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Coraggiosa e semplice: il miracolo della preghiera

Sulle ferite del mondo, l’orazione che chiede Francesco. Domani lo storico incontro tra i presidenti di Israele e di Palestina

C’è una domanda che aleggia sull’invito senza precedenti del Papa al presidente israeliano Shimon Peres e a quello palestinese Abu Mazen. «Può la preghiera influire sulle sorti del mondo?». In questo interrogativo si trova anche la chiave di lettura dell’evento di domani con le sue – non meno importanti – declinazioni sul piano pratico-diplomatico.

Francesco, che ha ricordato anche tornando dalla Terra Santa, di non essere un mediatore, ha fatto però intendere fin dal primo momento quale posto avrebbe avuto la preghiera nel suo Pontificato. Ricordate la sera della sua elezione? Ora sappiamo che quel Pater Ave e Gloria recitati dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro (anche questo un fatto senza precedenti al momento del primo incontro di un nuovo Pontefice con i fedeli) era un autentico programma pastorale.

E se può apparire scontato che un Papa preghi, Francesco ha invece mostrato chiaramente che la preghiera non può essere un optional cui ricorrere di tanto in tanto, ma la spina dorsale che sostiene la vita di un cristiano. Non a caso la sua prima uscita da Vescovo di Roma fu all’indomani dell’elezione, per andare a pregare davanti all’icona della Salus Populi Romani. E non è caso che lì, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, «sotto il manto della Madonna» (espressione che adopera spesso e che raccomanda soprattutto ai sacerdoti) egli sia tornato otto volte in questo scorcio del suo Pontificato. La più recente proprio prima di partire per il viaggio in Terra Santa di cui l’incontro di preghiera di domani è diretta emanazione.
Pater Ave e Gloria. Com’è la preghiera di Papa Bergoglio? La prima immagine che viene in mente è la sua semplicità. Anche a Gerusalemme, nel biglietto messo dentro una fessura del Muro Occidentale, il Pontefice ha scritto di suo pugno, e in spagnolo, "semplicemente" il Padre Nostro. «È la lingua appresa da sua madre», è stato spiegato quel giorno. Ed è soprattutto la preghiera insegnata da Gesù. Dunque quella che a prima vista potrebbe apparire una mera notazione di cronaca, ha invece il potere di gettare un luce potente sul modo di pregare di Francesco. Essenzialità, fiducia filiale, abbandono totale a Dio, proprio come fa un bambino tra le braccia di una madre o di un padre. Attenzione però a non scambiare la semplicità con la superficialità. Quella che il Papa sta insegnando al mondo con il suo esempio, prima ancora che con le parole, è una preghiera – secondo aspetto da rilevare – che si nutre di profonda riflessione teologica. È immersione totale nel mistero salvifico di Cristo. Il 3 giugno scorso, in una delle omelie di Santa Marta, se ne è avuta ulteriore conferma.
Il Papa parlava della preghiera di intercessione di Cristo a favore dei peccatori. E notava che nel corpo glorioso del Risorto, scomparsi tutti gli altri segni di sofferenza, erano rimaste solo le cinque piaghe, il prezzo del nostro riscatto dal peccato. «Perché Gesù ha voluto portarle in cielo? – si è chiesto –. Per pregare per noi. Per fare vedere al Padre il prezzo: "Questo è il prezzo, adesso non lasciarli da soli. Aiutali"», ha spiegato.

Non è chi non veda che questo è anche il paradigma seguito dal Pontefice quando trae spunto dalla preghiera per chinarsi su tutte le ferite del mondo e assumerle nell’orizzonte di uno sguardo che è insieme condivisione e azione del Buon Samaritano (altra icona evangelica costantemente presente nel suo magistero). E infatti quell’omelia si chiudeva con questa invocazione: «Gesù, prega per me. Fai vedere al Padre le tue piaghe che sono anche le mie, sono le piaghe del mio peccato. Sono le piaghe del mio problema in questo momento». Un’invocazione in chiaro stile bergogliano, in cui anche l’omelia stessa, mai disgiunta da un invito all’esame di coscienza, diventa riflessione orante. Le piaghe della Terra Santa saranno dunque al centro della preghiera di domani.
C’è però una terza caratteristica che qualifica l’orazione del Papa. «Coraggiosa». La preghiera deve essere coraggiosa. Emblematico da questo punto di vista è l’episodio, raccontato in una delle omelie di maggio, di quel padre di una bimba argentina ormai data per spacciata dai medici, che prende l’autobus, fa 70 chilometri per andare a pregare al Santuario della Vergine di Lujàn e passa tutta la notte aggrappato al cancello chiuso della chiesa. E quando la mattina dopo torna in ospedale trova che sua figlia è guarita. «La preghiera fa miracoli», ha commentato Francesco. Ma «Ci vuole una preghiera coraggiosa, come quella di Abramo che lottava con il Signore per salvare la città; come quella di Mosè che pregava con le mani in alto e si stancava pregando il Signore; come quella di tanta gente che ha fede e con la fede prega, prega».

È in fondo la stessa preghiera coraggiosa di cui ci ha dato prova lui stesso nel settembre scorso, quando ha invitato tutta la Chiesa a chiedere al Signore che non ci fosse l’intervento delle superpotenze nella crisi siriana (e l’intervento non c’è stato). E domani, nei giardini vaticani, si replica. Sì, il Papa crede fermissimamente (e lo testimonia tutti i giorni) che una preghiera semplice, coraggiosa, fatta con il cuore e in sintonia con il mistero di Cristo può rompere il muro dell’incredulità e cambiare le sorti del mondo. Perché questa preghiera non è assolutamente disincarnata, ma anzi entra nelle pieghe (e nella piaghe) della storia con cognizione di causa.
A questo proposito bisogna dire che nel paradigma orante di Papa Bergoglio c’è un quarto ineliminabile elemento: lo sguardo sulla realtà. Prima dell’invito a Peres e ad Abu Mazen c’è stato il viaggio. E durante il viaggio parole e gesti che hanno fatto intendere la profonda conoscenza della situazione. Nasce di qui l’invito a superare lo stallo imputabile alle reciproche accuse e agli opposti risentimenti. E va in questo senso, ad esempio, l’esortazione rivolta alle due parti ad astenersi da azioni unilaterali che potrebbero incrinare la fiducia reciproca e creare nuovi ostacoli (leggi ad esempio insediamento di nuovi coloni in Cis Giordania, notizia purtroppo di attualità, e atti di violenza e terrorismo). La preghiera coraggiosa che chiede il Papa deve spostare anche queste "montagne". Ma nella consapevolezza – che è poi il propellente di tutto – che nulla è impossibile a Dio.

Mimmo Muolo

© Avvenire, 7 giugno 2014

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