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Celebrare la Pasqua nell'Anno della Fede

Ci domandiamo: cosa significa celebrare il mistero pasquale nell’Anno della fede? E in termini più specifici: cosa comporta di diverso e di nuovo vivere la Pasqua in questo Anno particolare voluto da Benedetto XVI? quale itinerario interiore siamo chiamati a compiere nel Triduo della Settimana santa?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivere il triduo pasquale in questo Anno della fede

Per noi cristiani la Pasqua è l’evento centrale e fondamentale della fede: essa celebra la vittoria totale e definitiva di Gesù sul peccato, sulla morte e sulla vasta area del male che “condiziona” ogni essere umano. In una parola, il suo ritorno alla Vita col corpo glorioso esprime l’ultima parola di sconfitta del Bene sul male, della Redenzione dell’intera umanità sulla fragilità e sulla limitatezza della condizione creaturale.

La risurrezione dai morti per Cristo costituisce il traguardo di un cammino di obbedienza al Padre della vita, iniziata sin dal concepimento nel grembo di Maria Vergine, in contrapposizione alla scelta di dis-obbedienza dell’umanità che in Adamo ha voluto diventare “simile a Dio”, fuori dal suo disegno salvifico.

Ci domandiamo: cosa significa celebrare il mistero pasquale nell’Anno della fede? E in termini più specifici: cosa comporta di diverso e di nuovo vivere la Pasqua in questo Anno particolare voluto da Benedetto XVI? quale itinerario interiore siamo chiamati a compiere nel Triduo della Settimana santa?

Tentiamo una risposta a questi interrogativi, attingendo dalla vita della comunità ecclesiale, soprattutto in riferimento ai contenuti liturgico-sacramentali dei tre giorni principali dell’anno liturgico, e in riferimento all’ambito della pastorale della malattia-sofferenza e a quello della salute-gioia.

 

GIOVEDÌ SANTO:

la fede al servizio della carità

La celebrazione della Pasqua, che abbraccia l’intero triduo pasquale, si apre con la “Messa in Coena Domini”: nel mattino in cattedrale si è chiuso l’itinerario penitenziale e battesimale del tempo quaresimale con la celebrazione della messa crismale presieduta dal vescovo della Chiesa locale; nelle ore serali la comunità dei credenti inizia a vivere la grande festa, la Festa delle feste.

La liturgia eucaristica di questa giornata arricchisce la vita spirituale dei fedeli con la proclamazione degli eventi biblici della Pasqua, ebraica e cristiana: i canti sono gioiosi, l’altare è addobbato a festa come nelle grandi occasioni, i riti sono accompagnati e solennizzati con l’uso dell’incenso, e le chiese si riempiono sia dei cristiani praticanti che di quelli che conservano ancora la “nostalgia” delle usanze religiose dei decenni passati.

Da una parte si fa memoria dell’ultima Cena pasquale vissuta da Gesù con i suoi apostoli col riferimento alla pasqua ebraica (Esodo 12,1-8.11-14)) e a quella dei primi cristiani (1Corinti 11,23-26)) e dall’altra parte si ricordano i doni lasciati dallo stesso Gesù alla sua Chiesa (Giovanni 13,1-15), che sono il comandamento della carità, il dono del sacerdozio ministeriale e la consegna del servizio espresso nel gesto della lavanda dei piedi degli suoi amici più intimi.

Il singolo battezzato e la comunità comprendono che il Giovedì della Settimana santa è un giorno particolarissimo che non si può dimenticare, anzi che diventa paradigma della fede quotidiana nelle scelte operate dal Maestro e proposte ai discepoli di tutti i tempi.

Per approfondire maggiormente il messaggio di questo giorno speciale, può risultare utile la lettura o la rilettura della prima enciclica di Benedetto XVI: “Deus charitas est” (25 dicembre 2005), un documento ricco non solo di riflessioni teologiche profonde sui contenuti dell’amore umano e dell’agàpe cristiano, ma anche costellato da numerose indicazioni operative per la vita quotidiana.

