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Convegno Ecclesiale Regionale. Intervista a Mons. Donato Negro

La Chiesa di Puglia si prepara al terzo Convegno Regionale sul tema "I laici nella Chiesa e nella società pugliese oggi", in programma a San Giovanni Rotondo dal prossimo 27 aprile al 30 aprile. Oltre 350 delegati dalle 19 Diocesi regionali si interrogheranno sui temi del laicato cattolico (Educatori, Corresponsabili, Testimoni) per aprire un confronto che sappia coinvolgere le identità e le istituzioni sociali dalla famiglia, all'associazionismo, alla pubblica amministrazione, al mondo dell'economia e del lavoro, alla luce di una attuale riproposizione del Vangelo. Sono state realizzate delle interviste ad alcuni Vescovi sulle nove aree di discussione in cui si articolerà il convegno stesso.

puglia2.jpgIntervista a Mons. Donato Negro, Vescovo di Otranto, in preparazione del III Convegno Ecclesiale regionale di san Giovanni Rotondo (27 - 30 aprile 2011) sul tema: "I laici nella Chiesa e nella società pugliese oggi".

 

 

Perché si parla oggi di emergenza educativa, e quali sono i vantaggi di un’alleanza tra scuola, parrocchia e famiglia?

La sfida che l’educazione rappresenta, nelle società europee contemporanee, è oggi ben più complessa e radicale di un tempo. Pare quasi che tante collaudate tradizioni educative si stiano sbriciolando e che le più importanti “agenzie educative” stiano tutte attraversando – sia pure in modo diverso – una seria crisi. Ecco perché si parla di “emergenza”: non certo in un’ottica di immediatezza (emergenziale, in senso pratico) o di cupo pessimismo, ma come responsabile appello alle coscienze vigili e di buona volontà, di qualsiasi orientamento valoriale, onestamente sensibili al bene comune.

Un luogo evidente, che richiede uno sforzo comune, è quello della scuola pubblica, che ci sta molto a cuore. Non è chi non veda le crescenti difficoltà che insegnanti e studenti incontrano. La “gestione della classe” diventa un peso sempre più grave e, per molti insegnanti (come in generale per molti educatori in diversi campi), si segnala ormai il serio problema del burn out, cioè di un insieme di sentimenti di demotivazione, frustrazione, caduta di entusiasmo, depressione per il non-riconoscimento dei ruoli. Alcuni ordini di scuola sono veramente sull’orlo del collasso e nel Mezzogiorno – e anche in Puglia – la situazione è in certi casi gravissima. Tale cioè, lo ripeto, da richiedere la buona volontà di tutti.

Ma oltre la scuola, come non parlare della famiglia? Certo essa conserva da noi, grazie a Dio, ancora una grande forza: ma saremmo ciechi e irresponsabili se ci fermassimo a un’esaltazione retorica, quasi solo ideale (se non ideologica), dell’istituto familiare, senza accorgerci delle tante difficoltà, debolezze, fragilità e sofferenze, che levano un accorato, ancorché spesso muto, appello. Anche in questo caso ci vuole un impegno corale.

E, starei per dire, anche la comunità ecclesiale – come luogo educativo “sano” – ha oggi bisogno di un concorso ampio in suo sostegno. Non mi riferisco ovviamente alla comunità eucaristica, ma alla sua proiezione nell’opera socio-educativa, per il bene educativo di tutti. E appunto a tutti, anche a non credenti e atei, mi pare che debba stare a cuore la permanenza di spazi educativi liberi da influenze della politica o del mercato, dove possa crescere un senso critico e un’educazione alla libertà, alla solidarietà e alla fraternità. O si preferisce il deserto valoriale e la giungla degli egoismi contrapposti?

Cercare risposte all’altezza di queste sfide, risposte che non siano né improvvisate né episodiche, ma segnino un impegno progettuale dalla vista lunga e pedagogicamente ben fondato, implica ricercare, contestualmente, alleanze educative ampie. Innanzi tutto all’interno delle stesse comunità ecclesiali: tra parrocchia, educatori, giovani e famiglie. E poi tra Comunità ecclesiali, altre Comunità religiose, corpi intermedi della società, scuole e enti locali. È evidente che i “protocolli d’intesa” debbano essere diversi. Nella Comunità ecclesiale si parte dalla Parola di Dio e dal Concilio Vaticano II. Nel dialogo delle comunità ecclesiali con le altre comunità religiose e con la società civile e con le sue articolazioni, il riferimento valoriale fondante è la Costituzione della Repubblica. Sono due versanti, differenti, ma convergenti, delle alleanze educative: vanno perseguiti entrambi, ciascuno con le proprie caratteristiche, nella limpidità della distinzione, senza confusioni indebite, che danneggerebbero le auspicabili e necessarie intese sul lavoro educativo.

