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«Certi discorsi seminano paura e odio come negli anni Trenta del secolo scorso»

«Le purezze delle razze non hanno futuro. Il messaggio del meticciato ci dice tutto», dcenuncia papa Francesco concludendo l'incontro sul Mediterraneo. «L'ipocrisia di chi parla di pace e vende armi ai Paesi in guerra»

Il mandato di papa Francesco che viene a chiudere l’incontro di Bari che ha visto 58 vescovi di 60 paesi che si affacciano sul Mediterraneo riunirsi per la prima volta, è chiaro: «Ricostruire i legami che sono stati interrotti, rialzare le città distrutte dalla violenza, far fiorire un giardino laddove oggi ci sono terreni riarsi, infondere speranza a chi l’ha perduta ed esortare chi è chiuso in sé stesso a non temere il fratello. Il Signore accompagni i vostri passi e benedica la vostra opera di riconciliazione e di pace».

Dopo aver ascoltato le parole del cardinale Gualtiero Bassetti, che ha pensato all’incontro facendosi interrogare dall’ispirazione di Giorgio La Pira sul Mediterraneo, quelle del cardinale Vinko Puljić, arcivescovo di Sarajevo e presidente della Conferenza Episcopale della Bosnia-Erzegovina che ha ricordato i giorni terribili della guerra, e ricorda cosa gli disse un vescovo dell’Europa occidentale nei giorni terribili della guerra e di monsignor Pierbattista Pizzaballa, amministratore Apostolico «sede vacante» del Patriarcato Latino di Gerusalemme, presentano i risultati della due giorni che ha portato a Bari 58 vescovi di 60 Paesi del Mediterraneo, che ha sottolineato che «le Chiese del Medio Oriente e del Nord Africa hanno più volte ribadito che non hanno bisogno solo di aiuti economici, ma innanzitutto di solidarietà, di sentirsi ascoltate, che qualcuno faccia propria la loro difficile realtà, dove però vi è anche la luce di tante testimonianze di fedeltà e di solidarietà umana e cristiana», papa Francesco è partito dal ricordo dell’altro incontro che lo portò a Bari un anno e mezzo fa insieme con i patriarchi ortodossi. «Quella era la prima volta dopo il grande scisma, eravamo tutti e questa è una prima volta di tutti i vescovi che si affacciano sul Mediterraneo. Io credo che potremmo chiamare Bari capitale dell’unità, l’unità  della Chiesa se monsignor Cacucci lo permette».

Un discorso lungo e profondo, quello di papa Francesco, in cui ha denunciato «l’ipocrisia dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi ai Paesi in guerra», certi «populismi che fanno tornare in mente i discorsi della decade degli anni trenta dello scorso secolo», e ha detto chiaramente che «la purezza della razza non ha futuro».

Francesco sottolinea che «proprio in virtù della sua conformazione, questo mare obbliga i popoli e le culture che vi si affacciano a una costante prossimità, invitandoli a fare memoria di ciò che li accomuna e a rammentare che solo vivendo nella concordia possono godere delle opportunità che questa regione offre dal punto di vista delle risorse, della bellezza del territorio, delle varie tradizioni umane».

Sottolinea più volte la parola convivialità «che dice ancora qualcosa più del dialogo» aveva detto monsignor Pizzaballa, e l’importanza, in questo crocevia di culture, conflitti e fragilità, di «offrire la nostra testimonianza di unità e di pace. Lo facciamo a partire dalla nostra fede e dall’appartenenza alla Chiesa, chiedendoci quale sia il contributo che, come discepoli del Signore, possiamo offrire a tutti gli uomini e le donne dell’area mediterranea».

Parla della pietà popolare ricordando la lungimiranza di Paolo VI che sostituì la parola «pietà» a «religiosità», del patrimonio artistico, dell’impegno per il bene comune.