Secondo le parole dello stesso papa, “scopo dell'enciclica è mostrare i vari aspetti del concetto cristiano di amore, ossia dell'equivalenza per un cristiano di "amore" e "carità", e della sostanziale differenza dall'eros, ossia l'amore tra uomo e donna, che pure deriva dalla bontà del Creatore, e ancora dell'amore di chi rinuncia a se stesso in favore dell'altro. L'eros si trasforma in agape nella misura in cui i due si amano realmente e uno non cerca più se stesso, ma cerca soprattutto il bene dell'altro. Così l'eros ricade all'interno della carità e la famiglia vera e propria si amplia nella famiglia della società, della chiesa e del mondo” (www.wikipedia.it  - “Deus caritas est).

Dinanzi a Gesù Eucaristico solennemente esposto possiamo approfondire le conseguenze spirituali e pastorali per ciascuno di noi, derivanti dal suo dono totale alla Chiesa: “avendo amato i suoi li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Se crediamo veramente a quello che il Maestro dice e fa nel suo Vangelo, non possiamo non trasformare il nostro cuore e la nostra vita a favore dei fratelli e sorelle che ci vivono accanto.

Per vivere la Carità e nella Carità è indispensabile comprendere il cuore di un Dio “innamorato” delle sue creature, che inventa prima l’incarnazione del Figlio e poi l’istituzione dell’Eucaristia per “stare sempre” con loro. L’Anno della fede non si può concludere in modo ottimale se non comprendiamo le conseguenze derivanti dalla Carità che è Dio a favore del prossimo, caratterizzato da orizzonti sempre più vasti.  

 

Venerdì Santo e Sabato Santo:

la speranza  come alimento della fede

Il secondo giorno del Triduo pasquale è costituito dal Venerdì Santo che si prolunga nel silenzio di attesa del Sabato Santo sino alle ore serali. La comunità cristiana è chiamata a fare memoria della Passione e Morte del suo Signore attraverso una celebrazione che prevede tre parti distinte: la liturgia della Parola, l’adorazione della Croce, la Comunione eucaristica.

La prima parte prevede la proclamazione della pagina di Isaia (Is 52,13-53,12), che presenta l’identità del Servo sofferente, che sa “caricarsi delle nostre sofferenze”, che si “addossa i nostri dolori”, che è “trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità”. Ma, nonostante tutto questo, anzi proprio attraverso questa sofferenza, il suo castigo ci dà salvezza e le sue piaghe fanno guarire tutta l’umanità. Alla parola del profeta segue il racconto della Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni (Gv 18,1-19,42) che ricorda a tutti i cristiani quanto è costato a Dio la nostra Redenzione: Egli non ci ha amati per scherzo ma continua ad amarci sul serio e nella verità. Il brano della lettera agli Ebrei (Eb 4,14-16;5,7-9) ci invita a mantenere ferma la professione della nostra fede e ci spinge guardare a Gesù, “un sommo sacerdote grande”, che sa compatire le nostre infermità, “essendo stato lui stesso messo alla prova in ogni cosa, come noi, escluso il peccato”.

Nella seconda parte l’assemblea liturgica orante è messa a confronto con “il legno della Croce, al quale fu appeso Cristo, Salvatore del mondo”. Essa da strumento di morte efferata è stata trasformata in mezzo di “gioia per tutto il mondo”, da luogo di disperazione a luogo in cui rinasce la speranza di una nuova Vita, quella redenta. La processione verso di essa, accompagnata dal canto e suggellata da un segno di venerazione (genuflessione o bacio), diventa sacramento del cammino di una comunità che si volge verso il suo Signore, salvatore del mondo.

La terza parte, in cui i presenti si comunicano con le ostie consacrate nella liturgia del giorno precedente, conclude la celebrazione con l’invocazione finale: “Scenda, o Padre, la tua benedizione su questo popolo, che ha commemorato la morte del tuo Figlio nella speranza di risorgere con lui; venga il perdono e la consolazione, si accresca la fede, si rafforzi la certezza nella redenzione eterna”.

