche con fermezza.

Vincenzo R. Spagnolo

© Avvenire, 7 ottobre 2016

 

Lo sport che amiamo

 

Una parte non piccola dei lettori di giornali (di carta e digitali) cerca ogni giorno notizie e commenti sportivi. Sarà così anche oggi, perché ieri ha giocato la nazionale di calcio. Amare lo sport e il calcio non è un male, tutt’altro. Lo sport è salute, e apprezzare chi fa bene uno sport è positivo. Tutti amano le squadre nazionali, e il calcio è lo sport più popolare.

Perché allora decidere di assegnare a tutte le nazionali di questo sport, dalla squadra dei campioni a quelle dei ragazzini, uno sponsor legato a scommesse e slot machine? Se lo sport è salute, l’azzardo è una malattia che genera dipendenza. Un pubblico che ammira i suoi giocatori riceve un messaggio che dice: "Siate sani e forti come loro". Ma un pubblico accolto da maglie con nomi e simboli e segni legati alle scommesse e all’azzardopatia, riceve un messaggio – pensato e modulato da chi ci guadagna sopra – che dice, non tanto occultamente: "Ammalatevi".

L’atleta che mostra forza fisica è ammirevole, ma l’atleta che mostra anche una forza morale è doppiamente ammirevole. Lascio gli azzardi da un lato e sto preparandomi a parlare di Bonucci e Zarate. Vengono ambedue da un’esperienza dolorosa, che li ha rafforzati.

La sofferenza è una scuola per tutti. Insegna che siamo deboli e indifesi di fronte alla vita, noi come tutti gli altri. E che la prima cosa di cui abbiamo bisogno per vivere è l’amore, sentirsi amati e amare. Il malato guarisce più presto se si sente amato. Se non si sente amato, peggiora. Ragiona così: "Gli altri non mi vogliono bene, perché dovrei volermi bene io?".

Rimproveravano a Madre Teresa di non avere ospedali attrezzati e medicine moderne per curare i malati, di curarli soltanto con l’amore, come se l’amore fosse una medicina. Lei rispondeva che "è" una medicina, e che la cosa che s’aspetta il malato che soffre ai bordi della strada è di vedere un altro uomo che soffre per lui e con lui. Ho conosciuto un attaccante sudamericano, in organico a una squadra italiana, che buona parte del suo guadagno lo mandava in patria, per mantenere una organizzazione di sostegno ai bambini poveri. Quando entrava in campo gli auguravo: "Segna!", anche se giocava contro la mia squadra.

Scrivo questi ragionamenti, un po’ sconnessi, nella sorpresa che mi hanno suscitato ieri le dichiarazioni di Leonardo Bonucci. Un giocatore della Juventus e della nazionale in forte ascesa. Il Chelsea e il Manchester United lo vogliono e mettono sul piatto molte decine di milioni di sterline, offrendo a lui ingaggi da capogiro. Suo figlio è stato malato ma ora, proprio in questi giorni, è guarito, e Bonucci dice che i trionfi professionali non contano niente.

Conta la famiglia. Il nostro giornale sportivo più venduto metteva la frase, virgolettata, in prima pagina. Fosse una frase, che so, di Socrate, conterebbe poco. Ma è una frase del nostro miglior difensore, e per il pubblico pesa molto. Ho scritto questo articolo prima di vedere, ieri sera, Italia-Spagna, e mi preparavo a vederla anche per rispondere a una mia domanda: come gioca Bonucci stasera? Meglio o peggio? Risposta: ieri lo ammiravamo, oggi lo stimiamo.

Zarate: nel corso di Fiorentina-Qarabag, seconda giornata di Europa League, ha commosso tutti il gesto di Mauro Zarate, attaccante dei viola, autore di una doppietta. Dopo il primo gol, l’attaccante si è inginocchiato e ha rivolto le dita al cielo, piangendo un pianto sfrenato. S’è levata la maglia e sotto ne aveva un’altra, con scritta una dedica: "Grazie Dio, Nat ti amo". Nat è sua moglie, malata di cancro.

L’attaccante ci ha messo tutto l’impegno per segnare e vincere, per la moglie, per sé, per noi. Non ha vinto sugli avversari, ma sul cancro. È lo stesso giocatore che pochi anni fa fu filmato mentre faceva agli spettatori il saluto fascista. Allora ha "turbato" e fu multato. Oggi commuove e vien festeggiato: tutti i compagni corrono ad abbracciarlo. Idealmente, anche noi. Cosa s’è intromesso, tra allora ed ora? La sofferenza. La speranza. E nessun gesto azzardato. I nuovi gol sono più belli.

Ferdinando Camon

© Avvenire, 7 ottobre 2016

 

Web mobilitato contro gli spot pro-azzardo

 

Anche la rete si mobilita contro la pubblicità dell’azzardo sportivo: due le petizioni lanciate in questi giorni da Change.org. «Carlo Tavecchio: Stop all’accordo Figc-Intralot - No all’azzardo sponsor della Nazionale» è la richiesta apparsa sulla piattaforma web dedicata alla raccolta di firme via internet. La mobilitazione in rete è rivolta al presidente della Federazione italiana gioco calcio, cui verranno consegnate le firme. E non è l’unica. Nei giorni scorsi, sempre su Change.org, è stata lanciata un’altra raccolta di firme: «Basta con le pubblicità del gioco d’azzardo durante le partite di calcio - La dipendenza dal gioco non è un gioco». Indirizzata a Sky, Mediaset, Rai, ha già raccolto 4.385 sostenitori. «Le scommesse sportive pubblicizzate durante le partite – affermano i promotori – possono avere un effetto devastante sulla psiche delle persone» e «il bombardamento mediatico, alla base del business del gioco d’azzardo sportivo, fa credere a giovani e meno giovani, e anche minorenni, che si possa trarre beneficio economico in maniera veloce e indolore tramite il gioco d’azzardo». Invece «eliminando la pubblicità televisiva e su Internet durante gli eventi sportivi si inizierebbe a rompere quel meccanismo di causa effetto che porta le persone a giocare senza chiedersi quali rischi ci siano dietro».

© Avvenire, 7 ottobre 2016

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