«Oggi l’area del Mediterraneo è insidiata da tanti focolai di instabilità e di guerra, sia nel Medio Oriente, sia in vari Stati del nord Africa, come pure tra diverse etnie o gruppi religiosi e confessionali; né possiamo dimenticare il conflitto ancora irrisolto tra israeliani e palestinesi, con il pericolo di soluzioni non eque e, quindi, foriere di nuove crisi», dice Bergoglio. E denuncia il fatto che le risorse siano orientate «all’acquisto di armi e allo sforzo militare, distogliendole dalle funzioni vitali di una società, quali il sostegno alle famiglie, alla sanità e all’istruzione». Sottolinea, in modo forte che «la guerra è contraria alla ragione, secondo l’insegnamento di san Giovanni XXIII», che è «una follia perché è folle distruggere case, ponti, fabbriche, ospedali, uccidere persone e annientare risorse anziché costruire relazioni umane ed economiche. È una pazzia alla quale non ci possiamo rassegnare: mai la guerra potrà essere scambiata per normalità o accettata come via ineluttabile per regolare divergenze e interessi contrapposti. Mai».

Occorre cercare la pace perché «non c’è alcuna alternativa sensata alla pace, perché ogni progetto di sfruttamento e supremazia abbruttisce chi colpisce e chi ne è colpito, e rivela una concezione miope della realtà, dato che priva del futuro non solo l’altro, ma anche se stessi. La guerra appare così come il fallimento di ogni progetto umano e divino».

Viene applaudito il papa quando parla del «grave peccato di ipocrisia quando nelle convenzioni internazionali, e nelle riunioni tanti Paesi parlano di pace e poi vendono le armi ai Paesi che stanno in guerra. Questa si chiama la grande ipocrisia».

Parla ancora della cultura dello scarto e degli interessi economici che prevalgono sui diritti dei singoli e delle comunità, delle persone trattate come cose e di una crescente diseguaglianza che fa sì che «sulle sponde dello stesso mare vivono società dell’abbondanza e altre in cui molti lottano per la sopravvivenza».

Loda le opere di carità e il volontariato, e chiede di lasciarsi guidare, come diceva La Pira, dalle attese della povera gente. «Tale principio, che non è mai accantonabile in base a calcoli o a ragioni di convenienza, se assunto in modo serio, permette una svolta antropologica radicale, che rende tutti più umani. A cosa serve, del resto, una società che raggiunge sempre nuovi risultati tecnologici, ma che diventa meno solidale verso chi è nel bisogno? Con l’annuncio evangelico, noi trasmettiamo invece la logica per la quale non ci sono ultimi e ci sforziamo affinché la Chiesa, le Chiese mediante un impegno sempre più attivo, sia segno dell’attenzione privilegiata per i piccoli e i poveri».

Un’attenzione particolare deve essere riservata a «quanti fuggono dalla guerra o lasciano la loro terra in cerca di una vita degna dell’uomo. Il numero di questi fratelli – costretti ad abbandonare affetti e patria e ad esporsi a condizioni di estrema precarietà – è andato aumentando a causa dell’incremento dei conflitti e delle drammatiche condizioni climatiche e ambientali di zone sempre più ampie». Assieme all’accoglienza e all’attenzione per i Paesi attraversati dai flussi migratori vanno sostenuti anche quegli Stati e quelle Chiese depauperate dalla partenza dei loro giovani. E occorre impegnarsi contro l’indifferenza e il rifiuto che «fa pensare all’atteggiamento, stigmatizzato in molte parabole evangeliche, di quanti si chiudono nella propria ricchezza e autonomia, senza accorgersi di chi, con le parole o semplicemente con il suo stato di indigenza, sta invocando aiuto. Si fa strada un senso di paura, che porta ad alzare le proprie difese davanti a quella che viene strumentalmente dipinta come un’invasione. La retorica dello scontro di civiltà serve solo a giustificare la violenza e ad alimentare l’odio. L’inadempienza o, comunque, la debolezza della politica e il settarismo sono cause di radicalismi e terrorismo. La comunità internazionale si è fermata agli interventi militari, mentre dovrebbe costruire istituzioni che garantiscano uguali opportunità e luoghi nei quali i cittadini abbiano la possibilità di farsi carico del bene comune».

