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Betlemme, c’è ancora posto per i cristiani?

C’era una volta la mangiatoia, quella archetipica a cui pensano i bambini quando decidono la disposizione delle statuine nel presepe. Oggi nella piccola caverna sottostante la basilica della Natività di Betlemme, dove la tradizione vuole che il bue e l’asinello abbiano riscaldato le prime ore di Gesù, scendono in pellegrinaggio le fanciulle che desiderano avere figli.

Il culto di Maria è trasversale, perciò non è insolito vedere una giovane musulmana velata e una coetanea con il rosario tra le mani inginocchiarsi insieme nella vicina Grotta del latte, il santuario della maternità che vide la Madonna allattare mentre le truppe di Erode davano la caccia agli innocenti.

Fuori invece, in Manger Square e nei vicoli che salgono e scendono su e giù per la capitale della cristianità, le ragazze palestinesi non sono tutte uguali. Da alcuni anni quelle di origine cristiana camminano tenendo bassa la testa scoperta e s’infilano rapide nei condomini monoconfessionali in cui vivono con le loro famiglie. «Non sono mai stata aggredita, insciallah, ma per la strada gli uomini musulmani mi insultano, li sento ridere alle mie spalle, ripetono parole brutte, mi accusano di essere una di facili costumi come tutte noi» racconta Martha, 31 anni, impiegata in una scuola gestita dalle suore.

Martha è cresciuta in centro con la sorella e i genitori commercianti. Un vecchio edificio alle spalle del Casa Nova Palace, il celebre ostello francescano. «Ci siamo trasferiti quando la situazione politica si è fatta più pesante» dice versando shai, zuccheratissimo tè fumante. Vale a dire dopo le elezioni amministrative del 2005, quelle che assegnarono al partito islamico Hamas diversi comuni della Cisgiordania, compreso Betlemme.

In vent’anni i cristiani di Betlemme, schiacciati tra l’occupazione israeliana e il radicalismo di Hamas, sono scesi a meno del 12 per cento dei sessantamila abitanti, una percentuale tutto sommato assai più alta del resto della Cisgiordania e di Gaza, dove dal 20 per cento che erano nel 1948 i discepoli di Gesù sono ormai rispettivamente trentamila e tremila, circa il 2 per cento. Ma le partenze non accennano a diminuire. Nel suo piccolo, in fondo, è la cronaca a scrivere la Storia. Dell’epoca gloriosa in cui il rais Yasser Arafat concedeva ai correligionari di sua suocera Raimonda Tawil la municipalità di otto centri urbani, che secondo gli accordi di Oslo sarebbero dovuti rientrare nel futuro Stato palestinese, è rimasta solo la poltrona del sindaco di Betlemme.

Anche qui, però, sebbene la carica-simbolo di primo cittadino spetti per legge a un cristiano e quello in carica, Victor Batarseh, difenda il dialogo interconfessionale fin quasi a negare i problemi, il potere decisionale è saldamente in mano al partito islamico, e i posti chiave come quelli ai vertici della sicurezza restano stretto appannaggio dei più forti.

Mala tempora corrono in Terra Santa. Un’oasi, certo, paragonata ad altri paesi della regione. Non ci sono persecuzioni né omicidi mirati, e quando nel 2007 venne assassinato a Gaza il libraio protestante Rami Khader Ayyam, i primi a condannare l’episodio furono gli uomini di Hamas. Ma la comunità originaria si assottiglia. Incalzati dalla pressione culturale i cristiani fanno i bagagli: antichi e redditizi possedimenti sono venduti ad acquirenti musulmani, i vignaioli accantonano la vendemmia a vantaggio della più «morale» produzione d’uva, la stragrande maggioranza dei nuovi nati porta il nome di Mohammed, e perfino i bimbi abbandonati in fasce accanto ai cassonetti della spazzatura non hanno futuro se non nel segno di Allah.

«Una norma imposta dall’Autorità palestinese diversi anni fa stabilisce che i trovatelli vengano automaticamente registrati come musulmani anche se, per esempio, portano al collo un crocefisso» spiega la cinquantenne palestinese Samar Sahhar, responsabile della Lazarus Home for Girls di Betania, l’unico orfanotrofio femminile e cristiano della Cisgiordania. In realtà bisognerebbe dire ex responsabile, perché ad agosto 2010 gli ufficiali governativi hanno chiuso la struttura, imputata per violazione del regolamento locale.

