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Benedetto XVI: "Il diritto di credere"

Nell'incontro con il corpo diplomatico, il Papa ha ricordato i Paesi colpiti dalla crisi finanziaria nata in Occidente, i giovani e la famiglia, "nucleo fondamentale della società".

 

Un invito pressante  ad allargare lo sguardo oltre i confini nazionali, il riconoscimento della cosiddetta Primavera araba, la preoccupazione per il futuro dei giovani e per l'ambiente. Questi i temi salienti del tradizionale discorso del Papa ai rappresentanti del corpo diplomatico accreditati presso la Santa Sede.

    Per Benedetto XVI una platea, quella convenuta quest'anno nella Sala Regia, particolarmente affollata: 115 capi missione, con 60 consorti, 160 diplomatici in rappresentanza dei 179 Paesi con cui il Vaticano (secondo in questo solo agli Usa) ha rapporti diplomatici. Ultima arrivata, proprio nel 21011, la Malesia, come Benedetto XVI ha ricordato nei primi passi del proprio discorso.

    A loro il Pontefice rivolge subito un invito pressante: quello a formulare una visione globale dei problemi. Una visione inclusiva, che non trascuri nessuno ed esca da una concezione "occidentalocentrica" del mondo. "Questa", dice Benedetto XVI della crisi finanziaria ed economica, "non ha colpito soltanto le famiglie e le imprese dei Paesi economicamente più avanzati, dove ha avuto origine, creando una situazione in cui molti, soprattutto tra i giovani, si sono sentiti disorientati e frustrati nelle loro aspirazioni ad un avvenire sereno, ma ha inciso profondamente anche sulla vita dei Paesi in via di sviluppo".

     C'è in questo passo un inciso, "dove ha avuto origine", che deve far riflettere: la crisi finanziaria, poi diventata economica, è cresciuta sulle pratiche troppo disinvolte di certa politica occidentale. Sembra che il pontefice voglia invitarci a un maggior senso di responsabilità nei confronti di un periodo difficile che ha poi coinvolto anche popoli che non avevano responsabilità né colpa.

     Da questo il Pontefice è passato al Medio Oriente, ai moti della cosiddetta Primavera araba, nata soprattutto dall'ansia dei giovani che "soffrono per la povertà e la disoccupazione e temono l'assenza di prospettive certe". Benedetto XVI riconosce tutta l'incertezza che accompagna gli sviluppi di queste rivolte ma riconosce in essere "la rivendicazione di riforme e di partecipazione più attiva alla politica" e invita la comunità internazionale "a dialogare con gli attori del processo in atto".

    Proprio la preoccupazione per il futuro dei giovani, di tutti i giovani, occupa la parte centrale del discorso del Papa. I giovani, dice ai diplomatici, hanno bisogno "di una conoscenza piena della realtà e quindi di verità". L'educazione ha bisogno di luoghi e quello fondamentale è la famiglia, "non semplice convenzione sociale, bensì la cellula fondamentale di ogni società".

     E nell'educazione globale alla verità uno degli snodi fondamentali è la libertà religiosa, "caratterizzata da una dimensione individuale, come pure da una dimensione collettiva e da una dimensione istituzionale". E' il primo dei diritti umani, ricorda il Papa, "perché esprime la realtà più fondamentale della persona". Troppi i Paesi che la limitano. Troppi i Paesi, soprattutto in Asia e in Africa (e un ricordo particolare, nel discorso, viene rivolto alla Nigeria), ancora sconvolti dal terrorismo "motivato religiosamente". Anche se, ammonisce Benedetto XVI citando il suo intervento alla Giornata mondiale di preghiera di Assisi, "questa non è la vera natura della religione. E' invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione". 
    

Fulvio Scaglione
 
© Famiglia Cristiana, 9 gennaio 2012
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