Cosa risponde la Chiesa a chi ritiene l’educazione alla fede in ambito scolastico contrastante con il principio di laicità dello Stato?

Non vedo perché la laicità, che è un valore tipicamente cristiano, debba rappresentare un ostacolo. L’avversario da battere, ciò che veramente ha eroso nell’ultimo decennio ogni premessa formativa, è il materialismo pratico, con il suo conseguente egoismo individualistico. Naturalmente ci sarebbe qui molto da dire: perché questo è il cuore del problema. Ma non è questa la sede, né ci sarebbe l’adeguata possibilità di ampiezza di riflessione. Ho tuttavia evocato questo “cuore problematico” per dire che non si tratta di scontrarsi con il pensiero laico: se i “laici” hanno altrettanto a cuore il bene comune e si rendono conto dei danni epocali che il materialismo pratico ha inferto al nostro vivere sociale e civile, al nostro essere e sentirci una comunità fraterna. Il principio costituzionale di laicità, precisato dalla Corte Costituzionale, è una garanzia per tutti. Se ci attardiamo su polemiche ideologiche da Novecento (o forse, meglio, da Ottocento) perderemo molto tempo: e sarà una colpa grave. Piuttosto che stare a discutere sulle modalità della laicità, esercitiamole e mettiamole all’opera. Noi cristiani, per primi, apriamo il dialogo, con le altre comunità religiose, con le scuole, con le associazioni professionali (di tutti i tipi di formatori/educatori), con gli enti locali. Cerchiamo insieme di articolare progetti essenziali e di aprire cantieri educativi. Questa mi sembra, in assoluto, la priorità. Sul piano delle impostazioni di principio le alleanze educative sono una questione chiara. Sul piano delle volontà responsabili, c’è un primo serio lavoro di sensibilizzazione e coinvolgimento da mettere in campo. E infine bisognerà, come ho detto, avviare dei progetti specifici, da definire negli obiettivi, nelle metodologie, nelle modalità e nei tempi. Quanto prima ci si arriva – senza improvvisazioni o frettolosità superficiali – meglio sarà.

Ci sono nella scuola momenti e strumenti ulteriori oltre l’ora di religione?

Non bisogna guardare la scuola dal punto di vista dell’orario di lezioni e delle materie insegnate, ma dal punto di vista del POF e della “comunità scolastica”: fatta da un più stabile nucleo di dirigenti, di insegnanti (tra cui gli insegnanti irc) e di personale tecnico-amministrativo, da una cerchia interna e mutevole di studenti e da una più ampia cerchia esterna di famiglie. Bisogna cambiare il punto di vista, fare centro sui bisogni dei giovani e trovare sinergie tra competenze, ruoli educativi, sensibilità. Il concetto di “comunità educante” diviene essenziale per aiutare questo cambiamento di punto di vista.

Fare alleanza vuol dire conoscere e occuparsi del territorio. Esistono in Puglia sufficienti forze educative?

In Puglia, come altrove in Italia, esistono molteplici energie educative che sono in campo. Se rimaniamo nell’ambito ecclesiale, penso a genitori, insegnanti cattolici, catechisti, animatori di comunità e di esperienze di volontariato, formatori professionali, sacerdoti e religiosi con responsabilità pastorali, associazioni laicali (ACI, AIMC, UCIIM, AGE, ACR, MSAC), capi scout, movimenti ecclesiali con fini educativi,  congregazioni religiose “insegnanti”. E penso poi agli uffici diocesani (per la pastorale scolastica, per la pastorale giovanile, per la pastorale familiare, per la pastorale sociale e del lavoro, per la Caritas) che dovrebbero far crescere momenti di raccordo e strutture di coordinamento ad hoc. Naturalmente se si guarda ai rapporti con la società civile, l’elenco si allunga ancor di più.

Ma non credo sia necessario un censimento dei soggetti potenzialmente disponibili né un certosino lavoro di contatti e di coinvolgimenti, che potrebbe o burocratizzare e appesantire o sfibrare e demotivare. È importante, piuttosto, che – in stretto raccordo con i vescovi e gli uffici o le persone da loro delegati – si promuovano strutture agili ed essenziali per il coordinamento dei soggetti più motivati e convinti, che aprano in un tempo ragionevole laboratori di progettazione e poi di realizzazione. Se i risultati saranno, come mi auguro, positivi, il contagio dell’esempio farà il resto.

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