Risulterà molto feconda la lettura dell’enciclica “Spe salvi” (30 novembre 2007) di Benedetto XVI, in cui vengono prima ricordate le differenze tra le speranze umane e intraterrene e poi sono descritte le caratteristiche della speranza cristiana, che scaturisce da una visione di fede della storia umana e da un cammino di vita nell’orizzonte della storia della salvezza. “«Speranza», di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole «fede» e «speranza» sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla «pienezza della fede» (10,22) la «immutabile professione della speranza» (10,23). Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), «speranza» è l'equivalente di «fede». Quanto sia stato determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l'aver ricevuto in dono una speranza affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l'esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni. Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero «senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12)” (Spe salvi, n. 2).

 

Domenica di Risurrezione:

la carità come strada maestra della fede e della speranza

La celebrazione della Veglia pasquale e della domenica di Risurrezione costituisce il traguardo dei tre Giorni Santi: fare memoria della fedeltà di Dio all’uomo attraverso le diverse tappe della storia di Grazia verso il popolo eletto (creazione, vocazione di Abramo e del sacrificio del suo figlio Isacco, intervento provvidenziale di Dio verso gli ebrei che permette loro di passare il mar Rosso e di iniziare la propria vita di popolo libero, la realizzazione delle promesse messianiche).

Ma la Notte delle notti permette alla comunità cristiana di celebrare la propria fede attraverso alcuni segni molto ricchi di contenuto: l’accensione del Fuoco nuovo, la benedizione dell’Acqua che si trasforma in purificazione sacramentale dei battezzati, la scelta del pane e del vino come specie necessarie per consacrarle e trasformarle in corpo e sangue eucaristici di Cristo, la distribuzione dell’acqua benedetta per l’uso familiare e domestico degli stessi cristiani.

Un altro elemento molto antico e importante della Veglia pasquale è la conclusione del cammino di iniziazione dei catecumeni alla fede e il loro ingresso pieno nella vita della comunità attraverso il Battesimo: questo sacramento fontale permette la nascita dei nuovi figli, accompagnata da profonda gioia da parte della madre Chiesa. Proprio durante la veglia pasquale i catecumeni ed i cristiani sono chiamati a esprimere o a rinnovare le promesse battesimali con la triplice rinunzia al peccato, al male e al Maligno e con la professione della fede attraverso la triplice adesione al Credo.

Dalla Pasqua di Cristo e dalla sua memoria solenne annuale scaturisce l’articolazione dell’intero anno liturgico celebrato nel ritmo quotidiano e nella cadenza settimanale festiva, la responsabilità dei battezzati nella coerenza del loro stile di vita personale, familiare, ecclesiale e sociale.

La vita di fede dei cristiani viene alimentata  anche dalla memoria di tanti fratelli e numerose sorelle che hanno espresso la loro fedeltà a Cristo nella sequela dell’obbedienza al Vangelo da parte di tutti i battezzati, nell’esercizio del ministero presbiterale e nell’impegno di fedeltà ai voti nella vita religiosa o consacrata.

Risulterà molto arricchente la lettura della terza enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” (29 giugno 2009): “L'amore nella verità — caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà” (n. 9).

La vita di risorti e di illuminati in ogni momento della giornata e in ogni ambito esistenziale è la strada privilegiata per rendere visibile  la propria fede di discepoli di Cristo e rendere credibile la fede che scaturisce dalla Croce e dal Sepolcro vuoto.

 

Conclusione:

la fede cammina sulle gambe della speranza e della carità

In conclusione, possiamo affermare che veramente la fede «è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo» (Benedetto XVI, Lettera apostolica “Porta fidei”, n. 15, citata in “Congregazione per la Dottrina della fede, Indicazioni pastorali per l’anno della fede”).

La fede ha bisogno sempre di essere accompagnata e sostenuta dalla speranza e dalla carità, che costituiscono le sue gambe insostituibili per rendere visibile e credibile la gioia della sequela di Cristo.

 

P. Leonardo Nunzio Di Taranto

 

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