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Canonizzazioni. Il 14 ottobre santi Paolo VI e l'arcivescovo Romero

Durante il Concistoro di oggi papa Francesco ha reso noto la data della canonizzazione del Pontefice bresciano e del presule martire salvadoregno. Con loro santi due preti e due religiose

Papa Paolo VI e l’arcivescovo martire Oscar Arnulfo Romero santi insieme. La loro canonizzazione avverrà domenica 14 ottobre in piazza San Pietro nel corso del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani. È quanto ha annunciato papa Francesco durante il Concistoro ordinario di questa mattina.

Oltre a Giovanni Battista Montini (1897-1978) e al presule salvadoregno (1917-1980), il Pontefice proclamerà santi lo stesso giorno due preti italiani e due religiose (una tedesca e una spagnola): il milanese don Francesco Spinelli (1853-1913), fondatore dell’Istituto delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento; il campano don Vincenzo Romano (1751-1831), parroco di Torre del Greco in provincia di Napoli; la tedesca suor Maria Caterina Kasper (1820-1898), fondatrice dell'Istituto delle Povere Ancelle di Gesù Cristo; e la spagnola suor Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù (1889-1943), fondatrice della Congregazione delle Suore Misioneras Cruzadas de la Iglesia.

Paolo VI, il Papa che guidò in porto la barca del Concilio

Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini (1897-1978), il Pontefice bresciano di Concesio che ha guidato la Chiesa universale dalla cattedra di Pietro dal 1963 al 1978, il grande timoniere del Concilio Vaticano II che grazie a lui giunse in porto, il Papa della Populorum progressio e dell’Humanae vitae ma anche della travagliata fase che visse la Chiesa nel dopo Concilio e del dramma del rapimento e dell’uccisione dell’amico Aldo Moro, il successore di Pietro che abbracciò il patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora I e visitò la Terra Santa poco dopo l’elezione al soglio pontificio, il formatore di un’intera classe dirigente italiana, l’uomo che guidò l’arcidiocesi di Milano (1954-1963) e volle il quotidiano Avvenire proprio cinquanta anni fa, era stato beatificato il 19 ottobre 2014 da papa Francesco.

Venerabile dal 20 dicembre 2012 dopo che papa Benedetto XVI ne aveva riconosciuto le virtù eroiche, sarà santo per il miracolo attribuito alla sua intercessione della guarigione di un feto, al quinto mese della gravidanza, nel 2014. La madre, S. M., della provincia di Verona, era a rischio di aborto per una patologia che avrebbe potuto compromettere la vita del piccino e della donna stessa. La signora fu convinta da un’amica, che era in contatto con un dottore devoto di Paolo VI, a recarsi a pochi giorni dalla beatificazione di Montini a Brescia, nel Santuario delle Grazie, per pregare il Papa. I successivi controlli medici attestarono la completa guarigione del feto. La bambina è nata e oggi sta bene. Il miracolo, come quello della beatificazione, riguarda la vita nascente. Una sorta di messaggio “soprannaturale” del Papa dell’Humane vitae (enciclica definita profetica da papa Francesco durante il volo di ritorno dalle Filippine, nel gennaio 2015), di cui ricorre proprio quest'anno il cinquantennale.

«Nei confronti di questo grande Papa – ha affermato Francesco durante il rito di beatificazione – di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie!». Francesco aveva ricordato le parole scritte da Montini in alcune annotazioni personali, dopo la chiusura del Concilio: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva».

Romero, il martire che fu voce dei poveri in Salvador

Era la sera del 24 marzo 1980 quando Oscar Arnulfo Romero (1917-1980), arcivescovo di San Salvador, celebrava la Messa nella cappella dell’ospedale per malati terminali, dove viveva, per essere sempre vicino ai poveri. Uno sparo lo colpì sull’altare mentre consacrava l’ostia. Morì qualche minuto più tardi, all’età di 63 anni. La vigilia, in un’omelia in cattedrale, monsignor Romero aveva chiesto ai militari di non uccidere, anche se questo avesse significato disobbedire agli ordini. Il Paese era in preda a una terribile guerra civile, che avrebbe fatto 80mila mila morti su quattro milioni di abitanti, segnata dalla presenza di una destra sanguinaria che finanziava gli “squadroni della morte” per assassinare gli oppositori. Romero era un pastore che aveva a cuore il suo popolo. Possedeva il carisma della parola e della predicazione. Vedeva l’ingiustizia sociale del Paese, l’amara condizione dei salvadoregni, gli effetti della miseria sulla salute dei contadini. Si schierò per la giustizia, per una migliore distribuzione delle ricchezze. Davanti a qualsiasi tipo di violenza chiedeva con fermezza il rispetto delle leggi. I suoi oppositori, dopo aver tentato invano di farlo destituire da arcivescovo, gli aprirono la strada verso il martirio. Romero sapeva di essere in pericolo, ma restò con il suo popolo.

Meticcio, di piccola statura, come la maggioranza dei salvadoregni, di formazione conservatrice, cresciuto nel rispetto dell’autorità, era nato a Ciudad Barrios nel 1917. Da seminarista studiò a Roma dal 1937 al 1943, città per cui ebbe sempre un grande affetto come centro della cattolicità. Nominato vescovo ausiliare di San Salvador nel 1970 da Paolo VI, divenne arcivescovo di San Salvador nel 1977. Fu il contatto quotidiano con i fedeli, a cui Romero non s’è mai sottratto, a fargli prendere coscienza dell’iniquità del sistema sociopolitico dell’epoca, che “scartava” la maggior parte dei cittadini. Ben presto divenne “voce dei senza voce”, cioè dei poveri, grazie alle sue ampie omelie fatte di spiegazione dei passaggi biblici e d’informazioni sui fatti della settimana. Suo malgrado, l’arcivescovo divenne l’uomo più influente del Salvador. Romero era uomo di pace Disse un giorno: «Se Cristo avesse voluto imporre la Redenzione con la forza delle armi o con quella della violenza non avrebbe ottenuto nulla. È inutile seminare il male e l’odio».

Riconosciuto il suo martirio, ossia la sua uccisione in odium fidei, è stato proclamato beato in una solenne celebrazione in San Salvador il 23 maggio 2015. Il miracolo attribuito alla sua intercessione che lo porterà alla canonizzazione ha al centro una donna del Salvador, Cecilia Flores, che era alla sua settima gravidanza e che per una gravissima complicanza rischiava di morire dopo la nascita del piccolo. Il marito, trovando una Bibbia della nonna con un’immagine dell’arcivescovo, aveva invocato l’aiuto del presule. La mattina successiva, in clinica, l’uomo scoprì che gli organi interni della moglie avevano ricominciato a funzionare.

«Il martirio di monsignor Romero – ha detto Papa Francesco concludendo a braccio il discorso ai partecipanti al pellegrinaggio da El Salvador in Vaticano nell'ottobre 2015 – non fu solo nel momento della sua morte, ma iniziò con le sofferenze per le persecuzioni precedenti alla sua morte e continuò anche posteriormente, perché non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Lapidato con la pietra più dura che esiste nel mondo: la lingua».

Giacomo Gambassi

© Avvenire, sabato 19 maggio 2018

 

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