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Quanto conta una pastorale ordinaria che coltiva la partecipazione dei fedeli alla liturgia? Tanto, se riesce a sfatare luoghi comuni come quello sul ruolo della donna nel Meridione del Paese

Sulle prime penso d'aver sbagliato Chiesa: una donna con una lunga tunica verde (sembra una casula) con tanto di (sobria) croce pettorale esce dalla sagrestia a fianco di un uomo vestito allo stesso modo e si dirige con piglio deciso verso l'altare.

Che quella chiesa scelta per mera comodità d'orario sia - nella multiculturale e multireligiosa Bari - una chiesa della riforma? Non sarebbe sorprendente in una città dove gli ortodossi possiedono un'importante e storica chiesa e celebrano il culto presso le spoglie mortali di san Nicola, all'interno dell'omonima cattedrale (cattolica).

No, è proprio una parrocchia di rito cattolico.

La donna, con voce davvero fuori dal comune, prende il microfono, saluta e prepara i canti per la celebrazione, facendoli provare all'assemblea che, essendo a una messa prefestiva, è più che altro composta da persone di una certa età. Poi accompagna l'assemblea anticipandone i gesti nei vari momenti liturgici. L'uomo invece, sul lato opposto, introduce le letture e fa da raccordo col celebrante che è affiancato da due ministranti.

Era un po' che non vedevo stare sull'altare qualche donna che non fosse o per leggere o per aiutare i chierichetti nel classico compito di piegare le tovaglie.

Poi la celebrazione prosegue né più né meno come mi sarei aspettata fino alla preghiera dei fedeli, quando giù dall'altare vengono sistemati due microfoni. E non sono pochi quelli che vanno fino al microfono per esprimere con semplicità la propria preghiera. Già, l'espressione "preghiera dei fedeli" qui è stata presa sul serio.

Alla comunione, poi, ulteriore meraviglia: si fa avanti una signora bionda di mezza età che senza particolari segni esteriori va all'altare dopo aver preso le particole dal tabernacolo, mentre i due ministranti uomini rimangono tutto il tempo seduti. Distribuisce poi, accanto al celebrante, la comunione. Certo c'è anche una pia signora, la cui pietà traspare dal velo che - unica in tutta l'aula - porta in testa, che dribbla la fila della ministra donna e si mette in sicurezza in quella del sacerdote: ci vuole pure la classica eccezione alla regola!

Tutti cantano - il repertorio, a dispetto dell'età dei partecipanti è decisamente moderno - e a celebrazione finita s'affrettano all'uscita a prendere - udite, udite! - copia del bollettino parrocchiale. Quando tento di prenderne una anch'io, devo rassegnarmi a un: "Mi dispiace, sono finiti!". A volte nella mia parrocchia succede un po' il contrario: a meno che non venga spedito a casa, le pile di carta stampata non calano così in fretta.

Dalla partecipazione a questa liturgia ho imparato che si fa presto a coltivare i pregiudizi: infatti, mai mi sarei aspettata di trovare così valorizzato "proprio al Sud" un ruolo liturgico della donna. E pensare che "qui al Nord" ci sono diocesi in cui si sta ancora discutendo se vi possono essere delle chierichette...

Ho anche toccato con mano che se un vescovo e dei parroci credono nella pastorale liturgica e la promuovono e valorizzano nel tempo, si possono raccogliere buoni frutti, con assemblee di fedeli vivaci e composte al tempo stesso, che incarnano nella vita comunitaria ordinaria concetti e carismi propri del Concilio Vaticano II. Senza proclami ma anche senza rimpianti.

Maria Elisabetta Gandolfi

© www.vinonuovo.it, 28 dicembre 2011

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