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Coronavirus. Venerdì Santo, una Via Crucis per malati, famiglie e medici

Le quattordici stazioni più una ai tempi del Covid-19. Dal contagio alla cremazione, Passione e morte negli ospedali. Ma pandemia non è e non sarà mai l'ultima parola

La Via Crucis di Cristo è la via dolorosa dell’uomo che fa esperienza della malattia e della morte. Le 14 stazioni della Passione sono incise da sempre nella carne dell’uomo. Un percorso che molti, in questi tempi di pandemia, stanno dolorosamente compiendo. Niente in questo viaggio viene risparmiato, ma l’approdo finale non è il nulla. La meta è quella quindicesima stazione d’arrivo che ci è stata promessa. Assieme all’assicurazione che, nel viaggio, Lo avremo sempre accanto.

1) La condanna del contagio
Non c’è colpa nel contagio - come non c’era colpa in Cristo processato - se non quella d’aver condiviso il cuore abbracciando qualcuno o dimostrato amicizia stringendo mani. Non c’è colpa in chi s’è infettato accudendo altri. E proprio per questi, come per Gesù dinnanzi a Pilato, la condanna è più dura da accettare: perché hanno amato, si sono donati senza risparmiarsi.

2) La croce della malattia
La malattia è sempre croce, ma d’un legno più pesante quando si deve portarla da soli. Quando si rischia di trasmetterla ad altri e occorre essere isolati. Quando si è troppo deboli e il fiato che manca ci fa precari come una foglia in autunno. E’ allora che allarghiamo le braccia a chiedere aiuto, a cercare un abbraccio. Ed è proprio con quel gesto, con quel sì, che senza accorgercene ci facciamo croce noi stessi.

3) La caduta nel dolore
Il dolore è soffocare per una mancanza. D’aria e d’affetti, ora. Ma è soprattutto il conflitto con la propria finitezza, la certezza di non bastare più a se stessi. La coscienza di aver bisogno di altri e di altro. Di qualcosa d’essenziale come l’ossigeno e più ancora di scorgere nel buio della sofferenza la luce della speranza.

4) L’incontro e l’addio ai parenti
C’è un vetro smerigliato a fare da soglia tra affetti e solitudine, tra vita e morte. Le porte d’un pronto soccorso sono oggi l’estremo cancello: quanta angoscia, muta impotenza e sommesse preghiere in chi resta fuori; che infuriare di battaglia contro il male, con le armi della scienza e della compassione per coloro che sono dentro. Da un lato come dall’altro, un solo conforto: l’affidarsi.

5) L’aiuto dei medici
La speranza è un consegnarsi. Quando si è ammalati ci si consegna ai medici. Riponendo fiducia nelle loro capacità, per gli anni che hanno passato a studiare e per l’esperienza accumulata. Ma il malato grave, in verità, compie soprattutto un atto di fede. Si consegna nelle mani di un dottore facendo conto che lui lo ami. Perché, al di là della scienza, potrà guarirlo solo se gli avrà voluto profondamente bene.

6) Gli infermieri che accudiscono
In un ospedale l’intimità è compromessa. E spesso, assieme, la padronanza di sé. Oltre alle speranze, si consegna ad altri anche il proprio corpo. Si torna come bambini, bisognosi d’essere accuditi e di ricevere attenzioni. Infermiere e operatori sanitari diventano come madri e padri e sorelle: lavano, asciugano, fasciano. Quelle carezze sono il vero balsamo sulle ferite. Non solo del corpo.

7) La caduta in terapia intensiva
La disperazione è figlia d’una solitudine. E non c’è come l’idea di finire in un reparto di rianimazione per sentirsi solo, isolato. L’ambiente asettico, il lampeggiare dei monitor, il tempo scandito solo dai bip-bip delle macchine. E’ un primo distacco dal mondo, col terrore che quella punteggiatura sonora diventi un suono continuo d’allarme.