Samar, messa alla porta insieme alle trentanove collaboratrici e alle ventisette piccole ospiti, si batte per ricominciare l’attività dalla casa paterna a Gerusalemme Est: «Erano già venuti a controllarmi a marzo, il ministero per gli Affari sociali sostiene che non ho applicato la legge palestinese. E pensare che il centro è lì da tredici anni. Ma qual è la legge palestinese? Dov’è? Che cosa dice? Mi hanno rivolto accuse vaghe, senza prove. La verità è che gli Affari sociali sono controllati da Hamas e quelli non vogliono un orfanotrofio cristiano come il nostro, il solo ad avere richiamato l’afflusso di pellegrini internazionali sollevando il velo sulla condizione delle donne e delle bambine palestinesi».

Quello degli orfani è il buco nero di Betlemme e dell’intero territorio palestinese in cui anche se non ufficialmente grava l’influenza della legge coranica. Sebbene Maometto non avesse più alcun parente già all’età di 8 anni, a eccezione del generoso zio Abu Talib, la sharia non agevola la vita dei suoi simili privi di genitori. Tecnicamente, in Cisgiordania e Gaza, l’adozione non è proibita, a condizione che i bambini siano presi in custodia da famiglie musulmane.

Purtroppo però la morte simbolica dei cristiani palestinesi è fatta di tante invisibili singole rese. La stanchezza quotidiana di uomini e donne che a un certo punto, dopo una vita pendolare tra check point militari nemici ed esami di lealtà alla propria cultura, non vedono più l’orizzonte e decidono con dolore di cambiare strada, riempiono gli scatoloni di fotografie in bianco e nero, scrivono ai parenti che li hanno preceduti in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, cedono gli affari avviati tenendosi l’abilità di farli fiorire e comprano un biglietto aereo di sola andata. Non c’è nessuno che li cacci ma neppure che li incoraggi a rinunciare all’esilio.

Ognuno ha una storia di sradicamento che s’innesta su quella già sradicata del popolo palestinese. Tutti avvertono un vuoto incolmabile alle spalle, come fossero orfani. Martha, Samar e i suoi bambini, Samir Qumsieh, direttore della storica emittente televisiva cristiana Al-Mahed Nativity Tv di Betlemme chiusa nel 2010 dalla polizia palestinese a causa del mancato versamento di una somma dovuta per la licenza ma, a detta del "moroso", per ragioni che avrebbero più a che fare con il contenuto «politico e religioso» del palinsesto. Quando gli ufficiali giudiziari sono andati a mettere i sigilli agli studi di Al-Mahed Nativity Tv Qumsieh stava lavorando a Razzismo in pratica, un libro nero delle ingiustizie subite dai cristiani palestinesi al ritmo di almeno una alla settimana. Rapimenti, case occupate, terre espropriate con la forza o con l’inganno, offese verbali, stupri impuniti come nel caso della sedicenne Rawan William Mansour, violentata nel 2003 da un gruppo di miliziani di Fatah e costretta a fuggire in Giordania per evitare la vergogna.

Régis Debray, il celebre intellettuale francese che combatté accanto a Che Guevara, ha scritto recentemente che «i cristiani del Medio Oriente sono l’angolo cieco della nostra visuale del mondo, “troppo” cristiani per i sostenitori del “terzomondismo” e “troppo” orientali per gli occidentalisti». Un’esistenza sospesa nella terra di nessuno di cui i palestinesi, seppure più al sicuro di altri, appaiono paradigmatici, schiacciati come sono tra la pressione sionista, le passioni ideologiche internazionali, il fanatismo islamico che sotto sotto li considera la quinta colonna del colonialismo occidentale.

«Nel giro di quindici anni non ci saranno più cristiani in Terra Santa» scommettono gli studenti all’uscita del Bethlehem Bible College. Umore pessimista condiviso addirittura da un paladino di pace come il custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa che non si stanca di ripetere ai giornalisti la drammatica routine davanti ai suoi occhi: «Quasi ogni giorno le nostre comunità sono vessate dagli estremisti islamici.

E se non sono di Hamas o della jihad islamica ci scontriamo con il muro di gomma dell’Autorità palestinese che fa poco o nulla per punire i responsabili». Israele non può ammetterlo chiaramente, ma qualsiasi divisione all’interno del popolo palestinese gli strappa un sorriso di soddisfazione all’idea di un tornaconto perlomeno tattico. Che si tratti della frattura clamorosa tra i fratelli coltelli di Fatah e Hamas o di quella strisciante tra musulmani e cristiani – entrambe evidenziate quotidianamente dai media israeliani – un nemico disomogeneo è un nemico più debole.

Francesca Paci
© Avvenire, 3 aprile 2011
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