Il Papa chiede che sia garantita anche la libertà religiosa e la tutela delle minoranze in quei Paesi in cui i cristiani – ma non solo - vengono ancora perseguitati. «Nel contempo, non accettiamo mai che chi cerca speranza per mare muoia senza ricevere soccorso o che chi giunge da lontano diventi vittima di sfruttamento sessuale, sia sottopagato o assoldato dalle mafie», aggiunge Francesco, confessando di avere una certa paura «quando ascolto qualche discorso di alcuni leader delle nuove forme di populismo e mi fa ricordare discorsi che seminavano paura e odio nella decade del trenta del secolo scorso».

A braccio aggiunge il ricordo di un artista torinese che «la settimana scorsa mi ha inviato un dipinto fatto con la tecnica del bruciato sul legno». Un dipinto che raffigura la fuga in Egitto «e c’era un san Giuseppe non così tranquillo come siamo abituati a vederlo nelle immaginette, ma con l’atteggiamento di un rifugiato siriano con il bambino sulle spalle. Il dolore, non addolcire il dramma di Gesù bambino quando dovette fuggire in Egitto. È lo stesso che sta succedendo oggi».

Ancora parla del meticciato, la cifra del Mediterraneo  «culturalmente sempre aperto all’incontro, al dialogo e alla reciproca inculturazione». E aggiunge: «Le purezze delle razze non hanno futuro. Il messaggio del meticciato ci dice tutto».

 Ed «essere affacciati sul Mediterraneo rappresenta una straordinaria potenzialità: non lasciamo che a causa di uno spirito nazionalistico, si diffonda la persuasione contraria, che cioè siano privilegiati gli Stati meno raggiungibili e geograficamente più isolati. Solamente il dialogo permette di incontrarsi, di superare pregiudizi e stereotipi, di raccontare e conoscere meglio sé stessi. Il dialogo e quella parola che ho sentito, convivialità».

Convivialità e accoglienza «non superficiale, ma sincera e benevola, praticata da tutti e a tutti i livelli, sul piano quotidiano delle relazioni interpersonali come su quello politico e istituzionale, e promossa da chi fa cultura e ha una responsabilità più forte nei confronti dell’opinione pubblica».

E per chi crede «ascoltare il fratello non è solo un atto di carità, ma anche un modo per mettersi in ascolto dello Spirito di Dio, che certamente opera anche nell’altro e parla al di là dei confini in cui spesso siamo tentati di imbrigliare la verità».

C’è bisogno, sull’onda della lettera agli Ebrei «alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo», di un’accoglienza che «reinterpreti e riproponga l’insegnamento biblico». Una teologia dell’accoglienza che «può essere elaborata solo se ci si sforza in ogni modo di fare il primo passo e non si escludono i semi di verità di cui anche gli altri sono depositari».

È distorta la «persuasione che, contrastando chi non condivide il nostro credo, stiamo difendendo Dio». In realtà, prosegue il papa, «estremismi e fondamentalismi negano la dignità dell’uomo e la sua libertà religiosa, causando un declino morale e incentivando una concezione antagonistica dei rapporti umani».

Al contrario, come dice anche il Documento sulla fratellanza firmato ad Abu Dhabi,«i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune».

Si può fare unità, e il papa incoraggi a continuare incontri di questo tipo, «attorno al sostegno dei poveri e all’accoglienza dei migranti», perché «quanti insieme si sporcano le mani per costruire la pace e praticare l’accoglienza, non potranno più combattersi per motivi di fede, ma percorreranno le vie del confronto rispettoso, della solidarietà reciproca, della ricerca dell’unità».

Annachiara Valle

© www.famigliacristiana.it, domenica 23 febbraio 2020

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