8) La consolazione alla famiglia
Le carezze del cuore stanno in piccoli gesti. Permettere ai malati di comunicare con i parenti o farsi tramite per recapitare notizie. Per chi ora può solo stare in casa ad attendere, pregare e sperare, quei messaggi sono come le cartoline dal fronte del secolo scorso. All’alba, un’altra notte è passata senza che il nemico prevalesse, un altro giorno di battaglia si apre: paura e speranza si danno il cambio della guardia.

9) La caduta nell’intubazione
La situazione s’aggrava, la terapia non basta, i polmoni collassano. Non resta che l’ultima arma: un tubo in gola, un ventilatore a spingere l’ossigeno che il corpo non riesce più a succhiare da solo. Uno schiaffo e un pianto, respirare è stata la prima cosa che abbiamo imparato, senza più doverci pensare. Ora ce lo ricorda una macchina, ce lo impone pompandoci vita dentro. E l’abbiamo chiesto per tutti, a nessuno vorremmo che smettesse di farlo.

10) Spogliato delle vesti
In terapia intensiva si entra vestiti ma si esce nudi, se non si viene salvati. Al tempo del virus, camicia e pantaloni vengono riconsegnati ai parenti in un sacchetto di plastica. Con l’ordine di bruciarli perché infetti. Come di un monatto non si può conservare neppure l’ultimo ricordo. Nessuno getta la sorte su quegli abiti. E’ la sorte stessa che si è gettata sul condannato e i suoi panni.

11) Inchiodato nel letto
Nell’estremo tentativo di salvarli, i malati sono posti sui letti in posizione prona. Il ventilatore a pompare ossigeno, il sedativo a spegnere la coscienza. Il dolore è sopito, mentre i fili delle macchine legano l’uomo al suo giaciglio. E’ una manovra salva-vita quel posizionare così i pazienti. Ma l’uomo incosciente, per il quale altri stanno lottando con la morte, pare così legato al suo destino, inchiodato alla sua croce.

12) La morte
La battaglia è perduta, i medici-soldati non possono far altro che ritirarsi, sopraffatti nonostante il loro ardire. Si farà buio nei cuori dei parenti, quando lo sapranno. Si squarceranno le loro viscere al pensiero di non aver potuto tenere la mano a chi stava esalando l’ultimo suo respiro. Tutto è compiuto. Tutto è definito, per ricominciare. Mai, però, serenamente, per chi resta.

13) La bara deposta in un camion
Si muore soli, ma in una folla di compagni di sventura durante una pandemia. E non c’è tempo, non c’è modo di venire salutati e onorati come si dovrebbe. Mani pietose, avvolte in guanti sterili, ti stendono seminudo in una bara. Nessuna sindone t’avvolge, solo un telo di plastica. Si è così in tanti che occorre l’esercito per portare via tutti. Nella notte sfilano i camion, carichi delle vittime d’una guerra non dichiarata.

14) La cremazione senza nessun parente
Prima di riposare nel sepolcro, il destino del corpo è il fuoco. Che purifica e riduce a cenere. Neppure in questo momento è dato ai parenti di assistere, di accompagnare le salme. Perché pure da morto questa malattia ti rende un potenziale pericolo per gli altri. Da soli si muore, da soli si finisce in polvere prima ancora d’essere deposti in un sepolcro.

15) La resurrezione nel Signore
Senza funerale, ai parenti di chi muore è negato un passaggio fondamentale per cominciare a elaborare il lutto. E scorgere la salvezza oltre la morte risulta ancora più difficile. Dietro il velo di lacrime, dolore e rabbia, i nostri occhi non lo vedono. Ma la pietra è rotolata. Lui l’ha spinta oltre per noi, allora e per sempre. Pandemia non è, non sarà mai, l’ultima parola.

Francesco Riccardi

© Avvenire, giovedì 9 aprile 2020

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